Dalla rassegna stampa Cinema

Brokeback Mountain

Libero dai condizionamenti dell’industria hollywoodiana, Ang Lee riafferma, con questa splendida pellicola, la propria personale idea di cinema

Come molti dei più importanti autori contemporanei, che hanno saputo sfruttare l’industria hollywoodiana senza rimanerne fagocitati, con questo splendido “Brokeback Mountain” Ang Lee riafferma in pieno la propria personale idea di cinema, comunque pienamente riconoscibile anche nelle precedenti megaproduzioni de “La tigre e il dragone” (Crouching Tiger, Hidden Dragon, 2000) e “Hulk” (The Hulk, 2003). La bellezza delle sue opere migliori sta soprattutto nel riuscire a coniugare una forma filmica di semplice e toccante eleganza con una capacità di finezza narrativa ed introspezione psicologica inusitate, e quest’ultimo lavoro ne è probabilmente l’esempio più alto.

Dopo la parabola decadente di “Tempesta di ghiaccio” (Ice Storm, 1997), il cineasta torna ad analizzare un periodo del recente passato americano – la storia comincia all’inizio degli anni ’60 – per adoperarla come cornice a-temporale per il proprio discorso poetico; nel raccontare l’amore impossibile e per questo ancor più lacerante tra i due cowboys Heath Ledger e Jake Gyllenhall il regista sceglie una forma di racconto cinematografico che è in tutto e per tutto assimilabile ad un genere codificabile come il melodramma; proprio in questo sta il pregio maggiore di “Brokeback Muntain”, nel voler cioè essere una folgorante love-story, tanto sfrontata quanto preziosa e commovente nella sua riuscita.

Lee non tratta questa storia di omosessualità con falso pudore o realismo retorico, ma la rinforza appunto attraverso gli stilemi precisi e funzionali del melodramma: l’amore fatale, la lotta interiore, la ricerca di affermazione, la menzogna ed infine la tragedia. Tutte le componenti proprie del genere vengono sfruttate al vertice delle loro potenzialità, e ci regalano un film di rara presa emotiva sullo spettatore.

Come al solito, la confezione dei film di Ang Lee è impeccabile, a prescindere dal budget delle sue produzioni; in questo caso la regia sottile e trascinante del cineasta viene sottolineata dalla bellezza delle immagini e delle luci create da Rodrigo Prieto, che è ormai da considerarsi uno dei più validi direttori della fotografia del panorama internazionale. Dotato di un tempo narrativo interno fluido ed ammaliante, “Brokeback Mountain” si muove inesorabile scavando dentro l’anima dei suoi personaggi, fino a renderli in qualche modo emblematici: come nelle opere più valevoli, il film ci racconta molto di più attraverso il non detto, attraverso la mimica e la fisicità degli attori che non grazie ai dialoghi; la struggente descrizione interiore dei due protagonisti riesce quindi a superare anche la tendenza del cineasta ad essere spesso distaccato e ‘freddo’ rispetto alla materia trattata; molto del merito dell’empatia che si crea tra pellicola e spettatore va anche attribuito alla grande interpretazione di Jake Gyllenhal e soprattutto Heath Ledger, capaci di regalare notevole spessore mimico e fisico ai rispettivi ruoli.

Mai prima d’ora il cinema di Ang Lee era stato così intenso e doloroso: “Brokeback Mountain” si candida a nostro avviso con pieno diritto ad essere riconosciuto come uno dei lungometraggi più belli di questo festival di Venezia.

da Film.it

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