Dalla rassegna stampa Cinema

Quel mostro di suocera

Le impercettibili variazioni all’interno del genere. Quel mostro di suocera rappresenta l’altra faccia della commedia matrimoniale. . .

Le impercettibili variazioni all’interno del genere. Quel mostro di suocera rappresenta l’altra faccia della commedia matrimoniale, alternando continuamente frammenti di un cinema sognante ma mai prevedibile con altri in cui emergono delle tracce sospese tra il demenziale e il thriller. La struttura delle pellicole dirette da Luketic è, all’apparenza, abbastanza simile: inserire un personaggio estraneo all’interno di una situazione-limite. Nel folgorante La rivincita delle bionde (una delle migliori commedie hollywoodiane degli ultimi anni) poneva il corpo ingenuo, al limite della stupidità e dell’incoscienza di Elle Woods (Reese Witherspoon) dentro la facoltà di legge di Harvard. In Appuntamento da sogno* invece portava una commessa del West Virginia a trascorrere una serata indimenticabile con un attore di successo. E anche in Quel mostro di suocera – più sottile e intrigante da un punto di vista lessicale è invece il titolo originale, Monster-in-Law – lo scontro è tra una ragazza che si guadagna da vivere con lavori saltuari e una conduttrice televisiva di successo che, dopo essere stata licenziata, è sull’orlo della follia. Cinema al femminile dunque quello di Luketic, abbagliante nel suo spudorato sentimentalismo nel momento in cui mette in scena l’incontro tra Charlie e Kevin, come nell’incontro iniziale in cui la ragazza si trova sulla spiaggia e, dopo aver letto l’oroscopo, vede l’immagine in ralenti del medico che sta facendo footing sulla riva del mare.

Il primo sguardo nel film di Luketic assume quasi le forme di una visione che assume le forme dell’apparizione, alimentata anche dall’illuminazione della fotografia di Russell Carpenter capace di creare quegli effetti cromatici stranianti, in cui sembra che ci sia sempre un filtro sottilissimo tra l’obiettivo della macchina da presa e ciò che viene inquadrato, come in Titanic e Un amore sotto l’albero. E nel mostrare prima la seduzione e poi le forme dell’innamoramento, Quel mostro di suocera è esemplare sia per la velocità sia al tempo stesso per l’intensità che mantiene mentre i sentimenti si materializzano sullo schermo. A Luketic bastano veramente poche inquadrature per collegare questo gioco di corrispondenze amorose, vibranti nelle geometrie degli sguardi nascosti nella scena del ricevimento o nel controcampo della telefonata di Kevin a Charlie per fissare l’appuntamento o anche in quelle parcellizzate forme proprie della commedia degli equivoci in cui la ragazza crede che l’uomo di cui si è innamorata sia gay. Come in La rivincita delle bionde, dunque, c’è da parte del cineasta australiano una propensione verso la commedia hollywoodiana classica. Se in quel film il corpo di Reese Witherspoon poteva apparire come la reincarnazione al femminile di quello di James Stewart nei film di Frank Capra (come Mr. Smith va a Washington) combinata con quella di Judy Holliday di La ragazza del secolo di George Cukor, Quel mostro di suocera invece sembra riprendere da questo modello il conflitto di classe e quello generazionale, ma soprattutto, nella lotta senza esclusione di colpi tra Charlie e Viola, ripropone quello scontro tipicamente al femminile tra ereditiere e Cenerentole.

Da momento del primo incontro tra le due donne, il film di Luketic si trasforma improvvisamente in qualcos’altro, raggiungendo anche quelle soglie della cattiveria propria della black-comedy. E forse non è un caso che, in questo attrito, il cineasta si serva di due attrici opposte come Jennifer Lopez, più volte utilizzata in commedie sentimentali come Prima o poi mi sposo, Un amore a 5 stelle e Shall We Dance?, e la rabbiosità di una grandiosa Jane Fonda che ritorna su un set dopo circa 15 anni; il suo ultimo film, infatti, è stato Lettere d’amore di Martin Ritt del 1990. Ed e proprio in questo gioco di opposizioni – Charlie che appare sottomessa e Viola che invece sembra l’autentico burattinaio che Luketic riesce gradualmente a far diventare le due figure praticamente speculari facendole interagire dentro uno luogo chiuso. L’abitazione in cui le due protagoniste si fronteggiano diventa uno set incandescente con momenti di un’elettricità anche contagiosa, come nella scena in cui Viola finge di avere una crisi di pianto nella notte e chiede a Charlie di dormire assieme a lei (Kevin è assente perché è fuori per lavoro) e poi la riempie di botte fingendo di muoversi nel sonno. Dentro questo spazio si incrociano anche squarci da cinema demenziale come nel dittico Ti presento i miei e soprattutto Mi presenti i tuoi? ed emerge anche una traccia, seppure ovviamente appena accennata, del cinismo aldrichiano di Che fine ha fatto Baby Jane? anche se in questi momenti, seppu re riusciti, si vede soprattutto il mestiere di Luketic, mentre la grazia prorompente del suo cinema è proprio nel momento in cui si materìalizzano le pulsioni più se grete dei suoi protagonisti come gli istinti passionali, l’innamoramento, ma anche la gelosia e la collera.

In Quel mostro di suocera ci sono infine altri due “corpi” da cinema classico che riprendono vita: quello della bisbetica Elaine Stritch (In licenza a Parigi di Blake Edwards, Addio alle armi di Charles Vidor, ma anche Settembre di Woody Allen) nel ruolo della suocera di Viola, presente in un momento breve ma di gran classe, e quello di Wanda Sykes che interpreta Ruby, la segretaria tuttofare di Viola, altra spalla nascosta, ma che ha una mimica e spara delle battute degne dei ruoli secondari delle commedie sofisticate.

da CINEFORUM 449

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