Dalla rassegna stampa Cinema

Reensione di "Come mi vuoi" di Carmine Amoroso

Un giovane poliziotto riconosce durante una retata il suo amico d’infanzia diventato travestito. Quest’ultimo si innamora dell’amico ritrovato e riesce a sedurlo dandogli quell’affetto e quella sensualità che il poliziotto non riesce a trovare nella sua fidanzata…

Un giovane poliziotto riconosce durante una retata il suo amico d’infanzia diventato travestito. Quest’ultimo si innamora dell’amico ritrovato e riesce a sedurlo dandogli quell’affetto e quella sensualità che il poliziotto non riesce a trovare nella sua fidanzata provinciale e bigotta. Al conflitto classico del triangolo si sovrappone quello interiore del poliziotto, in lotta tra la sua educazione cattolica e la sua latente omossessualità.
Con un soggetto così semplice e allo stesso tempo complesso per le sue implicazioni psicologiche, sentimentali, sociologiche, “Come mi vuoi” aveva tutto per essere un esordio completamente riuscito. A questo contribuiva un cast lussuoso, composto da tre attori bravi e commercialmente in voga (Vincent Cassel, protagonista dell'”Odio”; Enrico Loverso, che porta una patina autoriale ai film in cui recita; Monica Bellucci, che con la sua bellezza non volgare fornisce un’eleganza plastica alle immagini) e condizioni di produzione più che comode (il film è coprodotto dalla Francia, e si avvale del più prestigioso tra i direttori della fotografia dell’ultima generazione: Raffaele Mertes, quello di Carlo Carlei, molto stimato a Hollywood per le qualità visive de “La corsa dell’innocente”).
Il parziale fallimento del film di Carmine Amoroso ci sembra quindi imperdonabile e ripropone ancora una volta il problema principale del giovane cinema italiano: la mancanza di rigore, la pigrizia intelletuale, l’abitudine dell’accontentarsi, o, come direbbero i francesi, l’assenza di “Jusqu’auboutisme” (andare fino in fondo alle cose).
Le intenzioni, giuste, di Carmine Amoroso, erano quelle di trattare la sua storia evitando di enfatizzarne l’aspetto “scandaloso” e provocatorio. Quale modo migliore, infatti, per combattere i pregiudizi se non quello di non tenerne conto affatto, e raccontare la storia come se fosse quella di un triangolo normale? Per raggiungere questo scopo, il regista astrae la sua storia da condizionamenti sociologici attuali, evita di descrivere la durezza della Roma di oggi e cala i suoi personaggi in un’atmosfera patinata anni sessanta, ricorrendo al tono leggero della commedia e ad una fotografia che esalta i colori sgargianti dei travestiti. Le allusioni a “Le notti di Cabiria” (l’esposizione del personaggio di Enrico Loverso, che si fa ingenuamente sedurre e derubare, e un’inquadratura di Lo Verso di spalle con l’ombrello) sono solo di maniera, dato che della durezza del film di Fellini si fa volentieri a meno.
Se Carmine Amoroso ha le sue ragioni nel rifiutare i modelli classici che verrebbero in mente con questo soggetto (Almodovar, Bernard Blier), preferendo inserirsi in una tradizione antica del cinema italiano, commette tuttavia l’errore di non tener conto del mondo in cui vive, e in cui vivono i suoi personaggi. Un esempio: quando il poliziotto va a trovare l’amico travestito per la prima volta a casa sua, in quella che dovrebbe essere la scena di seduzione cruciale, Amoroso chiude la scena su uno scambio di sguardi, poi taglia e ci fa ritrovare i due uomini la mattina seguente a letto insieme.
Dietro al rifiuto di raccontarci il passaggio fondamentale di quella sequenza e della storia, cioè come il poliziotto eterossessuale venga sedotto dall’amico omossesuale, si nasconde un ragionamento chiaro: trattare la scena come se fosse un’incontro galante tra un uomo e una donna. In quella situazione, di solito si fa un’elissi, per evitare di dilungarsi su cose ovvie, e si passa subito alle conseguenze. Amoroso vuole così equiparare il rapporto tra i due uomni a quello di un rapporto eterossessuale. Ragionamento giusto dal punto di vista teorico, ma sbagliato in pratica, perché nel frattempo viene lasciato per strada il protagonista e il pubblico medio che con lui dovrebbe identificarsi. A partire da quel momento infatti, non riusciamo più a credere alla storia che ci viene raccontata, perché non ci è stato dato di seguire il percorso psicologico del protagonista nel momento in cui compie una scelta fondamentale. Se Neil Jordan avesse commesso un simile clamoroso salto narrativo ne “La moglie del soldato”, quel film certamente sarebbe passato inosservato.
Rifiutando così di trattare l’aspetto “eccezionale” della sua storia, Amoroso, oltre a commettere un enorme errore drammaturgico, dimostra di sottovalutare il suo stesso soggetto: come far finta di ignorare, in effetti, che è proprio il rapporto omossessuale tra il poliziotto e l’amante a rendere eccezionale una storia che sarebbe stata banalissima trattata con personaggi eterossessuali? Si tratta di una domanda retorica, ovviamente. Amoroso non lo ignora affatto, tanto è vero che il suo film è stato prodotto proprio sulla base di questa differenza. Così come non può ignorare che il vero protagonista del suo soggetto è il poliziotto, vale a dire il personaggio che cambia, e che quindi tutto quello che accade va raccontato dal suo punto di vista. E allora ci chiediamo per quale motivo il soggetto non sia stato trattato di conseguenza. Se lo scopo era quello di farci provare l’amore che il protagonista nutre a poco a poco verso l’amico, e rendercelo naturale come è giusto che sia, non si capisce perché Amoroso non abbia giocato in modo più efficace sul contrasto tra l’amante e la fidanzata. Per metterci nelle condizioni psicologiche e sentimentali del protagonista e farci provare quello che stava provando, si sarebbe dovuto accentuare progressivamente il divario tra la fidanzata e l’amante: lei doveva a poco a poco apparire meno bella, più noiosa, più maschile; lui invece doveva per contrasto diventare più seducente, più femminile. La differenza crescente tra l’imbruttimento della fidanzata e lo charme crescente dell’amante travestito avrebbe permesso di oggettivizzare lo stato d’animo del protagonista.
Nel scegliere Monica Bellucci per il ruolo della fidanzata – cioè un simbolo attuale della bellezza femminile a cui pochi uomini sarebbero disposti a rinunciare – Amoroso non si è certo reso la vita facile. Ha forse voluto accentuare il paradosso della situazione in cui si trova il poliziotto, rinunciando allo schematismo dell’opposizione tra donna maschile e uomo femminile che tuttavia era tanto efficace nel film di Neil Jordan. Questa scelta però sarebbe stata coerente se la storia fosse stata trattata col tono paradossale delle commedie di Blier. Invece, “Come mi vuoi” ha i toni e le atmosfere di una commedia naturalista, mentre evita di trattare i personaggi in modo naturalistico. Da questa ambiguità drammaturgica nasce un film ibrido, senza stile, che procura qualche sorriso ma nessuna emozione.
E benché, per dover argomentare questo mio giudizio, sia stato portato ad attribuire al regista ragionamenti ed intenzioni precise, per quanto sbagliate, permane tuttavia in me il grave sospetto che la mancata riuscita di questo film si spieghi con la totale assenza di ragionamento drammaturgico da parte dell’autore, il quale, come la maggior parte dei suoi colleghi esordienti, ha preferito fidarsi più del suo istinto che del suo cervello.

da http://www.tempimoderni.com/1996/come.htm

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