Dalla rassegna stampa Cinema

Pier Paolo Pasolini. Quei giorni dell’omicidio, l’obbrobrio e il complotto

Poeta e intellettuale «moralista o corruttore»: una contraddizione che tuttora resta irrisolta.

Ricordo perfettamente la mattina in cui appresi la notizia della morte di Pier Paolo Pasolini. Ero a Londra,insieme a un amico milanese, bravissimo editore oggi, sui marciapiedi di Old Brompton Road: la strada che attraversa il quartiere di South Kensington. Era una giornata splendida; una di quelle giornate autunnali che sa regalare soltanto Londra: cielo azzurro; alberi già screziati di marrone e di giallo; aria pungente, profumata di uova al bacon e caffè; il lievissimo frastuono, lontano, degli aerei in atterraggio a Heathrow. In una mattina come questa, tonica e limpida, le notizie che ci dettero, a più riprese, gli amici da Roma, parvero per contrasto ancora più terribili. É vero che in questa medesima Londra squillante e luminosa, anni più tardi, doveva essere consumato un altro delitto, e assai torbido, di un altro italiano famoso: il banchiere Guido Calvi,trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri; ma, allora, non lo sapevamo. E tutta questa miseria che veniva dallo scirocco romano, quelle tracce di pneumatici sporche di sangue, quell’idea barbara di un corpo oltraggiato, sembravano ancora più oltraggiose a noi, poco più che ragazzi, entusiasti fino a poc’anzi all’idea di andarcene a spasso per Hyde Park, in giro per le librerie di Bloomsbury, a colazione al Salsbury Ales, il pub liberty vicino a St.Martin’s Lane. Nei giorni seguenti – eravamo già tornati a Roma e a Milano – l’obbrobrio continuò. Furono rivelati particolari disgustosi; apparvero fotografie del cadavere di Pasolini; nessuno nascose niente. Si dissero anche varie sciocchezze. Qualcuno,più avveduto a dir la verità, volle subito sgomberare il campo da ipotesi complesse, spiegando che si era trattato di un normale «incidente di percorso»; una di quelle cose che possono capitare quando si va dietro un cespuglio, o ci si mette in situazioni losche o violente. Ma non fu ascoltato. La tesi prevalente era che lo scrittore friulano era stato ucciso – vuoi per un complotto organizzato, vuoi per una generica condanna – in quanto omosessuale. Sul complotto, anni di inchieste non sembrano aver aggiunto particolari significativi a quanto se ne seppe allora. Per quanto riguarda, invece, la condanna che una società ipocrita e benpensante avrebbe inflitto a Pasolini, qualche ragione valida esisteva, in realtà. Perché, certo, Pasolini, non si preoccupava del giudizio morale della borghesia (che attaccava ferocemente, peraltro, sulle colonne di un quotidiano ritenuto a torto o a ragione borghese, come il Corriere della Sera); ma il rifiuto e la condanna morale della omosessualità da parte della Chiesa e del Pci, le due autorità morali cui faceva riferimento, davvero queste c’erano e potevano ferirlo. Dunque, non era del tutto stolto immaginare che, per voler cancellare il peso del giudizio, annullare questa ferita, Pasolini pensasse, attraverso la degradazione e l’abiezione di se stesso, una abiezione che avrebbe potuto condurlo alla morte, a una sorta di sacrificio espiatorio.
Era proprio così? Forse. Certo è che la morte di Pasolini lasciava e lascia una domanda senza risposta. Una contraddizione non risolta, diremmo. Pasolini, lo sappiamo tutti, era un moralista. Nei suoi scritti, condannava la civiltà industriale, il consumismo, la corruzione, l’ipocrisia. Voleva, anche se paradossalmente, tornare a un’epoca contadina, pura, vergine, incorrotta. I suoi articoli erano lucidi e, per molti versi, condivisibili. Ma poi, che succedeva? Succedeva – e questo in molti lo sanno – che lui, il moralista, si comportasse all’incontrario. Perché,uscire tutte le sere o quasi col giubbotto di pelle, in qualsiasi parte d’Italia o del mondo, montare su un’automobile appariscente, e comprare dei ragazzetti, magari i ragazzetti delle borgate nei quali vedeva un’ultima scintilla di verginità, non era altro che usare il denaro, corrompere. Oppure, era amore, quello? E allora, come si poteva puntare il dito contro il danaro, e usare il danaro? Come si poteva accusare i corruttori, e corrompere?

Questa contraddizione del tutto irrisolta, ci fa provare una grande pietà nei confronti di Pasolini. É una contraddizione che resta, tuttavia. Insieme al vuoto lasciato da alcuni versi molto belli come «Le ceneri di Gramsci» e le poesie in dialetto; dal primo romanzo, «Ragazzi di vita»; e da alcuni film splendidi come «Accattone» o «Il vangelo secondo Matteo».

Cosa resta? La pietà, i versi delle Ceneri di Gramsci, il film Accattone

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