Dalla rassegna stampa Cinema

Jarman, la fortuna di essere una checca

ESCE IN ITALIA IL DIARIO che il regista inglese scrisse durante le riprese di The Last of England, il suo film più autobiografico e innovativo: gli appunti intimi e politici dell’autore, dalle memorie di famiglia alla critica dell’era della Thatcher

Mio padre era il classico padre di una checca. Grazie a dio ne esistono E grazie a dio ne ho avuto uno

di Derek Jarman

Sono nato il 31 gennaio 1942 alle 7 del mattino, alla Royal Victoria Nursing Home di Northwood, un sobborgo di Londra di costruzione tardovittoriana, dove i miei genitori si erano ritirati dopo una vita passata a commerciare tè e legno a Calcutta. Mio padre, un giovane ufficiale della RAF, aveva conosciuto mia madre a un ballo, al campo d’aviazione di Northolt, nel 1939. Lei aveva ventun anni, lui poco più di trenta.
Mio padre viveva in questo paese da dieci anni. Neozelandese di seconda generazione, aveva un nonno che aveva lasciato la fattoria di famiglia a Uplowman, nel Devon, alla fine del XIX secolo, per mettersi a coltivare la terra nella pianura di Canterbury, nei pressi di Christchurch. Mio padre era cresciuto nella fattoria, e per andare e tornare da scuola tutti i giorni doveva farsi quaranta chilometri a cavallo; durante il viaggio sognava di diventare ingegnere e, dal momento che le opportunità in Nuova Zelanda erano limitate, salpò per l’Inghilterra nel 1929 con l’idea di rimanervi quattro anni. A parte due brevi vacanze, non tornò mai più a casa; si sarebbe rifatto una vita in questo paese. Il matrimonio e lo scoppio della guerra resero del tutto improponibile il ritorno, ma io sapevo bene che continuava a sognare le grandi pianure; quasi non passò giorno nella sua vita senza che sentisse l’eco del mondo misterioso dei miei zii e delle mie zie all’altro capo del pianeta. (…)
Mio padre era un appassionato cineasta e fotografo dilettante; il mio debutto nel cinema fu tra le braccia di mia madre nel giardino di una casa in affitto nel campo della Raf di Wittan: ho usato la sequenza alla fine di The Last of England.
Ricordo la mia infanzia riguardando i 40 minuti di quel filmino e centinaia di altre foto? Oppure ho memorie che non coincidono con queste immagini? I miei primi ricordi sono, stranamente, una lanterna magica con più o meno una dozzina di diapositive, alcune delle quali erano rotte, un grammofono a carica che suonava una ninna nanna di Paul Robeson e mia madre che canta Skye Boat Song in cucina. Del periodo prima che ci trasferissimo in Italia, quando avevo quattro anni, ricordo solo l’appartamento di nonna Mimosa, le pareti grigio perla e gli specchi pesca, i coprischienale, le tovaglie di raso rosa con sopra ampolline di vetro intagliato. Più avanti, quando tornai dall’Italia, ricordo la mia prima conversazione. «Questi sono cornflakes. Sono molto speciali. Li prendevamo sempre prima della guerra. E questa è una banana, Derek.» La nonna si preoccupava se dimenticavamo di asciugarci bene i piedi, e ci permetteva di guardarla mentre si truccava al tavolo ingombro di recipienti di cipria sfaccettati come diamanti, perle d’ambra e uccellini azzurri portafortuna, in volo attraverso lo specchio fra i ritratti d’argento decorati di stelle alpine e mimose. (…)
In guerra, mio padre aveva fama di non evitare mai la contraerea: si limitava a volarci incontro, dritto e sicuro come un fuso. Credo che terrorizzasse il suo equipaggio. Era determinato a ottenere che lo notassimo e lo rispettassimo. Io e mia sorella dovevamo uniformarci a regole per ogni momento della giornata: non più di dieci centimetri d’acqua nella vasca per il bagno, solo due foglietti di carta igienica. Era deciso a imporre l’austerità: ogni lusso era proibito. Era il classico padre di una checca. Grazie a dio ne esistono, e grazie a dio ne ho avuto uno. Dopotutto, l’infanzia dura solo fino all’adolescenza; poi si ha tutta la vita per divertirsi a dipanare il danno. Vedere una famiglia felice è un’esperienza tra le più dolorose: a esse non può accadere nulla di buono. Ricordo con grande affetto il momento in cui, davanti al lavello della cucina, mia madre disse a mio padre: «Grazie al cielo i nostri figli non sono normali: sono talmente più interessanti dei loro amici».
Ma mi addolora ricordarlo, povero diavolo, da vecchio, mentre mangia fagioli stufati e uova bollite; solo nella sua casa-fortezza, lasciando in eredità, come ogni taccagno, una fortuna, denaro che avrebbe potuto rendere la vita di mia madre più sopportabile, specialmente negli ultimi diciotto anni, quando stava morendo di cancro. Dopo la sua morte, nel 1978, ci sedevamo fuori in giardino, con qualunque tempo: prima non ci faceva mai entrare quando andavamo a trovarlo; ci serviva tè e biscotti stantii. Le sue prime parole quando arrivavamo erano: «Quando tornate a casa?». Al funerale, mentre un prete gentile parlava bene di lui, pensavo: «Com’è triste che nessuno di noi riesca a versare una lacrima». Mia sorella, molto più pragmatica di me, impacchettò le ceneri e le rimandò in Nuova Zelanda; non avevamo idea di dove avesse sparso le ceneri di mia madre, il cui unico monumento commemorativo è il mio film The Tempest.

Spazi vuoti
I miei primi film riempivano lo spazio lasciato vuoto dal dipingere, poi il mio cuore si è allontanato dalla pittura. Ma ci son tornato; non è ancora un lavoro a tempo pieno; però, se dovessi star male, può essere un buon modo di rimanere attivo: rapido, e dolce. Penso spesso a Matisse, costretto a letto, che ritaglia le sagome di Jazz. Se necessario, si può lavorare anche a letto. Dipingere per me è un’ancora di salvezza. Lavoro con frenesia da agosto, non ho mai lavorato così tanto in vita mia: The Last of England, alcuni video pop, questo libro e i dipinti; sono stato all’estero: due volte in America, poi in Germania, in Italia. Ho continuato a dipingere mentre giravo The Last of England, ho finito otto quadri il giorno di Capodanno. I nuovi quadri sono molto diretti. Il momento cruciale è quando arrivi a rompere il ghiaccio: devo essere l’unico pittore che chiude gli occhi mentre completa il suo lavoro.

11 giugno 1987
Quando prendiamo un appuntamento al buio
con la consunzione
Giovani integralisti che ostentano un’ignoranza esagerata. Piccola Inghilterra. Comportamenti criminali nelle forze di polizia. Piccola Inghilterra. Nazionalismo a Westminster. Piccola Inghilterra. Piccole città sventrate da circonvallazioni. Piccola Inghilterra. Quartieri indigenti truccati da luoghi storici. Piccola Inghilterra. L’avida distruzione delle campagne. Piccola Inghilterra.
Mentre guardavo un documentario sulla morte di Pier Paolo Pasolini, la settimana scorsa, ho pensato: che cosa ne avrebbe fatto lui, della Piccola Inghilterra, negli anni Ottanta? Pier Paolo era visto dai suoi nemici come un estremista, ma in effetti combatteva per valori tradizionali; è arrivato a scrivere articoli contro gli studenti che nel ’68 prendevano a sassate la polizia. Perché quegli stessi studenti, i fortunati, non si sono mai scagliati contro la vera origine di ogni repressione, ovvero banchieri e i giudici? Perché se la sono presa invece con i ragazzotti del sud cooptati dallo Stato?
Pasolini aveva indovinato il suo bersaglio. Mi chiedo se gli piacerebbero i miei film; come i suoi, appartengono a una tradizione antica e questo è il motivo per cui vengono fraintesi dai dirigenti della tv, abituati al mondo florido della pubblicità, cooptati dalle necessità del consumo. Anche i sindacati sono complici di questo mercato, e preferirebbero incassare un quarto di milione di sterline per lo spot di un profumo, piuttosto che fare un film serio per lo stesso compenso. Non c’è alcuna difesa dei valori in questo ambiente senza valori. Se Tarkovskij avesse avuto la sfortuna di essere nato in Gran Bretagna, dubito che sarebbe stato in grado di realizzare anche un solo film; in Unione Sovietica faceva fatica a lavorare, ma almeno lavorava.
Guardando i miei film tra il 1980 e il 1987, mi accorgo di aver incassato finanziamenti pari a 550 mila sterline in tutto, e sono comunque riuscito a guadagnarmi una fama mondiale come cineasta. La cifra che ci vuole oggi per un film a budget ridotto è tre volte tanto: circa un milione e mezzo di sterline. Mentre ne cerco altre 200 mila per The Last of England, la mia mente è una fucina di idee: perché un cineasta come me non trova finanziamenti? È colpa delle mie scelte sessuali? Quando ho girato Sebastiane, nel 1975, avevo preso una posizione esplicita su questo. Com’è successo che la mia vita ne sia stata influenzata?
A proposito di PPP, Laura Betti diceva che il problema era la sua scelta sessuale. Era sempre ostacolato dai pregiudizi. Moravia diceva che la sua morte non è il risultato di un complotto. Piuttosto, è stato creato un clima per cui qualche balordo di periferia potesse prendersela con lui e ucciderlo, sentendosi fiero di averlo fatto. Che cosa ci dice questo? Nella nostra cultura meno estrema (ma lo è ancora?) facciamo le cose in modo diverso, vero? Per me, il modo in cui venivano trattati i miei film ha reso evidente che il problema era il mio essere gay, e questo mi destinava solo a collaborazioni segrete. Un produttore esecutivo etero non avrebbe trovato alcun aggancio emotivo per rapportarsi a Caravaggio. Anche se accadeva che qualcuno tra il pubblico uscisse dalla proiezione in lacrime.
Quest’anno i cartelloni proclamano: «Ti piacerebbe che i tuoi figli crescessero gay e orgogliosi di esserlo?». Presumo che la risposta sia: «Sì». Sarà un decennio freddo e difficile per alcuni di noi, saremo trattati come il virus nel corpo dello Stato. Un politico ha già chiesto la creazione di «campi di concentramento». Questi tempi sinistri sono diversi dai giorni lontani in cui il discorso dei fiumi di sangue di Enoch Powell veniva così vilipeso. Credo che quelli di noi che hanno attraversato il fiume e ammesso di essere sieropositivi dovrebbero rincuorarsi di esserlo.

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