Dalla rassegna stampa Cinema

BATTUTO CLOONEY IL PIÙ POLITICO

Il dramma sociale del Wyoming ha strappato il massimo premio al film che aveva avuto più consensi.

Questa volta l´Italia non poteva essere ulteriormente bidonata, sarebbe stato uno schiaffo e un azzardo per il nostro affannato cinema e per i responsabili della Biennale. Quindi non potendo piegare, sia pure con lusinghe e maneggi, la dotta giuria internazionale, inducendola con le buone o le cattive a premiare uno dei tre film italiani in concorso, dopo scontri di ogni genere, si è scelta una via onorevole: dichiarare miglior attrice di questa Mostra la delicata, bella, giovane Giovanna Mezzogiorno, che nel film di certo successo, La bestia nel cuore di Cristina Comencini, spalanca molto spesso occhi e bocca, per esprimere terrore e dolore, sia quando sola e prossima al parto, perde le acqua in treno, che quando ha l´incubo vago del papà che le fece brutte cose da piccolina.
Il dramma sociale americano di Ang Lee, che farà singhiozzare cuori teneri di donne, gay e comunità rurali, ha strappato il massimo premio al film più politico della Mostra, quello che aveva avuto i più entusiasti consensi di critica e pubblico: l´americano Good night and good luck, scritto, diretto e interpretato da George Clooney, che è stato risarcito con la coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile, il fantastico David Strathairn, e con l´Osella alla miglior sceneggiatura, che è andato a lui, il coraggioso, ridente, seducente, democratico, antiBush Clooney. Biografia in un magnifico bianco e nero, di un coraggioso giornalista televisivo americano che negli anni ‘50 si oppose al maccartismo, il film è un appassionante richiamo a quel giornalismo d´oggi, spesso vile e servile, che ha rinunciato alla sua funzione di controllo dei governi e dei loro abusi.
Anche il mestiere di attrice andava in qualche modo risarcito: e infatti lì per lì, la giuria ha riesumato un premio che era stato dato una sola volta più di 20 anni fa, tra l´altro al magnifico Manoel de Oliveira, questa volta dimenticato col suo bel film Espelho Magico. Così il ridondante ed elusivo Leone Speciale all´Insieme dell´Opera, è andato alla insuperabile Isabelle Huppert, che presta a Gabrielle di Chereau il suo viso immobile e segreto, su cui ogni emozione, ogni pensiero, si raggela e si infiamma. Il Leone d´Argento, cioè il premio alla miglior regia, è andato al francese spettinato Philippe Garrel e al suo Les amants reguliers che ha anche ottenuto, giustamente, l´Osella per la miglior fotografia (a William Lubtchansky) in un luminoso, nostalgico bianco e nero, su quegli anni ‘60 dimenticati quando i giovani fumavano hashish dalla mattina alla sera e facevano barricate, ma sognavano anche un mondo migliore.
Si poteva di questi tempi trascurare Forest Whitaker che prega piangendo in chiesa e Juliette Binoche che si crede Maria Maddalena? Ovviamente no: quindi il premio speciale della giuria è andato a Mary, di Abel Ferrara, che ha ritirato la sua pesante scultura ondeggiando, e speriamo che non ne faccia un uso improprio.
Alla fine di questa 62esima Mostra, volonterosa, senza mezzi né sale cinematografiche, riuscita solo per l´accanimento e la passione del suo direttore Muller, del presidente della Biennale Croff, e di uno staff votato al martirio, il bilancio, dal punto di vista cinematografico, ammesso che interessi a qualcuno, è positivo. Anche questa volta ci si è dovuti accontentare, non per incapacità a trovare film di qualità, ma perché sempre meno se ne producono e sempre meno sale li proiettano, mentre gli americani (ma anche gli irrefrenabili cinesi si avviano su questa strada), buttano sul mercato sempre più film da 200 milioni di dollari (gli europei se avessero a disposizione tutto quel denaro, col budget di uno ne farebbero almeno trenta) che poi per ripagarsi di tanto spesso avventato spreco occupano almeno il 90% dei nostri cinema, esiliando tutti gli altri film.
Cosa ha offerto il mercato a questa Mostra? Una decina di film buoni, nessun capolavoro, non più di un paio davvero entusiasmanti. Forse bisognerà trovare altre strade: lasciar perdere la smania di ricerca e intelligenza e impegno, e accumulare quel che c´è, per accatastare divi, per organizzare feste per vip itineranti del tipo che non va mai al cinema ma appunto solo alle feste, per attirare un pubblico giovanile con zainetto e più politici con fidanzata. Potrebbe così restare a casa il carrozzone della comunicazione, sempre più gigante e quindi sproporzionato rispetto agli eventi di cui, depressi o esagitati, sbrodolare in video o sulla carta.
Oltretutto, per i giornalisti, è finita la massima leccornia professionale che si pretende i Festival debbano fornire: lo spunto per la famosa polemica, anche artefatta, attorno a trasgressioni, scandali, choc, che restano virtuali. Oggi né l´incesto né i baci tra cowboy né le signore che comprano ragazzini suscitano alla Mostra, per fortuna, una minima perplessità, un pensiero turbato. Al massimo, se Willem Defoe toglie il tampax a Giada Colagrande (sua moglie nella vita), in Before it had a name della stessa Colagrande, e poi le dice, ecco qui il tuo idraulico con tutti gli arnesi giusti, il pubblico si sbatte dalle risate.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.