Dalla rassegna stampa Cinema

Man to man

Brokeback Mountain è solo l’ultimo di una lunga tradizione di Westerns che esplora l’intenso, mai dichiarato legame fisico tra i due eroi protagonisti,

E’ quasi diventato un luogo comune pensare che il forte, spesso intenso rapporto tra due uomini nel genere Western sia una velata forma di omosessualità. Sicuramente, le insinuazioni corrono, se gli uomini sono così completamente presi l’uno dall’altro deve esserci per forza qualcosa di più del semplice affetto o rispetto. Robin Wood chiamava i giovani uomini che riempivano i film Westerns di Howard Hawks “icone gay maschili … che adducevano l’impressione costante di essere alternativi alle donne” Da questo punto di vista le donne dei film Westerns sono semplicemente “cortine di fumo”; il vero dramma emotivo si svolge tra gli uomini.
Non sorprende che la pornografia gay maschile abbia spesso esplorato la suggestione e l’attrattiva sessuale del cowboy: i pantaloni di pelle aderenti, gli stivali decorati dai tacchi alti, le brache rigonfiate all’inguine, per non menzionare il simbolo fallico richiamato dalla pistola o dal fucile. “Lonesome Cawboy” di Andy Wahrol (1968) rende volutamente leziosa l’atmosfera attraverso le discussioni di graziosi ragazzi sul make-up e le pettinature e il miglior modo di indossare il portapistole per far risaltare al massimo il fondoschiena.
Tradizionalmente, il Westerns non meno degli altri generi, quasi immancabilmente fornisce una donna all’eroe con cui intrecciare una storia, ma i registi si dividono nel grado di rilevanza ed importanza da assegnare a questo fatto. Anthony Mann insisteva che “senza una donna il Western non potrebbe esistere”. A Budd Boetticher rimarcava che “Essa è l’unica… che può spiegare l’azione del protagonista. [Ma] di per se la donna non ha una grande importanza.” Secondo questa interpretazione l’eroe può essere motivato dalle virtù virili dell’autostima e della giustizia ma ciò che lo sprona è la speranza di trovare un luogo dove sistemarsi, e per questo ha bisogno di una donna.
Quello che possiamo vedere al di là di questa disputa è che il mondo del Western è caratterizzato da una iper-mascolinità. In West of Everything Jane Tompkins ha dimostrato che questo è una reazione alla eccessiva femminilizzazione della cultura della tarda era Vittoriana, che ha provocato una rinnavata enfasi della mascolinità come nei personaggi di Teddy Roosvelt e Owen Wister, autori di “The Virginian”(1902). Centrale in questa concezione della mascolinità è la nozione che i veri uomini non parlano, ma agiscono: se esprimono emozioni queste sono solo di rabbia od odio e l’amore non può essere verbalmente espresso. Per questa ragione è facile pensare sia che l’amore manchi (dove le donne sarebbero implicate), oppure che l’amore presente possa essere del tipo che non osa dire il suo nome.
Naturalmente questa è una travisazione. Ci sono abbondanti eroi loquaci nel Western. Forse quello che separa questi uomini dalle loro donne è l’eccessiva importanza della forza fisica e del coraggio in questo genere: nè nei set dei films del 19° secolo e neppure nel periodo dove videro la luce i migliori western mai fatti (circa 1945-70) le donne potevano essere considerate abili a cavalcare, cacciare e combattere come il genere western richiedeva.
Tutto questo non per dire che il sottotesto gay non esista. Rock Hudson non apparì in una dozzina di westerns? Ma c’è sicuramente dell’ironia nel fatto che la realizzazione oggi di un film western gay voglia significare la morte del genere stesso. Molti fattori possono avere accelerato il declino del genere Western ma indubbiamente la causa maggiore fu la sfida iniziata negli anni ’60 ai ruoli sessuali tradizionali e stereotipati. Dal momento che la frase “Un uomo fa quello che un uomo fa” poteva solo essere ironica, dal momento che le donne non vedevano più se stesse come eroine che dovevano aspettare pazientemente davanti a casa che il loro uomo tornasse dalla lotta, dal momento che l’omosessualità poteva essere espressa e praticata apertamente, il Western era minato profondamente, forse mortalmente. Naturalmente il West è ancora là – come un luogo, un’immagine, un’idea – ma non è più la stessa idea. Ora, se la femminilità è venuta fuori, sarà per una buona ragione.

(trad. G. Mangiarotti)


Man to man

Brokeback Mountain is only the latest in a long tradition of Westerns to explore the intense, unspoken and physical bonds between its two male heroes.
By Edward Buscombe

It has become almost a commonplace to suggest that the strong, often intense relationships between rnen in the Western are a covert form of homosexuality. Surely, the insinuation goes, if men are so wrapped up in each other there must be more to it than affeclion and respect. Robin Wood called the young men who people Howard Hawks’ Westerns “gay male icons carrying the constant (if constantly submerged) impression of being an alternative to the woman.” In this view the women in Westerns are merely a smokescreen; the real emotional action is between the men.

Not surprisingly, gay male pornography has exploited this suggestion along with the sexual appeal of the cowboy costume: the close-fitting leather chaps, the high-heeled, decorated boots, the low-slung gunbelt buckled across the crotch, not to mention the phallic charge of the gun. Andy Warhol’s Lonesome Cowboys (1968) camps it up, with pretty boys discussing make-up and hairstyles and the best way to wear six-guns if you want to improve the appearance of your bottom.

In the mainstream, Westerns no less than other genres almost invariably provide a woman for the hero to tangle with, but directors are divided as to her importance. Anthony Mann insisted that “without a wornan the Western wouldn’t work.” And Budd Boetticher remarked: “She is the one who makes him act the way he does. [But] in herself the wornan has not the slightest importance.” In such a reading the hero may be motivated by “manly” virtues of self-respect and justice but what drives him on is the vision of finding a place and settling down, and for that he needs a woman.

What is beyond dispute is that the world of the Western is characterised by a hyper-masculinity. In “West of Everything” Jane Tompkins has argued that this is a reaction to the perceived feminisation of culture in the late-Victorian era, provoking a renewed emphasis on manliness in such influential figures as Teddy Roosevelt and Owen Wister, author of The Virginian (1902). Central to this conception of masculinity is the notion that real men don’t talk, they act: if emotions are expressed they are of anger or hatred and love cannot be readily articulated. For this reason it is easy to assume either that love is absent (where women are concerned), or that if present it is the love that dares not speak its name.

Of course this is a travesty. There are plenty of garrulous heroes in the Westem. Perhaps what separates these men from their women more is the overriding importance of physical strength and courage in the genre: neither in the 19th-century setting of the films nor in the period when most of the best ones were made (roughly 1945-70) can wornen be envisaged as perforrning the riding, shooting and fistfights the Western calls for.

All of which is not to say that gay subtexts don’t exist. Didn’t Rock Hudson appear in a dozen Westerns? But there’s surely an irony in the fact that the very thing that now makes a fully fledged gay Western a possibility is what virtually killed off the genre in the first place. Many factors may have hastened the Westerns demise but undoubtedly a major cause was the challenge mounted in the 1960s to traditional sexual roles and stereotypes. Once the phrase “A man’s gotta do what a man’s gotta do” could only be uttered tongue-in-cheek, once women no longer saw themselves as heroines who would wait patiently on the sidelines until their men returned from the fray and once homosexuality could be openly discussed and practised, the Western was undermined, perhaps fatally. Of course the West is still there – as a place, an image, an idea – but it’s not the same idea. Now, if femininity is kept out, it has to be for a good reason.

da Sight & Sound (January 2006)

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.