Dalla rassegna stampa Cinema

Bertolucci «Pasolini fa ancora paura»

«Trovo interessante riproporre oggi il fantasma di Pasolini, che il suo spirito si possa riaffacciare nelle nostre stanze, per farci un po’ paura, e un po’ arrabbiare». Giuseppe Bertolucci spiega così l’idea alla base di Pasolini prossimo nostro…

VENEZIA
«Trovo interessante riproporre oggi il fantasma di Pasolini, che il suo spirito si possa riaffacciare nelle nostre stanze, per farci un po’ paura, e un po’ arrabbiare». Giuseppe Bertolucci spiega così l’idea alla base di Pasolini prossimo nostro, il documentario che ripropone l’intervista rilasciata dal poeta e regista nel 1975, a Gideon Bachmann, presentato alla Mostra in anteprima mondiale come evento speciale nella sezione Orizzonti. Per Bertolucci, impegnato negli ultimi anni anche come presidente della Cineteca di Bologna «Pasolini continuerà a fare paura finché la cultura italiana resterà sorda al grido d’allarme che ha lanciato». Quello che l’autore di Segreti segreti definisce «un distillato del pensiero, dell’umanità e della personalità di Pasolini» è offerto dal suo documentario, in cui viene presentata, rimontata, l’intervista rilasciata dal poeta, nel giugno 1975, pochi mesi prima della sua morte, a Gideon Bachmann, durante le riprese di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Accompagnando la conversazione con foto della lavorazione del film, Bertolucci fa rivivere di Pasolini tutta la calma disperazione, il pessimismo, il giudizio netto sulla nuova generazione, la critica al consumismo imperante, e le sue idee, attualissime, sul mondo che ci avrebbe aspettato.
Per Bertolucci, i ragazzi di oggi, che non hanno di Pasolini un ricordo diretto, dall’intervista possono trarre «tutto il fascino della sua presenza, della sua voce, che era mite e screziata, indimenticabile. Le sue idee poi sono ancora oggi uno dei grandi antidoti a ciò che ci fa più soffrire, il pensiero unico, che ammazza le diverse identità culturali – aggiunge – . C’è anche un curioso destino familiare che ci lega a Pasolini – spiega -: mio padre è stato il suo primo editor, Bernardo è stato il primo assistente alla regia in Accattone. Io di lui ho il ricordo di una persona molto mite con un profondo tratto di malinconia. Un’idea che conoscendolo e soprattutto dal suo lavoro attraversato da una “disperata vitalità” veniva smentita». Del poeta, il regista ricorda anche «il modo in cui si vestiva. Voleva piacere ai ragazzi che gli piacevano, che erano ragazzi di borgata, quindi sceglieva cose un po’ buffe, grandi camicie, colori accesi». Curiosa anche la genesi del film: «L’idea è venuta a Enrico Lucherini e la prima versione della sceneggiatura l’ha scritta Pupi Avati».
L’influenza di Pasolini, Bertolucci l’ha sentita forte anche nel proprio lavoro se per vie non sempre evidenti: «Ad esempio in Berlinguer ti voglio bene, c’era la voglia di colpire il pubblico attraverso una grande libertà nel linguaggio». Il regista cinquantasettenne sta vivendo ora però un momento di forte distacco dal fare cinema: «Più che una crisi vocazionale, ho una perplessità di fondo, è come se il mestiere di cineasta appartenesse a un altra epoca come i lavori che scompaiono, tipo il sellaio – dice sorridendo e con un po’ di malinconia -. Credo che il lungometraggio, la forma film, abbia imboccato una strada di inesorabile declino, un po’ come quello che è successo con l’opera lirica». In questa fase trova più stimolante il teatro: «Sto per portare in scena The Good Body, nuovo testo teatrale di Eve Ensler, l’autrice di I monologhi della vagina».

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