Dalla rassegna stampa Cinema

CANNES 60 – “Avant que j’oublie” di Jacques Nolot (Quinzaine des réalisateurs)

Al terzo lungometraggio, Jacques Nolot affronta la vecchiaia con piglio evidentemente autobiografico. La dolorosa serenita’ con cui Pierre si lascia scorrere addosso le grandi o piccole negativita’ cui ora si riduce la sua vita si spinge al punto da far indossare a Pierre la sua stessa vita come …

Al terzo lungometraggio, Jacques Nolot (da decenni attore di prestigio) affronta la vecchiaia con piglio evidentemente autobiografico. Interpreta Pierre, omosessuale di 58 anni in un certo senso gia’ presente nei suoi “L’arriere pays” e “La chatte a deux tetes”, alle prese con la morte della persona amata , la solitudine, l’AIDS, i gigolo, lo psicanalista, un testamento milionario lasciato scivolare di mano…

Nessuna morbosita’ ne’ cupio dissolvi: la rassegnata ironia di Pierre fa il paio con la cura di Nolot a distendere tutto secondo una compassata orizzontalita’ (scene hard comprese), lontana da qualunque verticalita’ drammaturgica. Lo stesso AIDS viene buttato li’ a meta’ film come un elemento quasi secondario. La dolorosa serenita’ con cui Pierre si lascia scorrere addosso le grandi o piccole negativita’ cui ora si riduce la sua vita si spinge al punto da far indossare a Pierre la sua stessa vita come qualcosa che non gli appartiene (piu’): la svendita sovrana del proprio passato (il grande montaggio parallelo dell’asta testamentaria dell’ex amante e di Pierre al supermercato) spinge Pierre a indossare il presente come un vestito incongruo. Infatti, alla fine, si convincera’ a uscire al Pigalle vestito da donna come gli aveva suggerito un amico gigolo.

Nolot dunque non si mette a nudo, non si “autorappresenta” come vorrebbero gli ingenui, ma compila le sue “confessioni di una maschera”. Il nome di Mishima non sarebbe evocato invano (come non lo e’ il ripetuto riferirsi di Pierre stesso a Roland Barthes, altro grande esploratore delle scissioni della scrittura anche in senso erotico), visto che la vertigine di Pierre che indossa Pierre, malinconico spettatore di se stesso, permette a Jacques (Nolot) di potersi travestire da Pierre per poter essere Jacques, nel nome di una medesima scissione. Dal giapponese, comunque, ci si allontana soprattutto in virtu’ di scrittura: qui la scrittura ha si’ un peso determinante, ma piuttosto per la sua capacita’ di creare una tersa uniformita’ tonale che e’ splendida incarnazione del duro peso degli anni.

da http://www.sentieriselvaggi.it/

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