Dalla rassegna stampa Cinema

Ang Lee va più a Ovest degli americani

Il Leone si ferma a metà dell’Oceano Pacifico, e non sa più dove andare: ha vinto un film americano, Brokeback Mountain, diretto però da un cinese, Ang Lee, e interpretato tra l’altro da un attore australiano, Heath Ledger, molto bravo nel fingersi un rozzo yankee del Wyoming…

Il Leone si ferma a metà dell’Oceano Pacifico, e non sa più dove andare: ha vinto un film americano, Brokeback Mountain, diretto però da un cinese, Ang Lee, e interpretato tra l’altro da un attore australiano, Heath Ledger, molto bravo nel fingersi un rozzo yankee del Wyoming. «Fingere»: al cinema è importante saperlo fare, e bene. Ang Lee è davvero molto abile nel fingersi americano: nei suoi film (pensate a Tempesta di ghiaccio, o a Cavalcando col diavolo) va a rintracciare pezzettini di America che anche gli americani veri faticano a vedere; e quando invece lavora nella sua Cina (stavolta pensate a Banchetto di nozze, o a La tigre e il dragone) riesce a raccontarla in un modo che a noi occidentali appare limpido, comprensibile. Forse Ang Lee è semplicemente un bravo regista, capace di far fruttare al meglio ciò che bravi sceneggiatori gli mettono a disposizione (dietro Brokeback Mountain c’è la mano del grande scrittore western Larry McMurtry). Ma forse il suo successo su entrambe le sponde del Pacifico nasconde qualcosa di più importante: uno strabismo artistico che sembra essere, oggi, lo strumento più importante per un cinema che voglia continuare ad essere un’arte leader, una centrifuga dell’immaginario, un catalizzatore di talenti come nel XX secolo.
Ancora una volta Venezia si è confermata un ponte fra Oriente e Occidente: è forse l’unica caratteristica con la quale questo festival si lega al serenissimo passato della città, e rivendica un’identità veneziana che per il resto appare dissolta. Qui hanno vinto indiani, cinesi, taiwanesi, vietnamiti, iraniani (per non parlare dei giapponesi che sul Lido cominciarono a imporsi negli anni ’50, ai tempi di Kurosawa e di Mizoguchi). E oggi che vince un taiwanese, ma con una storia super-americana, sembra che il cerchio si chiuda. Brokeback Mountain, lo ricorderete, è la storia di due giovani cowboys che si attraggono reciprocamente, galeotta la solitudine, e restano innamorati per tutta la vita. Una lettura superficiale potrebbe affermare che Lee «distrugge» il mito macho del cowboy. Una lettura più seria dovrebbe concedere a Lee di essere andato alle radici più profonde di quello stesso mito: in un universo prettamente maschile come quello western, l’omosessualità dovrebbe essere una variabile prevedibile dell’amicizia virile. La cosa curiosa è che il racconto originario (della scrittrice Annie Proulx) era sicuramente pruriginoso e sensazionalistico, mentre il film (che è molto migliore) è semplicemente «naturale»: le cose accadono perché possono accadere, tutto qui. Il Leone di Venezia 2005 è quindi un Leone capace di leggere i segni del tempo, e di premiare un’opera di valore che crea, a sua volta, un ponte tra le due cinematografie più importanti del pianeta, quella cinese e quella americana. Certo, premiando Clooney si sarebbe data alla Mostra una lettura più «politica»: Good Night and Good Luck ottiene comunque due premi importanti, tra i quali la meritatissima Coppa Volpi all’attore David Strathairn. Mentre il Gran Premio della giuria a Mary, di Abel Ferrara, sottolinea l’importanza di un film che incita al dialogo e alla tolleranza fra religioni, o fra interpretazioni di una stessa religione. È anche un premio mezzo italiano, perché Mary è una produzione in buona parte nostrana, girata a Roma. Il patriottico appello a un Leone italiano è rimasto inevaso: ci si accontenti, prego, della Coppa Volpi a Giovanna Mezzogiorno. Margherita Buy, protagonista di I giorni dell’abbandono, e l’intero cast di La seconda notte di nozze di Pupi Avati l’avrebbero altrettanto meritata. Il trio italiano in concorso era rispettabilissimo, ma evidentemente il nostro cinema continua a non «arrivare» presso i giurati stranieri. Avesse vinto, non ci sarebbe stato nulla da dire: perché, lo ripetiamo, i film erano quasi tutti buoni ma nessuno spiccava decisamente sugli altri. Per i capolavori, ripasseremo un’altra volta.

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