Dalla rassegna stampa Cinema

Intervista al regista Francesco Costabile

… entrare nella cinquina del David di Donatello è già un riscontro iniziale di rilievo. So che la sua genesi è strettamente correlata con il discorso su Pasolini……

D: E veniamo finalmente a Dentro Roma. Un corto, per quel che ti riguarda, dalla gestazione travagliata, ma che qualche piccola soddisfazione comincia a dartela: entrare nella cinquina del David di Donatello è già un riscontro iniziale di rilievo. So che la sua genesi è strettamente correlata con il discorso su Pasolini…

Quando dovevo girare In famiglia avevo letto il romanzo postumo di Pasolini “Amado mio”, ambientato in Friuli, che aveva scritto da giovane, e avevo ipotizzato di adattarlo. Poi ho rinunciato per motivi economici, e ho ripreso il progetto per il diploma; sono stato in Friuli due mesi a fare i sopralluoghi, ho cercato gli attori… ma poi mi sono tirato indietro, perché mi sono reso conto che le facce erano cambiate. Era un lavoro in costume, doveva essere ambientato negli anni cinquanta, ed era difficile rendere credibile quei personaggi con le facce di oggi. Ma prima di andar via mi successe un episodio interessante: vicino a dove dormivo io – una pensione per anziani – c’era una scuola per manovali frequentata da ragazzi minorenni romeni. Quando li ho visti ho pensato che erano loro, le facce che cercavo. Sono andato via dal Friuli con questa immagine, con questi bei ricordi dei ragazzi romeni, che ovviamente non potevo utilizzare per motivi burocratici. Sono tornato a Roma e mi sono buttato in tutt’altro, perché non volevo pensare a Pasolini. Parallelamente, però, mi ero riletto Ragazzi di vita e avevo cominciato a scrivere la storia di questo marchettaro, ho iniziato a documentarmi, scoprendo che la maggior parte dei marchettari sono romeni…insomma, sono tornate un po’ di cose. All’inizio Dentro Roma doveva essere la storia di due romeni, poi invece si è scelto di raccontare l’incontro tra un italiano e un romeno…in sostanza, il corto nasce da “Amado mio”.

D: Quali film di Pasolini ti hanno influenzato maggiormente?

Non riesco a fare una distinzione, non lo so. Pasolini non lo giudico dalle singole opere, la sua opera è un unico corpus, come la sua stessa vita. Poi è logico che sia affezionato ad Accattone e Mamma Roma, dove ha espresso di più la vita, come nella trilogia, anche se in modo più filtrato. Ma mi piace molto anche Teorema…

D: Visti i tuoi lavori precedenti, l’inquadratura iniziale appare una precisa dichiarazione di intenti: cimentarsi con spazi ben più aperti; il campo lungo iniziale, con la macchina che arriva, inquadra la maggior porzione di mondo possibile. La cosa torna poi molte altre volte, quando ti trovi al chiuso, nella fabbrica quasi vuota…

È stata una sfida. Recuperare la mia maniera di inquadrare in un nuovo contesto, all’aperto, dando la stessa idea di dispersione, di claustrofobia, ma con gli spazi aperti.

D: Cos’è per te il realismo?

Il realismo sta nell’emozione. Se riesci ad emozionare in qualche modo hai raggiunto il tuo obiettivo ideale. Può essere reale, anzi deve essere reale, anche un concetto completamente astratto, deve riuscire ad emozionare e quindi essere vero…

D: Cosa ti interessa maggiormente oggi del mondo esterno, da rappresentarlo anche in chiave stilistica? Abbiamo due protagonisti che si trovano in situazioni per certi versi non dissimili rispetto ai lavori precedenti, la loro situazione non cambia nonostante si trovino all’esterno; allora perché questo cambio di collocazione?

Mi interessa scovare un po’ di vita tra tanta morte, la ierofania, l’apparizione del sacro, il fiore che nasce dal cemento… In questa epoca il contrasto è più forte, è tutto cemento.

D: Ci sono molte infrastrutture nel film, che continuano ad imprigionare i protagonisti. Curioso come i tuoi titoli (In famiglia, In corpe, Dentro Roma) suggeriscano sempre un involucro, fisico o mentale, sinonimo di chiusura. Ed è paradossale che la storia si ripeta con le geometrie della Capitale. Ma qui c’è anche il mare…

Il mare rappresenta una lotta, la lotta della natura contro le case, contro il cemento.

D: Visivamente parlando le infrastrutture sembrano la differenza maggiore rispetto alla Roma pasoliniana… e i borgatari escono molto dal loro mondo, forse con Pasolini ne erano prigionieri…Roma resta comunque un grande agglomerato di province, uscire è come andare in missione…

I ragazzi di vita odierni sono abbastanza svegli, penso che in loro il sogno consumistico sia molto forte, e quindi si amalgamano, si camuffano bene da romani… più da coatti, che da romani. Gente con forti contraddizioni, che magari vive nelle baracche ma si compra le scarpe da 150 euro, contraddizioni tipiche della loro età. All’epoca di Pasolini forse non c’era ancora una così spiccata corsa al consumismo, all’apparenza, e questa è una differenza sostanziale. Oggi questa bulimia consumistica può incattivire, farsi pericolosa.

D: Narrativamente parlando, mi interessa che in Dentro Roma ci sia un tradimento; il ragazzo romeno usa quello italiano, e con lui il sentimento che prova… un’ ulteriore affermazione di impossibilità di amare, dopo La sua gamba e In corpe, forse in un contesto più reale…

Lui tradisce, ma in realtà vive questo tradimento su se stesso. Tradisce se stesso. In sceneggiatura era proprio come dici, lui doveva essere uno che usava l’italiano per interesse, però nel film c’è anche un’indubbia attrazione fra i due. È un tradimento di tipo razionale, emotivamente tradisce se stesso.

D: Come se qualcosa di negativo avesse avuto il sopravvento …

Il sopravvento lo prende l’incomunicabilità, il non riuscire a rendere esplicito e fisico qualcosa che provano entrambi. Forse non ne sono coscienti oppure sì ma non ne hanno le forze, il coraggio. Un’ incapacità affettiva che molta gente si porta addosso, a volte per sempre, rendendoli incapaci di amare. Tra due uomini, forse, questa incapacità è ancora più forte. La cultura ci è entrata dentro ed è molto difficile divincolarsene.
D: Come in certi melodrammi di Wong Kar-wai, dove puntualmente ci si innamora della persona sbagliata…

Dentro Roma in questo senso continua a essere un rapporto di relazione non compiuta.

D: E con qualcosa in più, forse: la mercificazione di una componente inscindibile dell’amore quale il sesso, proprio come si vedeva ne L’armadio. Sembri però ancora abbastanza reticente a mostrarlo con la macchina da presa…

Ne L’armadio c’era una scena di sesso, ma l’ho tagliata, non mi piaceva. Non so, forse adesso non sono in grado di rappresentarlo al meglio. Ma sarebbe interessante sviluppare il tema del sesso come merce. Come in Canicola, quando la protagonista al termine di una serie di fellatio si ritrova in un centro commerciale. Lì c’è mercificazione del sesso, e negazione dell’amore, del rapporto umano.

D: In Dentro Roma, così amaro nelle sue conclusioni, viene da chiedersi se valeva la pena affrontare il mondo esterno con le sue contraddizioni, o piuttosto non restare “in corpe” o all’interno delle proprie ossessioni a fantasticare di qualcosa che non c’è?

No, no! Prima o poi bisogna uscire. In Dentro Roma c’è desiderio di conoscere. L’instaurazione di una relazione con il mondo. Che fa anche male, ma è necessaria. Forse stavo male anche per questo sul set… personalmente l’ho vissuta come un’esperienza travagliata, che non riuscivo quasi a gestire.

D: Parliamo dell’apparizione del travestito Mamma Roma, che dei riferimenti a Pasolini è quello più didascalico… come nasce questa visione?

Volevo creare delle pause ritmiche. E in alcuni momenti mi volevo divertire! Mi divertiva molto l’idea di questa mamma roma attorniata da romeni, mi affascinava. Volevo dare un’idea della prostituzione più gioiosa, festosa.

D: Mi parlavi del rimpianto di non aver colto appieno il protagonista italiano….

Nella sceneggiatura originale la fuga di Cosimo, il ragazzo italiano, era piuttosto articolata. Si doveva cogliere un’analogia con la figura materna, lo stesso male oscuro, la madre che cerca di preservarlo e coprirlo dal suo stesso male. Era sviluppato in maniera più narrativa rispetto al corto, che tende invece a suggerire con gli sguardi. Forse prima era più esplicito, ma credo passi ugualmente. Anche Perpignani, vedendolo, mi ha confermato questa impressione.

D: E adesso, Francesco? Arrivati a questo punto… a cosa stai pensando?

Adesso… mi piacerebbe fare un documentario. E vedere cosa succede, come va a finire. Più che l’argomento, mi interesserebbe trovare qualcosa o qualcuno che mi affascini. E poi seguirlo. Uno studio. Come la fase del lavoro di Dentro Roma che mi ha dato più soddisfazione, il lavoro di documentazione. Quella fase mi ha trasmesso un’intensità che sul set non sono riuscito a ritrovare. E avverto la necessità di rendere immediata un’emozione che, invece, il lavoro di ricostruzione ti distrugge.

D: Ma che può gratificare, in un secondo momento…

Dopo un po’ di tempo sì. A patto di dimenticare tutto quello che hai perso per strada…

da http://www.zabriskiepoint.net/

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.