Dalla rassegna stampa Cinema

Melodramma romantico nella prateria

…Però ieri un regista da Oscar come Ang Lee ha fatto il gran passo e ha messo ko uno dei luoghi comuni più sacri dell’universo comunicativo: lassù nel Wyoming, tra oceanici branchi di pecore, torrenti cristallini e orsi col dentone assassino gli aitanti Ennis e Jack si sfilano appena possono i …

Venezia. Vuoi vedere che bisogna aggiornarsi? E pensare che dare del cowboy a qualcuno o a qualcosa faceva risparmiare tante parole e tanti ragionamenti. Era così bello bollare un comportamento, un’etica, una camicia e un cappello, una vacanza fai-da-te, uno spot di sigarette o di abbigliamento, un gergo masticato tra i denti con un epiteto così semplice e nitido… senza contare quelle metafore comodissime in campo politico (Bush cowboy). Però ieri un regista da Oscar come Ang Lee ha fatto il gran passo e ha messo ko uno dei luoghi comuni più sacri dell’universo comunicativo: lassù nel Wyoming, tra oceanici branchi di pecore, torrenti cristallini e orsi col dentone assassino gli aitanti Ennis e Jack si sfilano appena possono i jeans per abbandonarsi alle delizie dell’amore gay. Tra gli applausi scroscianti che hanno accolto «Brokeback Mountain» s’insinua, peraltro, un nuovo quesito: il western omosessuale servirà per irridere ancora più a sangue il modello americano ovvero dovremo prenderlo per un segnale di recupero culturale, di riscatto civile, di radicale rivalutazione del mito? Senza eccessiva malizia ci viene subito in mente d’immaginare lo stesso film sceneggiato, anziché sulla base del racconto molto newyorkese e molto premio Pulitzer di Annie Proulx, su quella di un volumetto Harmony da edicola ferroviaria: è difficile ipotizzare che i sapienti selezionatori, gli ardenti cinéfili e i cipigliosi critici avrebbero salutato con pari, sperticato entusiasmo la sfilata di panorami agresti, cavalcate (si fa per dire) virili, sodomie notturne, tragici distacchi e lotte mano nella mano contro il conformismo sociale predisposta dal regista taiwanese con la freddezza e l’abilità del suo indubbio talento. Certo, un melodramma affidato ai ruoli tradizionali di maschio e femmina avrebbe rischiato di non far veleggiare i media sugli agognati spifferi dello scandalo (?): ma siamo proprio sicuri che il contenuto travalichi la forma o che il cuore di un film risieda nel suo ammiccante messaggio? Può darsi che «Brokeback Mountain» non faccia altro che portare alla luce i motivi striscianti di tanta letteratura e tanto cinema classico, dai vagabondaggi «senza donne» dei pionieri di Fenimore Cooper alla sospetta solitudine degli eroi whitmaniani e all’ambigua, indefettibile solidarietà tra i pistoleri di John Ford, Arthur Penn o Sam Peckinpah. Ma le ventennali peripezie dei romantici cowboy impersonati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal hanno bisogno di un contorno troppo oleografico e troppo didascalico (padroni machisti, mogli grottesche, marmocchi urlanti, suoceri cafoni) per riuscire a farci davvero emozionare o quantomeno a farci sognare che il western sia stato efficacemente rivisitato.

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