Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia celebra David Lynch "Guardate i miei film col cuore"

“Ho una strana sensazione: ieri avevo 19 anni, oggi ho già una carriera alle spalle”

Leone alla carriera per il regista Usa
Alla Mostra il suo “Inland Empire”
“Non mi sono mai spiegato il successo di Twin Peaks in tanti paesi, non mi ricordo neppure perché lo feci”

VENEZIA – «Sono onorato, è un premio che viene da un festival che celebra il cinema. Ma ho una strana sensazione: ieri avevo 19 anni, oggi ho una carriera alle spalle», dice David Lynch a proposito del Leone d´oro alla carriera, che ha ricevuto ieri alla presenza di Croff e di Muller («Ci sono registi speciali, Lynch suona lo Stradivari»). Introdotto dall´attrice Laura Dern come «un uomo straordinario, sul set infonde un coraggio che ti porti dentro nella vita», accolto da una standing ovation, Lynch ha ringraziato in volonteroso italiano, parlando del cinema come «linguaggio bellissimo. Auguro al cinema lunga e felice vita».
Laura Dern è la straordinaria protagonista di Inland Empire, l´ultimo atteso film di Lynch presentato ieri fuori concorso che uscirà in Italia all´inizio del 2007 targato Bim. Una devastante ricerca di identità? Una metafora dei sogni virtuali di Hollywood? Un sublime intreccio tra realtà, memoria e fantasia in tempi e spazi che si sovrappongono? Fate voi. Così è il senso delle risposte del regista alla richiesta di chiarimenti logici sul film. Gli sfugge solo qualche parola sul titolo. «A Los Angeles c´è un “Inland Empire” e all´interno della zona c´è Pomona di cui si parla nel film. Ma c´è anche, all´interno di ciascuno di noi, un mondo ricco e prezioso come un impero».
L´unico consiglio è quello di «guardare il film seguendo gli stimoli della ragione e quelli dell´emotività, il pensiero e il cuore, che insieme portano all´intuizione personale di ciascuno. Non bisogna avere paura dell´intuizione, vale più del cuore o dell´intelletto da soli, è l´unica cosa che ci fa entrare nel mondo di un film e di averne una percezione, ciascuno la sua, che supera i limiti delle parole». Se il film non ha una struttura logica riconoscibile, «non l´ho fatto volutamente. E´ stato come un flusso cominciato scrivendo una prima scena, che ne richiama un´altra e un´altra ancora, lo stesso percorso delle riprese, le idee si modificavano ogni giorno, per questo avevo bisogno di attori capaci di seguirmi senza chiedersi perché. Io ho sempre l´impressione che un film esista prima di essere fatto, io devo solo mettere insieme i pezzi, i volti, le parole, i suoni, gli spazi, come in un puzzle. E penso che sia così per tanti eventi della vita privata. Anche per me la comprensione è sempre un´astrazione che viene dall´intuito».
«David è abilissimo nel non dire molto agli attori, ma proprio per questo tutti sognano di lavorare con lui, perché ti regala la sensazione di costruire insieme qualcosa che nasce giorno per giorno», dice Justin Theroux, altro interprete del film, mentre Laura Dern ammette allegramente di aver «interpretato tante diverse personalità, ma non ho mai capito chi ero veramente. E credo che non lo capirò neanche vedendo il film. Sarei felice se una volta mi coinvolgesse in una storia convenzionale come “Cuore selvaggio”, ma con lui sono pronta per qualunque viaggio».
Gli ultimi «viaggi» esplorano Los Angeles, che Lynch ama moltissimo: «Sono partito da Filadelfia in Pennsylvania, una città buia e tetra, un inferno. Quando sono arrivato la prima volta a Los Angeles era sera avanzata eppure c´era ancora tanta luce, è come se fossi arrivato in paradiso. E amo le notti, quando si diffonde un profumo antico di gelsomino che mi riporta nel passato, nell´epoca d´oro di Hollywood». Sull´astrazione di Inland Empire, non rifiuta un confronto con “Twin Peaks”, anche se «non mi sono mai spiegato il successo di quella serie in tanti paesi del mondo. Non ricordo neppure bene perché lo feci, so che non farò mai più televisione. E dopo aver fatto Inland Empire in digitale, so che non tornerò più alla pellicola. Che è bella, è stata bella per cent´anni, ma si sporca, si graffia, il tempo la rovina e girare in pellicola è faticoso e pesante, richiede troupe numerose. Il digitale è leggerezza e mobilità, un sogno. Però il cinema è un universo, c´è spazio per tutti, per ogni tipo di storia, e c´è spazio per i tanti che racconteranno usando la pellicola».
Inevitabile il tema della meditazione trascendentale, su cui Lynch interverrà a Roma (l´8) e a Milano (l´11). «La pratico da 33 anni, all´inizio credevo fosse una perdita di tempo, finché è arrivata l´estasi, è stato come un tuffo all´interno di me stesso, una caduta libera come in un ascensore a cui si tagliano i cavi. La mia vita, la creatività, le energie, tutto è migliorato, io sono diventato una persona migliore. Ed è anche dalla meditazione che viene un film come Inland Empire».

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Un Lynch incomprensibile

IL FILM

Sogni e realtà in un racconto misterioso

PAOLO D´AGOSTINI

VENEZIA – Andrebbe messo in palio un premio in più. A chi sa raccontare il film di David Lynch Inland Empire, fuori concorso perché il regista è il Leone alla carriera di questa edizione. Chi ha capito la trama? L´adorato regista di “Una storia vera”, di “Cuore selvaggio” e “Velluto blu” (dagli ultimi due proviene la protagonista Laura Dern), in Italia anche per tenere a Roma e Milano (8 e 11) due conferenze per parlare della sua fondazione «per l´istruzione basata sulla coscienza e per la pace nel mondo», ha sadicamente messo a disposizione della stampa tre righe: «Una vicenda misteriosa, un mistero di mondi che racchiudono altri mondi, si svolge intorno a una donna, una donna innamorata e nei guai».
Laura Dern è un´attrice che si accinge a interpretare un film, Jeremy Irons è il suo regista, Justin Theroux il suo partner, l´impassibile Harry Dean Stanton ha l´aria di esserci solo come feticcio. Incubi dentro altri incubi. La realtà mischiata e confusa con la rappresentazione e la fantasia, la vita e il cinema, la verità e la finzione senza più confini divisori. Troppo banale? La parola, l´unica che Lynch più beffardo e sornione che mai spende con generosità è «mistero». Qualche volta alternata a «ignoto». E, evocando l´esperienza dell´ascolto musicale, invita a mettere in azione l´intuito, abbandonarsi, anzi «lasciarsi penetrare dal film». Ok, facciamoci e fatevi ciascuno il proprio film, però l´ammirazione per questi 180 minuti di indomita indole sperimentale non ci impedisce di rimpiangere “Mulholland Drive” altrettanto oscuro ma più affascinante.

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