Dalla rassegna stampa Cinema

Superman, icona Usa o gay?

…Bryan Singer, che per poterlo dirigere ha rinunciato al terzo episodio della saga di X-Men. «Avrei voluto poter fare entrambi i film, avrei voluto dividermi in due, ma non è possibile ed il progetto di riportare sul grande schermo Superman era il mio antico sogno, non potevo rinunciarvi. Quando …

KOLOSSAL Con effetti speciali straordinari da 300 milioni di dollari e un protagonista scelto perché somiglia all’indimenticato Reeve, «Superman ritorna» in sala a settembre: impedisce che un aereo si schianti su New York, salva i buoni, batte i cattivi…

È stato detto che il nuovo Superman è gay e che dovrebbe fare outing, che è una nuova rappresentazione (così di moda nella Hollywood del ventunesimo secolo) dei valori cristiani, è stato anche detto che racchiude un messaggio politico: è la forza e la potenza usata a fin di bene. Per alcuni, americani, Superman è dunque l’America.
«È naturale che accada. È un supereroe, è un’icona. Ognuno ci può proiettare qualsiasi messaggio. Ma soprattutto è il personaggio di un fumetto, uno dei più amati, senz’altro quello che io ho amato di più». A non dare spazio a troppo fantasiose elucubrazioni filosofiche è il regista di Superman returns (il quinto sull’eroe in tutina blu, se non si contano i cartoni animati e le serie televisive) Bryan Singer, che per poterlo dirigere ha rinunciato al terzo episodio della saga di X-Men. «Avrei voluto poter fare entrambi i film, avrei voluto dividermi in due, ma non è possibile ed il progetto di riportare sul grande schermo Superman era il mio antico sogno, non potevo rinunciarvi. Quando ero un adolescente guardavo il cielo dalla mia stanza e speravo di vederlo sfrecciare. Ero stato adottato, proprio come Clark Kent, speravo di poter essere come lui».
Il sogno di Singer si è dunque realizzato: non è diventato Superman ma di Superman ha potuto raccontare. Un progetto difficile, che si porta dietro un’eredità pesante, quella di Christopher Reeve, indimenticato e sfortunato attore che, nella memoria collettiva, è il volto del supereroe. «Per questo non abbiamo voluto rifare quel film, nessuno ne sarebbe stato in grado. Il nostro è un sequel, non un remake. Abbiamo raccontato un’avventura diversa, scene diverse, in questo modo anche chi conosce il precedente Superman potrà trovarsi a suo agio». Per dare continuità al film del 1978, è stato cercato e trovato un attore straordinariamente somigliante a Christopher Reeve: si chiama Brandon Routh, ha 27 anni, la faccia pulita e il fisico prestante del suo predecessore. «Eravamo convinti che i tratti dei personaggi non avrebbero dovuto distaccarsi da quelli originali e siamo stati fortunati a trovare Brandon. Appena l’ho sentito parlare ho percepito i valori tipici del Mid-West e di tutti gli ideali classici figli di quella cultura, che sono poi gli stessi ideali che abbraccia Superman».
Una grossa differenza, rispetto al primo film c’è, ed è rappresentata dagli effetti speciali, sensazionali, che hanno portato il costo della pellicola alla cifra record di 300 milioni di dollari. Nel film, che negli Stati Uniti uscirà a fine giugno e che in Italia arriverà a settembre, Clark Kent torna sulla terra dopo una lunga assenza. Cinque anni prima era tornato sul suo vecchio pianeta Krypton per riscoprire le sue radici e per allontanarsi da un luogo che era diventato per lui inospitale. La diffidenza della gente si era riassunta in un articolo scritto dalla collega Lois Lane, l’amore segreto del supereroe, interpretata oggi da Kate Bosworth, che titolava: «Perché non abbiamo più bisogno di Superman». Ora Kent, lo stesso ragazzone timido di allora (in questo davvero non è cambiato di una virgola) torna a lavorare come cronista al Daily Planet, ritrova l’amata collega ora madre di un figlio di cinque anni, ma non passa davvero molto tempo prima che sia costretto a indossare di nuovo la tutina blu e il mantello rosso ed essere protagonista di una delle scene più spettacolari (e costose) della pellicola: quella in cui è impegnato ad impedire ad un aereo e a uno shuttle di schiantarsi su New York. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale, spiega il regista: «Superman è sempre stato “preso a prestito” per rappresentare un qualche momento storico. Durante la Seconda Guerra Mondiale ad esempio era stato sfruttato dalla propaganda per tirar su il morale alle truppe. Ciononostante, nessuno si è mai sognato di mandarlo in Germania a sconfiggere i tedeschi e uccidere Hitler. Quello era un compito che veniva lasciato ai veri eroi, ai veri combattenti. Ci abbiamo pensato. Ad un certo punto, quando dovevamo decidere che storia raccontare, abbiamo anche discusso se mandarlo in Iraq o in qualche altro posto dove adesso davvero ci sarebbe bisogno dei superpoteri di Superman, ma lo abbiamo subito escluso. Abbiamo optato per un “cattivo classico” e altri disastri e criminali, lasciando i problemi reali al mondo reale».
A chi, fra i tanti fanatici della religione cristiana presenti negli Stati Uniti, vorrebbe far suo anche il mito di Superman, Singer risponde: «È innegabile che si possa trovare un’analogia giudaico-cristiana all’origine del mito di Superman. Il primo film era la storia di Mosè, con la famiglia che manda il figlio lontano perché cresca, faccia nuove esperienze e maturi. Anche nei film successivi è possibile trovare riferimenti alla tradizione cristiana, ma io non avevo in mente niente di tutto questo quando davo vita al mio Superman. Avevo in mente solo un ragazzino di tredici anni, adottato, che dalla sua stanza, con i suoi occhi azzurri, guardava il cielo e sperava di veder volare il suo eroe».

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