Dalla rassegna stampa Cinema

Brokeback Mountain di Ang Lee

Non si sbaglia troppo o del tutto a definire Brokeback Mountain, il film di Ang Lee premiato con il Leone d’oro, un western: ci sono i paesaggi sconfinati . . .

Non si sbaglia troppo o del tutto a definire Brokeback Mountain, il film di Ang Lee premiato con il Leone d’oro, un western: ci sono i paesaggi sconfinati – posti, tra l’altro, sia in apertura che in chiusura -, ci sono i cowboy e le mandrie, i rodeo e le catture al lazoo, il turpiloquio e i modi bruschi di uomini costretti a vivere immersi in una natura bellissima e spietata. La semantica del genere c’è tutta o quasi, anche se in molti casi filtrata attraverso un immaginario che deve qualcosa più al cinema che alla realtà, con la conseguenza di produrre un effetto sospensivo volutamente in conflitto con le date secche (1963-1983) che racchiudono il racconto.

In effetti, è proprio l’urto inevitabile dello “spirito western” (e i suoi simboli, o feticci) con la contemporaneità e l’inurbamento (e la secolariz zazione) dell’epopea uno dei motivi di maggior interesse del film e del libro da cui è tratto, un breve racconto (sottilmente ironico) di E. Annie Proulx, edito da Baldini&Castoldi col titolo di «Gente del Wyoning» e ristampato di recente. Brokeback Mountain è così, in primo luogo, un bellissimo post-western, nel senso esatto del termine: perché prova a fare i conti con quanto resta, sopravvive e ancora agisce non soltanto dell’immaginario ma dell’afflato epico, utopico e ambizioso e dell’attitudine inquieta e un po’ borderline che sono all’orgine dell’avventura, reale e cinematografica, dei personaggi della frontiera. Solo che, cent’anni dopo, senza più inesplorati confini da superare e terre vergini da conquistare, quell’afflato non può che ripiegarsi verso l’ultima e unica terra incognita ancora a disposizione dell’uomo (e anzi divenuta sempre più incognita lungo il Novecento), vale a dire l’uomo stesso.

Osservati da questo punto di vista, Jack e Ennis, «entrambi ragazzi di campagna che avevano lasciato la scuola alle superiori, senza prospettive, rotti al lavoro duro e alle privazioni, entrambi zotici di modi e di linguaggio, abituati a far vita spartana», sono tutto quel che resta del western; e il loro amore violento, animale, doloroso, inevitabilmente intermittente e sottratto alle logiche della routine e della relazione, quel che sopravvive dello spirito western. Sono il residuo commovente e anacronistico di un modo di combattere e amare, di tendere i confini dell’esistenza e dell’esistente, di sfidare se stessi e gli altri che ha avuto nel duello armato, e ha adesso nel faccia a faccia con le proprie paure e debolezze, complessità psicologiche e affettive, ossessioni e desideri, il proprio naturale punto d’arrivo.

Ne esce un melodramma che di western conserva inoltre la secchezza e la modularità del racconto, con gli incontri-scontri tra i due – sempre attraversati da un’attrazione che contiene al suo interno un profondo senso di disagio e repulsione – a scandire il passare del tempo. Prima ragazzi e poi giovani uomini, Ennis e Jack (Heat Ledger e Jake Gyllenhaal, che il regista fa recitare benissimo) si rincorrono e amano sullo sfondo di paesaggi incantanti e solo sfiorati dalla presenza dell’uomo (immobili, silenziosi e privi di fuori campo, come certi quadri di Hopper, già formato cartolina), e si accampano sul bordo di un lago o ai margini di una pineta di montagna come la prima volta, ripetendo idealmente gli stessi gesti e ricostruendo le stesse scenografle del loro incontro iniziatico a Brokeback Mountain, durante un’estate in cui erano due ventenni senza futuro e storia, con le idee molto precise sui quello che non erano («Io non sono gay», si dicono e ripetono dopo la prima, sbrigativa notte) e molto meno chiare su quello che stavano diventando.

Il film, iterativo e progressivo a un tempo, segue le esistenze di Jack e Ennis tra un matrimonio fallito e l’altro, i figli, le emergenze quotidiane, le mogli sospettose (quella del secondo è testimone di un abbraccio un po’ troppo affettuoso tra i due amici) o semplicemente indifferenti. Western, d’altro canto, è anche la perfetta esclusione dell’universo femminile, che non viene minimamente reintegrato dal coté omosessuale: il legame che unisce Ennis e Jack è tutto maschile, di genere neutro, “depsicologizzato” dal lessico virile e costruito fin dall’inizio, e via via più consapevolmente, per contrasto con le strutture famigliari e affettive, patriarcali e eterosessuali della vita di tutti i giorni; la polarità più tipica del western, che oppone la città alla campagna, la “cultura” alla “natura”, e racconta di quegli spazi d’azione e di pensiero incompiuti come la promessa di una vita migliore, è qui (ri)trovata come lezione e tesoro, ma anche come finzione e fantasia (tanto che, alla fine, nel lessico iperrealista di Ang Lee, si insinua un sogno di sapore fantastico). Non di semplice amore, del resto, si tratta: come detto, sono lo sconfinamento e l’esperienza dell’attraversamento di un frontiera percettiva, mentale e carnale che l’uno concede all’altro, il motivo dominante della relazione tra Jack e Ennis. La quale può realizzarsi solo tra individui che condividono più di un’attrazione, che sono reciprocamente fusi grazie al crollo di ogni distinzione i di genere socialmente imposta (e in questo caso favorita proprio dal décor western), e in cui i ruoli si confondono e ridistribuiscono di continuo: se durante la prima parte del loro lavoro a Brokeback Mountain Ennis è quello che cucina e si prende cura dell’accampamento mentre Jack «va a lavorare” partendo la mattina e tornando la sera a mangiare a e a dormire, dopo qualche tempo le funzioni e le pratiche si capovolgono.

Ang Lee è molto bravo (e la Proulx prima di lui) a eliminare la parte mélo che è questione di genere e di “sentimenti” – dal dramma. Che scivola senza strappi, ma con qualche cedimento, verso una fine inevitabile, che coincide con la morte di Jack, quello, dei due, che ha cominciato tutto. Perchè col passare degli anni si è fatto sempre più difficile proteggere il senso di quel primo o incontro a Brokeback Mountain dalle miserie e dai piccoli bisogni quotidiani, dall’intrusione degli altri e dalle regole della conformità sociale. L’epilogo, con Ennis che si aggira per la prima volta nel privato dell’amico, ne incontra i genitori e ne spia il passato, è un piccolo capolavoro di misura, in cui al dolore per la comparsa dell’amico si somma quello di non poterlo, e saperlo, piangere. Alla fine, come in un museo, resta un cimelio che è al tempo stesso un abito (un costume) e il simulacro di un corpo, vale a dire la camicia sporca di sangue di Ennis, che Jack aveva rubato alla fine del lavoro a Brokeback e che conserva la traccia di una violenta scazzottata, che era poi il loro modo di giurarsi amore per sempre. La camicia torna al legittimo proprietario, vent’anni dopo, protetta da quella che indossava Jack: sovrapposte a testimoniare di quella fusione un po’ speciale che Ennis, anche a esserne capace non saprebbe raccontare. Il finale è secco e silenzioso, come tutto il film; e giustamente, alla solitudine dell’uomo, che ormai vive in una roulotte ai margini del mondo in adorazione di quella sindone privata (incapace come tutti i veri cowboy di far parte della “società”), oppone la notizia del matrimonio della figlia, che è poi quella di una vita che comincia, giovane, florida, piena di promesse. Ma inconsapevole di un modo diverso di essere al di fuori del mondo, completamente dentro qualcun altro; di un modo un po’ cowboy di amare.

da CINEFORUM 449

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