Dalla rassegna stampa Cinema

FASCISTI SU MARTE - Guzzanti e il «me ne frego!» cinematografico

… I sassi sono visti come «vasi di pietra colmi di semitismo comunista», sono «omosassi», cioè pederasti, «pedofagi»,…

FASCISTI SU MARTE. UN’OPERA LETTERARIA SULLA FALSA RIGA DI GADDA  DI LUCA MASTRANTONIO
Il comico non voleva fare un film, e a volte si vede. Un bell’esperimento che è un’occasione mancata. Soprattutto perché dietro c’è un produttore come Procacci

Riuscire con italo ingegno a cavar sangue dalla pietre ma non volerlo, o poterlo, distillare in un prodotto cinematograficamente potabile, è davvero un gran peccato. Una sublime fesseria. Quella, appunto, di Fascisti su Marte, opera umoristica, a più livelli donchisciottesca, versione “Lost in la Mancha”, in quanto, non solo, ma intanto, nata da una minifiction televisiva ideata, interpretata e condotta da Corrado Guzzanti, interrupta dall’editto bulgaro di berlusconiana memoria, ossia con la fine ingloriosa della trasmissione – un po’ ingloriosa, rispetto ad Avanzi e derivati – Il caso Scafroglia, e ripresa, in tempi successivi, non meno sospetti, dal medesimo comico con laborioso e indefesso spirito da dopo-lavoro attoriale. Ovvero con un manipolo di per lo più, o meno, comunque anche, non attori, tra cui il giornalista Andrea Purgatori e l’autore Rai Andrea Salerno che si sono ritrovati, per quattro anni, in una cava di tufo alla Magliana e hanno continuato le gag che i telespettatori orfani di Fascisti su Marte avevano reclamato a furor di mail. Con i più consumati Lillo Petrolo e Marco Marzocca, oltre ad Andrea Blarzino, si compone la squadraccia – è il caso di dirlo – di fascisti che, guidati dal gerarca Barbagli, ossia Guzzanti, «con un moschetto e un me ne frego dentro al cuor», prova a trasformare il pianeta rosso, e va da sé anche bolscevico, in Luna nera. Mentre l’altra, quella bianca, cara ai poeti, è qualcosa come un «astro romantico caro ai sodomiti».
I fascisti su Marte inscenano un scontro di civiltà. Anzi, di regni. Quello fascista e quello minerale. I nemici, su cui si fonda qualsiasi dittatura imperiale, sono i sassi. Da cui Guzzanti – da genio quale è della parola e della sua traduzione gestuale e facciale, quasi che il suo volto avesse un’arte prossemica – riesce a cavare letteralmente il sangue, con pugnali nelle reni e affilati giochi di parole. I marziani, infatti, sono sassi a forma di uovo che popolano il suolo di Marte. La loro refrattaria e mineraria immobilità viene presa per una forma di beffardo e offensivo pacifismo che i fascisti raggirano con un falso attentato ai danni del Duce che scatena la guerra. I sassi sono visti come «vasi di pietra colmi di semitismo comunista», sono «omosassi», cioè pederasti, «pedofagi», cioè mangiatori di bambini, ma soprattutto, «anglosassi», ossia figli della Perfida Albione: «Mentre loro – gli inglesi – nudi cacciavano marmotte, noi in Italia si uccideva Cesari», dice orgoglioso Barbagli. L’unico che rimarrà sul suolo rosso, mentre gli altri, diventati anti-fascisti, comunisti, voltagabbanisti, per lo più scapperanno con le donne Amazzoni – allegoria degli alleati – che invadono Marte.
Alla fine Fascisti su Marte rimane un esperimento unico nel panorama italiano di questi anni, però un Ufo involontario, ossia un prodotto per la televisione uscito dalla televisione, divenuto film per interessamento di Domenico Procacci, della Fandango, e in atterraggio, prossimamente, distribuito in qualche decina di copie, nelle sale italiane. Dove i tanti fan di Guzzanti andranno a suggere dal suo verbo ipertrofico, a suo modo letterario. Lavorando sui cinegiornali fascisti e altro materiale, Guzzanti ha fatto qualcosa di simile Eros e Priapo dell’ingegner Carlo Emilio Gadda, esilarante resoconto e controcanto dell’Italia fascista attraverso il caleidoscopio della retorica di regime, tra riferimenti sessuali e linguisticamente leziosi, incentrata sul culto del Duce, il «pirgopolinice mascelluto» che tutte la Magdalene «volevano invulvarsi».
Nella lingua fascistoide di Guzzanti, più maccheronica che satirica, fare il gesto delle corna è «rimbalzare una bovina allegoria», mentre il frigo è una specie di «gelata cambusa frutto della pescheria italiana», e ancora, la gruviera, che il suolo di Marte ricorda, è il «celebre formaggio neutrale», o ancora Paolo Conte, autore di Onda su onda, umiliata in Onta su onta, è un «sinistrorso astigiano». E via maccheroneggiando, tra «miracoli marziani», prese in giro del Caf e del poliziotto di quartiere.
Ecumenico, anzi, «panlateranense», verrebbe da dire, è stato Guzzanti durante l’improvvisata e informale, e un po’ beat e un po’ fantozziana, conferenza stampa, ieri, all’Auditorium di Roma. Gli hanno chiesto di fare un’imitazione di Veltroni, ma lui ha detto di non sapere «nulla di questa polemica con Venezia», dove pure fu presentata un’anteprima di Fascisti su Marte. «Mi hanno fregato», scherza, non spiegando perché ha accettato di presentare i film. L’impressione è che si volesse liberare al più presto da questa ossessione. O non averla avuta mai. «Non avevo nessuna pretesa di fare un film, poi però è entrato in scena capitan Procacci e ne abbiamo fatto un film. Non credo che ci andrà molto pubblico. La prossima volta vorrei partire da una sceneggiatura. Forse torno in teatro, intanto non muoio dal desiderio di tornare in tv». Come diceva Italo Calvino, nella celebre prefazione al Sentiero dei nidi di ragno: si è artisticamente liberi solo prima del primo libro. E il primo libro non andrebbe scritto mai.
Fascisti su Marte ha il respiro corto degli sketch, montati comunque con ottimo ritmo. Sul pianeta cinema italiano, creativamente in rosso, è una bella boccata d’aria fresca, ilare, esilarante. Peccato che il fiato bastasse per dire solo un sonoro “me ne frego!”.


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