Dalla rassegna stampa Cinema

Leonida e Serse all'assalto delle produzioni del cinema

Termopoli high-tech Esce venerdì nelle sale italiane il film «300» di Zack Snyder che ha sbancato i botteghini americani con i suoi effetti digitali pur snobbato dalla critica

New York «Un film violento come Apocalypto e doppiamente stupido». Questa citazione della recensione di 300 firmata dal critico del New York Times A.O. Scott, sta rimbalzando ovunque da quando il film di Zack Snyder è diventato un caso – ed è una citazione che potrebbe diventare un boomerang.
Realizzato con un budget relativamente basso per un film storico d’azione (60 milioni di dollari), questo adattamento dalla graphic novel di Frank Miller, immaginata sullo sfondo della battaglia delle Termopili, sta sbancando i botteghini Usa (127 milioni in due week-end) e facendo parlare di sé non solo per il suo successo inaspettato (le proiezioni del week-end d’uscita lo davano a 30 milioni, ne ha incassati più di 70) ma anche per il suo impatto a più livelli. Intanto quello politico: dopo le lamentele ufficiali da Tehran, per quella che sarebbe una rappresentazione negativa di Serse e delle sue truppe (orde barbariche di guerrieri scuri di pelle, dotati di denti limati come chiodi e accompagnati da nani, giganti, rinoceronti, elefanti – il loro condottiero un cestista effeminato, tra Grace Jones e Ru Paul), negli States si sta cercando di decidere se Leonida e la sua ostinata ossessione per le guerre (anche quando sono perse) sia o meno George W. Bush. O se l’America imperialista non stia invece nel possente esercito di Serse, deciso a conquistare il mondo. C’è già chi ha paragonato gli spartani che non mandano rinforzi a Leonida ai democratici del Congresso che non vogliono finanziare le truppe in Iraq, e chi ha scritto che il successo del film (gettonatissimo vicino alle basi militari) è dovuto alla guerra, perché lo spettacolo del sacrificio di Leonida motiverebbe i soldati a Baghdad (1). Ossessivamente fedele alle immagini e ai testi di Miller, in tutta la loro pomposa, sanguinaria, monumentalità, 300 è in realtà meno interessante per la sua politica che per il suo effetto. Salvandosi dal ridicolo di battute come «solo le donne di Sparta danno alla luce veri uomini» o «la libertà non è gratuita» perché, con i suoi grovigli di corpi che sembrano scolpiti in una palestra losangelina, i viraggi bronzati, e i cieli eccessivamente minacciosi, 300 ricorda più il camp di un vecchio peplum di ogni altra cosa, il film ha generato a Hollywood un’eccitazione per via delle possibilità che rappresenta. Come Borat, 300 (meno noioso di Troy, meno surreale di Alexander) indica l’ipotesi di una nuova via a un’industria che vive nel terrore di essere obsoleta o quasi. Realizzato senza attori famosi (ma il protagonista, Gerard Butler, sarà Snake Plissken nel remake di Fuga da New York), combinando le possibilità visive del fumetto e del videogame in una serie di set realizzati solo digitalmente, 300 è la soluzione per tagliare i costi del cinema d’azione e svecchiarlo allo stesso tempo (Sin City e Sky Captain and the World of Tomorrow erano due precedenti di digitalizzazioni del décor).
Il suo successo potrebbe anche servire a rilanciare il rating R (vietato ai minori di 18 non accompagnati) sgravando certo cinema di genere dall’ossessione per il PG13 e per gli attori di serie A. La sua qualità pittorica ricorda l’uso selvaggio degli effetti speciali del cinema estremo di Hong Kong (Tsui Hark, per sempio) o di un oggetto di avanguardia giapponese come Casshern. E qui l’immaterialità del digitale invece di essere sgradevole funziona, forse perché in contrasto così radicale con l’effetto 3D dei corpi (omoerotico e omofobico, 300 è visibile anche in una versione Imax tridimensionale).
In ultimo, 300 potrebbe avere un effetto sui critici. Interessante a questo proposito l’editoriale del direttore di Variety Peter Bart sull’ultimo numero della rivista, intitolato, La grande sconnessione: critici e cultura popolare. Citando lo «sdegno» di Scott nei confronti di 300, cui faceva eco quello di Kenneth Turan, del Los Angeles Times, Bart faceva notare come i recenti successi di botteghino Usa (Snyder più Ghost Rider, Norbit e Notte al museo) siano stati stroncati dalla critica. Di qui la sconnessione con il pubblico. Non tanto, sostiene Bart, perché un giornalista non abbia il diritto di fare a pezzi un successo di cassetta ma perché, secondo lui, l’establishment critico film così non li prende in considerazione per principio.

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