Dalla rassegna stampa Cinema

Rapsodia in blu di Wong Kar-wai

Distanze incolmabili e solitudini in un’America ai confini della realtà, nella pellicola d’apertura «My Blueberry Nights» del regista di Shanghai

Cannes Rendere attraverso gesti semplici idee complesse. Sembra libero il linguaggio illusionista del cinema, e invece è così facile disciplinare e asservire le emozioni… Di quale emozione si tratta questa volta? È doloroso essere lasciati. E, nella vasta, infinita America lunga quasi 10 mila chilometri semidesertici, chissà perché essere abbandonati da chi ami pazzamente (sia tuo padre che non vedi più perché ti si è incorporato addosso, o l’uomo che vuole intrappolarti eternamente come sua Regina) è davvero più insostenibile ancora. Dark. La banalità del dolore ti acceca. Ci sono meno reti di sicurezza. Sprofondi nel vuoto facilmente. E allora vodka, whisky, il brivido del gioco estremo, la velocità pazza di una fuoriserie che ti sbatterà contro un albero…Davanti a tutto questo inferno arrivano gli anticorpi: il buio, preferibilmente; la mobilità interiore di un ex maratoneta diventato sedentario barman; la freddezza apparente di una gambler, professionista della telesina; la dolcezza immensa di chi ha trovato il trauma giusto per crescere, allontanandola dal luogo del misfatto e dalle sue chiavi; la scrittura di una lettera che, a differenza della parola, ti abitua al controllo, alla Legge, alla disciplina, soprattutto se provieni dalla cultura dell’ideogramma…. Un metodo per capire se qualcuno mente o dice la verità.
Il regista cinese Wong Kar-wai sa fare la pubblicità, dunque dice magnificamente le bugie, e, proprio come chi mente bene, sa anche prescinderne. E ama riprendere, e in primissimo piano, abbracciante e avvolgente, chi reagisce alla brutta botta, piange, dorme d’alcool, mangia avidamente, e ne protegge, dal minaccioso spazio esterno, e dalle luci abbaglianti, lo sguardo puro e l’impuro incedere. Ma non siamo allo spaccio di narcisismo, allo spot dell’«individualismo celibe». Esercizio anzi di cudeltà e sadismo cinese, insostenibile, per gli attori, spesso deformati. Anche quando si dispone di un cast che ipnotizza per la bravura, a cominciare da Natalie Portman, Jude Lowe, David Stathairn e Rachel Weisz. E di due esordienti, ma idoli del sound contemporaneo, che non canteranno mai in questo film, come Norah Jones e Chan Marshall-Cat Power (lo fa Otis Redding per loro, Dock of he Bay mai aveva trovato sfondi, trasparenze e neon così convincenti). Per dire due o tre cose non banali sull’America, il regista cinese di Hong Kong, Wong Kar-wai, che ha inaugurato il festival, in competizione, ha allineato alcuni oggetti e stereotipi della mitologia hollywoodiana. Li ha messi al muro, non li fa muovere. Non c’è mai il Wenders dell’esotismo prensile, nel suo film. A partire dalla torta di mirtilli di nonna Papera, quel dolce oggetto del benessere tipicamente Usa (proprio come la violenza) e che dà il titolo all’opera, My Blueberry Nights. E permette al direttore della fotografia Darius Khondji alcuni virtuosismi sensuali underground fin dai titoli di coda. E alla protagonista Elizabeth (Norah Jones), lasciata dopo 5 anni dal fidanzato con il cuore a pezzi, di iniziare, con qualche piacevole sensazione, ma ingrassante, il restauro della sua emotività, la prima pausa dall’incubo, grazie a un barman per amico (Jude Law), prima di attraversare al buio tutto il paese, dal sud al west, dal Tennessee al Nevada, ammazzandosi di lavoro, triste relitto, come fosse Marilyn in Bus Stop, in fuga da sè, senza accorgersi (abbasso internet) che ha proprio a portata di penna l’angelo della sua trasformazione e le sue labbra. Poi il poliziotto distrutto dall’alcool e da un altro amore andato in acido (che tirerà fuori la pistola, quando il copione avrà bisogno di un brivido); l’automobile sulla Route 66, che è il simbolo stesso del roadmovie; il poker perdente, fino quasi alla fine della notte, come in un Gorge Stevens; il locale di Manhattan, il Caffè di Jeremy, l’ex maratoneta che si fermò per amore, e fu dimenticato dal lei sul posto, a sottolineare che la spazialità del film è l’interno, si indaga nelle interiorità delle passioni devastanti qui. E che, più ancora che ai negozietti e ai siparietti di Wayne Wang, è a quel certo localino di H. C. Potter anni ’40, l’unico posto dove James Cagney poteva ritrovare la sua intimità, che lo scrittore Lawrence Block, cui è interamente lasciata la tastiera sentimentale, implicitamente allude. Una rapsodia in blu romantica, nelle fessure del sogno americano, dove si intrufolano alcuni diavoletti. L’America è altro da noi. È ai confini della realtà. Mente troppo.
Più che l’internazionalismo delle diversità, è la nazionale cinematografica francese (certo mista, piena di oriundi, naturalizzati e «fuori quota» come quella calcistica), a sfilare, dominante, sulla Croisette. Molto poco galattica, anzi piuttosto standardizzata nel design, nella tattica e nell’assetto di gioco. La Francia ha infatti un’idea e una ideologia del cinema chiara e redditizia, che protegge una sua piccola ma solida nicchia di mercato. Il metodo per allargare quella nicchia, anche all’estero, è quello di mettere sotto contratto il maggior numero possibile di talenti stranieri «indisciplinati», permettendogli di realizzare i loro film d’autore, localmente «non commerciali», non di genere, ma planetariamente capaci di buoni profitti grazie alla rete di cinema d’essai, tv pubbliche, dvd e festival. Platealmente antiamericani.
Da qualche anno il patron Jacob (e il suo successore, «cintura nera di judo» Fremaux, sensibilità – Positif, di centro-sinistra moderata, per capirci) possono dunque avere ottimi rapporti con i padroni del vapore (Hollywood non si può, nè vuole combattere frontalmente, tollera, anzi adora le nicchie), ma devono costruire, e fin dall’asilo, dalla sezione Cinefondation, passando per la sezione terzomondista «tous le cinema du monde», per la competizioni dei corti e per le sezioni documentaristiche, il ricambio quadri di un cinema colto e adulto, non estremo anzi cosmopolita nel fraseggio. Cannes esibirà, quest’anno, in competizione, prototipi di mercato «alla francese» come quelli degli americani Schnabel e Gus Van Sant, dell’ungherese Bela Tarr, della giapponese Naomi Kawase, della iraniana Satrapi, del serbo Kusturica, del messicano Reygadas e dell’israeliano Nadjari. Eccitando, ma anche intasando con le sue ferree gerarchie, le «passerelle» per i suoi circa diecimila ospiti, critici, compratori, cineasti e addetti ai lavori, provenienti da tutto il mondo. Ecco perché alcune grandi potenze cinematografiche non sono (fino al 27 maggio) invitate in competizione. Tra i 22 film che partono alla conquista della 60esima Palma d’oro nessuno è prodotto da Gran Bretagna, Spagna, Africa, Oceania e nord Europa, oltre che dall’Italia (che una certa piccola quota la possiede nel film turco-tedesco di Fatih Akin). La ramificazione produttiva e distributiva delle società transalpine è davvero stupefacente: arrivano infatti ormai ovunque. Forse per questo oggi i festival in Italia (a parte i capricci di Raicinema) sono più liberi e Marco Muller piace di più ai critici à la page (cioè alla triade Liberation, Cahiers, Inrockutibles). Perfino la Cina popolare, campione uscente a Venezia, viene rappresentata da un nativo di Shanghai come Wong Kar-wai, che da sempre è stato tenuto a distanza di sicurezza da Pechino, che fu scoperto dalla Semaine de la critique di Cannes nel 1989, consacrato poi da Venezia nel 1994 e il cui film d’apertura, My Blueberry Nights è un Canal Plus distribution.

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La notte americana dei cuori spezzati
«Volevo evitare l’esotismo che spesso si trova nei film degli stranieri sulla Cina», sottolinea il regista di «In the mood for love» nella sua prima opera in lingua inglese

Cristina Piccino

Cannes Il pressbook ci arriva avvolto da un flou violaceco, mirtillo, «blueberry», una cascata di immagini patinate su cui si inseguono i volti degli attori, il regista, i suoi appunti. Dove dice: «Qualche volta la distanza tra due persone può sembrare molto piccola, almeno in apparenza, ma nello stesso momento emzionalmente possono esserci miglia e miglia». Un uomo, una donna, sliding doors che si aprono e si chiudono nello sfiorarsi di un attimo, per sempre. Stavolta però non è la Cina, siamo negli Stati uniti, nuvole chiare e cieli infiniti, le ragazze dei bar con sul grembiulino il nome, Betty, Lizzie, Beth, stessa fatica, stesso vivere di mance. New York, Memphis, Las Vegas, una corsa tra le geografie di un orizzonte altro che è trama di perdite e sentimenti negati. Ma l’America di Wong Kar-wai ci piace di più di quella di Lars von Trier, è l’America del cinema amato la sua, un po’ Wenders un po’ Sophie Calle, i bar di Hopper e gli accordi di Ry Cooder, nella corsa però capita anche di perdersi… My Blueberry Nights, «Le notti color mirtillo», piangendo l’amore che ti ha lasciato a bocconi di torta che non vuole nessuno, resta intatta sempre a fine serata un po’ come te. E via a macinare chilometri cercando un’altra vita per poi scoprire che l’avevi già davanti, a distanza di un bancone di bar. Un ragazzo bellissimo che si chiama Jude Law e quando bacia Norah Jones insieme a lui protagonista di questa avventura, addormentata, la prima volta nel bar, uomini e donne balzano sulla sedia …
Wong Kar-wai, il presidente di giuria della passata edizione è di nuovo sulla Croisette in gara, a lui l’inaugurazione del festival che celebra i suoi senssant’anni, il primo della «nuova» era Sarkozy. La differenza a dire il vero finora non si vede, Cannes è città di destra da sempre, forse sono solo più tronfi, i cannensi e gli altri francesi, infine appagati e ben rappresentati dal signore che tanto piace nei quartieri alti.
Anche Wong Kar-wai è lo stesso ragazzo con gli occhiali neri, inseparabili da entrare nella leggenda. Li tiene sempre, fuori dall’occasione pubblica, nelle interviste, la notte alle feste, dinoccolato e sorridente … Così come sono gli stessi i suoi «eroi», uomini e donne nel gesto spesso mancato della vita. Racconta Wong, ormai «creatura» francese (la produzione lussuosa è Studio Canal) che My Blueberry Nights è nato dal desiderio di fare un film insieme a Norah Jones. «La sua voce è molto cinematografica, la ascolti e accade già qualcosa». Pure se nel film Norah Jones, musicista Blue Note superpremiata e ascoltata non canta. «Volevo che il pubblico la vedesse solo come attrice, percepisse la sua bravura senza pensare alla star musicale». I tre, Wong Kar-wai, Norah Jones, Jude Law sembrano molto affiatati, si guardano sorridenti, con complicità. Wong racconta aneddoti su Norah Jones, di quando aveva paura di piangere e poi all’improvviso ha regalato alla macchina da presa delle bellissime lacrime, o del primo ciak con la voce (lo dice lei questo) che non usciva dall’emozione.
«My Blueberry Nights» viaggia in tutti gli Stati uniti, però vediamo pochissimo dell’esterno, è quasi come se lei volesse evitarlo.
Non vedo My Blueberry Nights come un road movie, la sfida principale del film per me era la lingua, il fatto cioè di girare in inglese che non è la mia lingua materna. Volevo evitare l’esotismo che spesso si trova nei film di registi stranieri sulla Cina. Per questo chiedevo continuamente un parere agli attori e alle altre persone della troupe. Prendiamo il bacio tra Norah e Jude: è una cosa diversa nella cultura occidentale e in Cina.
Si può dire che «My Blueberry Nights» è una variazione sul suo precedente «In the Mood for Love»? Ritorna remixato anche il tema musicale …
Più che un remake direi che è il prolungamento di un cortometraggio che avevo girato come base per In the Mood for Love. Il personaggio di Lizzie era già stato scritto pensando a Norah Jones, era perfetta per quella parte. Sono andato negli Stati uniti, a New York, perché lei vive là e era là che dovevo girare … Il cortometraggio è diventato il primo capitolo di questa storia che racconta la distanza. Cosa significa essere vicini o lontani a una persona, all’inizio i due protagonisti , Jones e Law, sono vicinissimi però è soltanto quando lei arriva dall’altra parte dell’America che capisce che vuole essere lì, vicino a lui. È stato un film duro da girare, abbiamo lavorato in estate e in inverno, col freddo pungente, e anche usare il cinemascope non è stato facile. Però mi ha permesso di rendere le distanze e mi ha fatto sentire una grande libertà.
E sempre a causa della lingua che ha voluto scrivere la sceneggiatura insieme a Lawrence Block?
Ci sono tre capitoli diversi in tre diverse parti degli Stati uniti, come dicevo avevo bisogno di un confronto continuo. Nel lavoro davo una linea narrativa e Block scriveva. Ho avuto la fortuna di avere un grande cast, anche Block è stato molto disponibile. Non avevamo avuto troppo tempo per approfondire il capitolo a Memphis così è arrivato e abbbiamo riscritto alcune scene. Di solito non si lavora così negli Stati uniti, ognuno fa la sua parte. Per me è diverso, il set è come una famiglia, è molto importante avere dei buoni momenti insieme, mi fa sentire più libero.
Il personaggio di Jude Law è di Manchester, la sua ex- ragazza russa, è come se per lei l’America fosse un continuo muoversi anche da fermi.
New York è una metropoli immensa dove la gente viene da tutte le parti. Il protagonista non doveva per forza essere americano. È un ragazzo che sognava di diventare un campione, e ha mantenuto un’anima da maratoneta. Non corre ma è perseverante, attende senza sapere quale sarà la sua linea d’arrivo a differenza di lei che si sposta di continuo. È una metafora che mi piace, mi ha ispirato Rain Dogs di Tom Waits.

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