Dalla rassegna stampa Cinema

Globe, trionfo per Ang Lee e i cowboy gay

I Golden Globe dopo il Leone d’oro. E da venerdì il film in Italia

I Golden Globe dopo il Leone d’oro. E da venerdì il film in Italia
Belli e gay, fenomeno cowboy

Un Leone d’oro (a sorpresa) a Venezia. E ieri anche i prestigiosi Golden Globe, a Los Angeles, anticamera degli Oscar. Signore & signori delle anteprime che assicurano di aver intriso di lacrime il fazzoletto. Spettatori in fila per l’esordio Usa. Decine di copertine e articoli che preannunciano l’evento: da venerdì prossimo «I segreti di Brokeback Mountain» può riscuotere nelle nostre sale il credito accumulato nei mesi di girotondo festivaliero. È vera gloria?
Il regista Ang Lee ha fatto il gran passo, decidendo di rovesciare come un guanto uno degli stereotipi più granitici dell’immaginario collettivo: lassù nel Wyoming, tra branchi di pecore e orsi col dentone assassino, gli aitanti protagonisti si sfilano appena possono i jeans per abbandonarsi alle delizie dell’amore gay. E pensare che dare del cowboy a qualcuno faceva risparmiare tanti giri di parole, che era comodo bollare un comportamento, una politica, una vacanza country, uno spot di sigarette o di abbigliamento con un epiteto così netto. Senza peccare di eccessiva malizia ci viene subito in mente d’immaginare lo stesso film sceneggiato, anziché sulla base del racconto «Gente del Wyoming» (ed. Baldini Castoldi Dalai), su quella di un fascicolo Harmony: è pressochè certo che, nel caso di un melodramma affidato ai pacifici (?) ruoli di maschio e femmina, i media non avrebbero veleggiato sugli agognati spifferi dello scandalo. Si tratterà, a questo punto, di accertarsi – a ciascuno il suo – se la forma travalichi il contenuto o se il jolly del film risieda proprio nel suo messaggio politicamente/melensamente corretto. Due elementi giocano a favore dei passati e futuri fans: la fervida scrittrice E. Annie Proulx, già vincitrice del Pulitzer grazie a «Avviso ai naviganti» (1997), era riuscita a concentrare in meno di cento pagine un ingranaggio narrativo perfetto sul sentimento «proibito» che non può che scatenare conflitti e il regista taiwanese adottato da Hollywood lo ha tradotto in una sfilata di panorami abbaglianti, cavalcate veementi, sodomie notturne, tragici addii e strenue lotte contro il conformismo yankee con la freddezza e l’abilità del suo acclarato talento. Sappiamo, inoltre, che il film trasforma in ingrediente eversivo o magari solo «esplosivo» i motivi striscianti di tanta letteratura e tanto cinema classico, dai sospetti vagabondaggi dei cacciatori e degli indiani di Fenimore Cooper all’ambiguo amore/odio tra gli eterni duellanti di Arthur Penn («Furia selvaggia») o Sam Peckinpah («Pat Garrett e Billy the Kid»). Allora il quesito più naturale potrebbe anche essere: il western omosessuale servirà per irridere ancora più a sangue il modello americano ovvero dovremo prenderlo per un segnale di recupero culturale, di riscatto civile, di radicale rivalutazione del mito? Secondo noi, però, con tutto il rispetto, le ventennali pene d’amore dei cowboy benissimo incarnati nei gesti ammiccanti e nel gergo masticato tra i denti di Heath Ledger e Jake Gyllenhaal hanno bisogno di un contorno troppo oleografico e troppo didascalico (padroni machisti, mogli grottesche, marmocchi urlanti, suoceri cafoni e fascisti) per riuscire a farci davvero emozionare o quantomeno a convincerci che sia stato efficacemente rivisitato il genere americano per eccellenza.


Il western omosex come un gran melò

Los Angeles. «È troppo presto. Non ho ancora bevuto un goccio». La battuta di George Clooney apre la notte dei Golden Globe (i premi della stampa estera accreditata a Hollywood) e lancia verso gli Oscar «I segreti di Brokeback Mountain» di Ang Lee, con Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, e «Walk the Line» di James Mangold. La storia d’amore gay con quattro Globi d’oro ribadisce il successo settembrino alla Mostra di Venezia. Meno prevedibili, forse i tre riconoscimenti per il film sulla vita di Johnny Cash, l’uomo in nero del country. A Clooney, il primo ad essere premiato nel salone delle feste del Beverly Hilton hotel, è andata la statuetta per il migliore attore non protagonista e il ruolo di un ex agente della Cia in «Syriana», thriller spionistico sullo sfondo della guerra per il petrolio. Era candidato anche come migliore regista («Good Night and Good Luck») ma è stato battuto da Ang Lee, che ha avuto la meglio anche su Peter Jackson, Woody Allen e Fernando Meirelles. «I segreti di Brokeback Mountain» ha portato a casa anche i premi per il miglior film drammatico, la migliore sceneggiatura e la migliore canzone (niente da fare per Tony Renis, unico candidato italiano con «Christmas in Love»): «Non importa, solo il fatto di essere qui è una vittoria», ha commentato Renis. L’Italia da tempo non ha voce in capitolo quando si parla di premi cinematografici internazionali, il Globo per il miglior film straniero è andato alla Palestina, per la prima volta ammessa a una competizione cinematografica in terra statunitense. Hany Abu-Assad, regista di «Paradise Now», che racconta il percorso psicologico degli attentatori suicidi, era stupito: «Non pensavo che un tema così controverso potesse essere preso in considerazione». Ma i temi controversi sono stati il sale e il condimento di questa altrimenti noiosa edizione dei Golden Globe, quello dell’omossessualità primo fra tutti. Oltre alla contrastata storia d’amore dei due mandriani del Wyoming, a toccare un tema tanto difficile nella nuova America neocon dell’era Bush c’era «Transamerica», che ha portato Felicity Huffman, nei panni di un transessuale, a vincere il premio per la migliore attrice protagonista (competeva con Maria Bello, Gwyneth Paltrow, Charlize Theron e Ziyi Zhang) e c’era «Capote», biografia dello scrittore americano interpretato da Philip Seymour Hoffman, migliore attore drammatico (ha sbaragliato Russel Crowe, Heath Ledger, David Strathairn e Terrence Howard). A quota tre Globi d’oro si è fermato l’omaggio al «man in black» Cash di «Walk The Line»: quello per il miglior film musicale e per i migliori protagonisti del settore «musical e commedia». Statuette più che meritate quelle andate a Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon; il primo nei panni della leggenda del country, la seconda in quelli dell’alttrettanto leggendaria moglie June Carter. «Non mi aspettavo un premio come attore leggero», ha detto Phoenix, non credo che riassuma il mio lavoro, ma quello che so è che questo premio ha un peso specifico inatteso». A convincere i membri dell’Hfpa sono state soprattutto le straordinarie e inaspettate doti canore dimostrate da Phoenix e dalla Witherspoon, che confermano la tendenza di Hollywood a scommettere sulle cinebiografie musicali dopo il successo della pellicola su Ray Charles. Il Globo alla carriera intitolato a Cecil B. De Mille quest’anno è stato consegnato da una raggiante e incinta Gwineth Paltrow ad Anthony Hopkins. A Clooney i commentatori hanno attribuito uno speciale premio per aver infrantò il tabù del sesso e della politica: «Voglio ringraziare Jack Abramoff, così tanto per fare, per nessun motivo», ha detto Clooney citando il protagonista di uno scandalo di corruzione che sta facendo tremare l’amministrazione Bush. «A quale genitore può venire in mente di chiamare il figlio Jack quando il cognome finisce per ”off”?». «Jack-off» è un’espressione oscena in inglese, e nessun bip l’ha censurata. Infine la tv: riconoscimenti sono andati a «Disperate Housewives» (migliore commedia in tv), «Lost» (migliore serie drammatica), Geena Davis (migliore attrice drammatica per la sua interpretazione del primo presidente donna degli Stati Uniti in «Commander in Chief») e ad un vecchio leone di Hollywood, Paul Newman (premiato per il suo ruolo da non protagonista nella miniserie televisiva «Empire Falls»).

Francesca Scorcucchi

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