Dalla rassegna stampa Cinema

«Con Volver Il mio omaggio alla Loren»

Pedro Almodòvar arriva in gara a Cannes da gran favorito, accolto in sala da oltre dieci minuti di applausi, molto amato da pubblico e critica, molto atteso. . .

Cannes. Pedro Almodòvar arriva in gara a Cannes da gran favorito, accolto in sala da oltre dieci minuti di applausi, molto amato da pubblico e critica, molto atteso. Tornare, «Volver», come il titolo del suo film, dev’essergli costato non poco. Nel ’99 si aspettava di vincere la Palma con «Tutto su mia madre», un successone, ma la giuria di Cronenberg gli preferì «Rosetta» dei fratelli Dardenne e «L’Humanité» di Dumont. Lui la prese male, però non lo diede a vedere, e portò a casa in silenzio il premio per la regia. «Mi sono arrabbiato dopo, quando ho visto i film che mi avevano scavalcato» spiega ridendo. «Sapevo che Cronenberg era ostile a me e a David Lynch, e infatti ci ha tagliati fuori. Lynch del tutto, eppure il suo ”Una storia vera” era meraviglioso. Me, in parte. Era in suo potere farlo, va bene così. Ma c’è giustizia, a questo mondo: qualche mese dopo, ”Tutto su mia madre” vinse l’Oscar». Ora, nel facile gioco dei pronostici, molti pensano che il suo nuovo melodramma «Volver», pieno di donne straordinarie e di sentimenti struggenti possa conquistare il cuore del presidente di turno, Wong Kar-Wai, esperto di sentimenti e di passioni, e delle numerose signore della giuria, così come ha fatto con il pubblico spagnolo (9 milioni di euro d’incasso) e come si appresta a fare in Italia, dove è appena uscito in 300 sale, da vero blockbuster. «Volver» è un titolo denso di simboli, Almodòvar. «Sì, allude a molti ritorni. Sono tornato alla commedia, e all’universo femminile di ”Che cosa ho fatto io per meritare questo?”. Alla regione della Mancia che mi ha visto nascere, e alle mie attrici più care, Penelope Cruz e Carmen Maura. All’idea di maternità, che è alle origini dell’arte, e alla mia infanzia». Un bambino cresciuto in un mondo di donne. «Sono state la mia prima fonte di ispirazione, le sentivo cantare e raccontare storie terribili di suicidi e di fantasmi, ne avevo paura e ne ero allo stesso tempo affascinato. In questo film ho raccontato personaggi e luoghi della ”Spagna nera”, sordida, tragica, sinistra, trafigurati, però, grazie alla solidarietà luminosa che li attraversa». E ha messo al centro della storia un fantasma, il «fantasma» terreno e vitale di una madre. «Ho sempre ammirato la naturalezza con cui i miei compaesani parlano dei defunti e ne coltivano la memoria. ”Volver” è anche un omaggio ai loro riti sociali. Si dice, dalle mie parti, che i morti ritornino per regolare i conti in sospeso. La madre del film ha una missione di questo tipo da compiere. È viva, ma si comporta da ectoplasma per aiutare la vicina ammalata, figlia della sua antica rivale. Cerca di rimediare al male che ha fatto, è generosa e giusta. Sa che l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso sono qui, ed è qui che dobbiamo espiare, perché questa è l’unica vita che abbiamo». «Volver» non rimanda solo alla Spagna rurale, ma anche alla cultura pop degli anni Sessanta. «Sono cresciuto al tempo della sua massima vivacità, Andy Wharol e la sua factory erano i miei modelli. Mi piaceva l’idea che il consumo fosse considerato opera d’arte, e l’immagine di Doris Day con le sue cotonature d’acciaio e gli elettrodomestici pulitissimi, irreali, mi faceva impazzire. Fino agli anni Ottanta ho vissuto alla maniera di Wharol, fra travestiti e drogati, poi ho avuto l’intelligenza di allontanarmi quando il gioco è diventato pericoloso». Ha detto di essersi ispirato, per il personaggio di Penelope Cruz, alle maggiorate italiane… «Confermo: Penelope si rifà alla Sofia Loren della ”Ciociara” e del periodo ”napoletano”. Le mancava solo un po’ di sedere, glielo abbiamo messo ed era perfetta. Ma è l’unica cosa finta che ha. Il resto, il talento, saper piangere e ridere, è opera sua». Che cosa l’affascina delle maggiorate? «Erano il simbolo del cinema più bello del mondo. In quegli anni gli italiani hanno fatto cose straordinarie. Per questo è tanto difficile, oggi, tenere il passo». Chi le piaceva, a parte la Loren? «Anna Magnani: in ”Bellissima”, con la sottoveste nera, era l’immagine gloriosa ed epica della maternità. Poi Claudia Cardinale, Giovanna Ralli, Silvana Pampanini, la prima Bosé di ”Cronaca di un amore”, la sofisticata Valentina Cortese ed Elsa Martinelli, sofisticatissima. E Lorella De Luca, la Sandra Dee italiana, la Milo, le sorelle Orfei… Tutte, tutte». E il cinema hollywoodiano? «Ogni tanto mi tenta… Anche se ci ho pensato seriamente solo quando mi hanno offerto la regia di ”Brokeback Mountain”, il film sui cowboy gay».

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