Dalla rassegna stampa Cinema

Borat: in tv un genio, al cinema una noia

Il personaggio del reporter kazako creato da Sacha Baron Cohen per l’«Ali G. Show» era perfetto. Ma dilatati in un film i suoi servizi non fanno più ridere

Eccolo qua, il caso comico del 2006: Borat, regia di Larry Charles, idea e interpretazione di Sacha Baron Cohen nei panni del reporter kazako Borat Sagdiyev in viaggio negli States, qui da noi con la voce di Pino Insegno. Un finto reportage in cui Cohen vorrebbe sfottere contemporaneamente la decadenza morale del Kazachstan post-sovietico e la stupidità diffusa degli Usa di Bush. Risultato? Il vostro guardone cinematografico di fiducia ha riso sì e no due volte in un’ora e mezza ed è uscito distrutto dalla sala. Borat ci è sembrato rozzo e infinitamente noioso, e attenzione: amavamo assai il televisivo Ali G Show dove il personaggio di Borat è nato. Ma le macchiette televisive non reggono la dimensione-film esattamente come i conduttori tv non diventano, salvo eccezioni (Takeshi Kitano, altra categoria), attori cinematografici. I «servizi» di Borat, dentro Ali G Show, duravano pochi minuti: dilatati a film, vengono minati da quella stessa caratteristica che dava loro forza in tv, la ripetitività. È come se Aldo Giovanni & Giacomo avessero costruito un film sulle scenette della Tv Svizzera contenute in Mai dire gol: essendo italiani li avremmo massacrati, perché ora dovremmo genufletterci davanti all’inglese Cohen?
Ma il problema è anche altrove. Borat nasce come miccia per far esplodere, con la sua innata rozzezza, il perbenismo britannico, del quale Cohen – ebreo inglese che nei suoi personaggi si finge a volte nero a volte kazako, e sempre antisemita – è un geniale fustigatore. Ora Borat si trasferisce in America e il sottotitolo del film recita «Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan». Posto che del vero Kazachstan – come si dovrebbe scriverlo – Cohen & soci non sanno nulla e nulla loro importa, altrimenti non l’avrebbero immaginato come un pezzo fetente di ex Jugoslavia alla Kusturica, prendiamo sul serio il sottotitolo e vediamo quale America esce dal film. Arrivato a New York, Borat gira i suoi reportage importunando gente sul metrò e intervistando improbabili maestri di umorismo e bon ton, finché vede una puntata di Baywatch e parte per la California a chiedere la mano di Pamela Anderson. Lungo il viaggio, incontra rapper neri che gli cambiano il «look» abbassandogli il cavallo dei pantaloni, predicatori pentecostali esaltati, spettatori di un rodeo che lo fischiano quando storpia l’inno americano, prostitute dal cuor d’oro, razzisti fottuti che disprezzano quanto lui i gay. E questo sarebbe il risultato di uno «studio culturale» politicamente scorretto sull’America? Nulla che non si sia visto in documentari (veri) e in film di finzione, da Louis Malle a Roger Moore, da True Stories di David Byrne a Una storia americana di Andrew Jarecki. Il tutto inficiato da una candid camera visibilmente finta (e paradossalmente «smascherata» dalla candidatura all’Oscar per la sceneggiatura) che rende il film fasullo, oltre che prolisso. Per Cohen, al secondo film (il primo, Ali G Indahouse, era molto migliore e non lo vide nessuno), è una consacrazione mediatica che confina pericolosamente con l’azzeramento del potenziale di «eversore» televisivo.

Visualizza contenuti correlati


Condividi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.