Dalla rassegna stampa Cinema

DIECI ANNI DI CINEMA GAY

Vincenzo Patanè raccoglie in ‘L’altra metà dell’amore’ 215 recensioni di film a tematica omosessuale. Un tracciato utile per seguire il filo di una ricerca che deve ancora concludersi.

È stato detto che per un critico cedere alla tentazione di raccogliere in volume le proprie recensioni è atto narcisistico. Tanto per continuare il tono caustico si potrebbe aggiungere che per un critico gay, in quanto gay, questo atto è persino dovuto.

A ogni modo, se di vanità si tratta, quella di Vincenzo Patanè è senz’altro una vanità utile. Intanto perché sono pochi, pochissimi, in definitiva rari, gli studi italiani sull’argomento a cui il suo ultimo libro si riferisce, cioè al cinema con tematica omosessuale; poi perché è sempre curioso e stimolante rileggere recensioni con attenzione e sguardo nuovi, o imbattersi in alcune che non avevamo letto, o attraverso le stesse scoprire film che ci erano sfuggiti.

L’altra metà dell’amore-Dieci anni di cinema omosessuale (edito da DeriveApprodi, 303 pagine, 18 euro) è quindi una raccolta di 215 recensioni, già pubblicate su “Babilonia”, “Quaderni del circuito cinema” e sul sito “Terence”, fatta eccezione per una trentina di pezzi del tutto inediti. Tutte sono corredate da una scheda dettagliata dei film e da un giudizio di qualità. Il testo è strutturato in modo molto simile a un altro dello stesso autore, A qualcuno piace gay, del 1995, che ambiva alle stesse intenzioni; mentre nel 1999 Patanè continua con la stessa operazione aggiungendo un breve saggio, L’omosessualità nel cinema americano 1987/1998, al fortunato testo di Vito Russo (Lo schermo Velato, edito da Baldini&Castoldi), con l’obbiettivo di continuare a registrare tutti quei film americani che il critico italoamericano, scomparso prematuramente, non aveva potuto nemmeno vedere. Ma soprattutto aveva aggiunto un altro saggio, stringato ma importante per chi volesse addentrarsi in questo tipo di conoscenze, che è quella Breve storia del cinema italiano con tematica omosessuale, i cui studi sono soltanto all’inizio.

L’altra metà dell’amore è assai godibile e restituisce al lettore-spettatore con immediatezza la portata quantitativa e qualitativa, sempre crescente negli ultimi anni, dei film a tematica provenienti da ogni parte del mondo.

Nell’introduzione l’autore si sofferma su due questioni che risultano ostiche e ambigue e sulle quali c’è una speculazione critica in atto, spesso pretestuosa e fastidiosa. La prima è sulla legittimità di poter definire una cinematografia di “genere gay” soltanto sulla base di una tematica comune ai film e non, invece, su intenzioni programmatiche più sottili e complesse che dovrebbero comprendere anche il linguaggio cinematografico. La seconda è sulla definizione di “cinema omosessuale” il cui termine è del resto contemplato nel sottotitolo stesso del libro.

Patanè ricorda due teorie critiche parecchio avvincenti: la “theory of the look”, che risale agli anni settanta ed è sostenuta da Vito Russo stesso, secondo la quale per cinema omosessuale dovrebbe intendersi un cinema realizzato da registi gay e comprendenti film che, pur non trattando esplicitamente la tematica, abbiano uno sguardo e una sensibilità gay riconoscibili (ma se così fosse bisognerebbe escludere registi etero che abbiano affrontato nel loro cinema la tematica stessa); e la “queer theory”, esplosa nell’ultimo decennio, per la quale essenziale non è tanto l’orientamento sessuale del regista quanto molti altri fattori, che renderebbero più articolata e sfaccettata la realtà rappresentata sul grande schermo.

Il critico poi precisa che il libro non è sui registi ma sui film a tematica (onde per cui la dicitura “cinema omosessuale” nel sottotitolo potrebbe apparire fuorviante); allora non si capisce bene perché abbia incluso film come In the Mood for Love di Kar-Wai e Parla con lei di Almodóvar nei quali la tematica è assente ma che hanno (come il critico stesso sostiene) un evidente sguardo registico omosessuale, e abbia escluso registi come Amenabár che, pur non trattando direttamente la tematica, ha uno sguardo molto vicino agli altri due registi.

Comunque sia questo libro è un buon supporto nell’attesa di studi italiani che con maggiore audacia e libertà interpretativa affondino a piene mani su questa considerevole cinematografia. Un tentativo in tal senso è già stato condotto da Pier Maria Bocchi con il suo interessante Mondo Queer – Cinema e Militanza gay (edito nel 2005 da Lindau), mentre Lo schermo velato davvero non basta più.

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