Dalla rassegna stampa Cinema

Si ride al «Funeral party»

Commedia trash per Frank Oz, horror splatter per Robert Rodriguez

Locarno. Un nano che ha avuto una storia omosessuale con un rispettato padre di famiglia appena defunto, un parente che preso per errore un allucinogeno dà i numeri durante l’orazione funebre e un altro, un anziano disabile, che si propone in un siparietto poco gradevole in un bagno di casa: è una strada politicamente scorretta quella percorsa da Frank Oz in «Funeral Party (Death at a funeral) proiettato ieri sera in prima serata al Festival del Cinema di Locarno.
Apparentemente il film del regista di «In and Out», inizia come una classica commedia british piena di freddure e umorismo surreale con frasi così assurde da ricordare un Bunuel in salsa minore, ma rapidamente la pellicola – un incastro di 13 attori ognuno dei quali ben caratterizza il proprio personaggio – si scopre in tutta la sua comicità a grana grossa stile Boldi-De Sica con anche un finale amarcord riconciliatorio.
Fil-rouge della storia è il funerale di una cara persona da tutti amata. Ma l’ultimo addio si trasforma in un caos fra le rivalità dei fratelli Daniel (Matthew Macfadyen), frustrato aspirante scrittore, e Robert (Rupert Graves) egoista romanziere di successo; le scene folli dell’avvocato Simon che sotto l’effetto della droga si spoglia e inizia anche a sputare; i ricatti di Peter (Peter Dinklage), il nano che vuole 15 mila sterline per non far vedere le foto che lo ritraggono a letto con il morto e una sarabanda di isterici, ipocondriaci, snob e di preti improbabili. Fra le tante gag a molti è spiaciuto vedere un’autorità come Peter Vaughan, lo zio Alfie, avere problemi di incontinenza e sporcare il nipote di escrementi. Episodio che, in conferenza stampa, è stato difeso con veemenza da Oz: «Che sia o no politicamente corretto non me ne frega niente, io faccio il regista non il politico. Non sono uno che fa commedie divertenti e allegre, mi piacciono le cose che disturbano le persone. Se qualcuno uscirà per quella scena, pazienza».
Lo splatter senza remore di Robert Rodriguez, l’amico-fratello di Quentin Tarantino, sbarca a Locarno per pungere e far male: ieri notte è stato proiettato «Planet Terror», un’ora e tre quarti di horror trash omaggio dichiarato ai b-movies.
Nella pellicola, impossibile da raccontare, si vede di tutto: una tranquilla cittadina del Texas è invasa da zombi assettati di sangue infettati da un agente biochimico. I cittadini si dovranno difendere con ogni mezzo e così anche una ballerina di lap-dance Rose McGowan a cui i mostri strappano un arto inferiore (ma non le passano il virus perché lei è immune). Arto prima rimpiazzato con una gamba di una sedia e poi con una sorta di fucile-mitragliatore, particolare che ha determinato anche qualche difficoltà scenica. Insomma, stile grandguignolesco, basso budget, produzione fatta in casa con il regista di «El Mariachi» nel ruolo anche di sceneggiatore, montatore e compositore musicale.
Ovvio che alcune domande siano state sulla crudezza delle scene, ma Rodriguez, cappellaccio western nero in testa, risponde fra il divertito e il serio: «Oggi negli Stati Uniti per vedere una pellicola horror bisogna mostrare un documento di identità e ogni volta che faccio un film simile ne faccio uno per bambini; certo i miei figli non vedono e non vogliono vedere i miei horror. In “Planet Terror” ho voluto rendere l’idea dei film anni Settanta».
Il mondo oscuro che sta attorno alla boxe, gli incontri illegali dove gli atleti esclusi dai circuiti ufficiali si massacrano per riuscire a guadagnare qualcosa. E ancora la “noble art” come classica modalità di riscatto sociale, come speranza di uscire dai ghetti. È un viaggio inquietante quello del film italo-svizzero «Fuori dalle corde» di Fulvio Bernasconi, con Michele Venitucci, Maya Sansa e Juan Pablo Ogalde, che concorre al Pardo d’oro

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