Dalla rassegna stampa Cinema

Araki, il luogo dell´innocenza violato dai cacciatori di ragazzi

“Mysterious Skin” del caposcuola del nuovo cinema gay, sulla pedofilia. Uscirà venerdì 3

Un film di delicata complessità emotiva su un tema tabù e le sue devastanti conseguenze

Che segreti incupiscono il cuore misterioso dei bambini, dietro le loro frangette gentili, gli occhioni assorti, i teneri sorrisi, i giochi troppo vivaci, le esagerate timidezze? Quale vuoto, o dolore o terrore silenziosi li dilaniano, che i genitori non vedono o non vogliono vedere, perché il tempo dell´infanzia non può che essere sempre un paese delle meraviglie protetto e inviolabile, il luogo dell´innocenza, il passaggio degli angeli?
Quale maschera essi sanno subito imporsi dietro cui nascondere il nascere di emozioni sconosciute, di desideri inaspettati, di angosce, vergogne e colpe percepite subito come tali e quindi inconfessabili, soprattutto a chi ti vuole bene e sa di te solo quello che vuole sapere?
Penetrare in questo buio e volerlo raccontare può essere molto azzardato e provocatorio, ma Gregg Araki, riprendendo il romanzo di Scott Heim, è riuscito, con Mysterious Skin (uscirà in Italia venerdì prossimo), a realizzare un film di delicata complessità emotiva e psicologica, affrontando quel tema tabù che è l´abuso dell´infanzia con le sue devastanti conseguenze. Estate del 1981, nella cittadina di Hutchinson, Kansas.
Il biondino e occhialuto Brian ha 8 anni e si tormenta: non riesce a ricordare cosa sia successo nelle cinque ore che separano il momento in cui era seduto sulla panca del campo da baseball ed ha cominciato a piovere, a quando si è ritrovato col naso sanguinante nella cantina di casa. Anche il bellissimo brunetto Neil ha 8 anni e di quella squadra infantile di baseball è il campione: appena ha visto l´allenatore, un adulto biondo abbronzato e baffuto dal sorriso paterno, di cui i genitori si fidano, uno sportivo! il suo cuore infantile ha tremato: “È il mio tipo” si è sentito pensare, stupefatto. È orgoglioso di essere il preferito, invitato nella casa dell´allegro, affettuoso allenatore, dove ci sono videogiochi, merendine, meraviglie per bambini. E giochi sempre meno infantili, sempre più avvincenti, sempre più pericolosi.
1987, la squadra di bambini si è sciolta, l´allenatore non c´è più: Brian (Brady Corbet) è un quindicenne bruttino, solitario, inquieto, ossessionato da quella voragine vuota della sua infanzia che gli fa pensare di essere stato rapito dagli UFO. Neil, (Joseph Gordon-Levitt, torvamente seduttivo) si vende con buia indifferenza a camionisti, commessi viaggiatori, professionisti, uomini maturi dall´aria per bene, gentili, crudeli, spaventosi, folli. Brian e Neil, vite separate e parallele ugualmente disgregate, padri assenti, mamme affettuose che non chiedono, che non sanno o se sanno non hanno la forza di intervenire.
Dicembre 1991: Brian, che con terrore ha rifiutato gli assalti sessuali di una giovane handicappata ufologa, guardando una foto della sua infanzia si rammenta del compagno Neil, immagina che forse lui possa svelargli il mistero della sua smemoratezza. Neil a New York sta precipitando tra energumeni sempre più violenti o col corpo macchiato dal morbo di Kaposi, che in quegli anni ‘90 fu la rivelazione dell´Aids. Torna per Natale dalla sventata mamma (Elizabeth Shue) e finalmente i due diciottenni che avevano condiviso le macerie della loro infanzia, si ritrovano, a scavare nei ricordi comuni, così strazianti e vivi per l´uno, così angosciosi e cancellati per l´altro.
È una scena finale di grande commozione, in cui, come dice “Variety”, la pedofilia viene descritta in tutto il suo orrore ma senza ipocriti moralismi. L´evento che Neil ricorda in ogni particolare, che lo ha perseguitato da sempre, è terrificante, una voragine di sopraffazione che anche Brian non potrà più dimenticare. Eppure il dolore di Neil, il ragazzo che si è volontariamente degradato, sicuro di sé, dominatore, è il più straziante, senza perdono: “Mi usava come esca, e io mi sentivo speciale perché ero il suo preferito, il suo trofeo, il suo unico amore. Io l´amavo, dopo più nessuno ha contato qualcosa per me”.
Gregg Araki, caposcuola del Nuovo Cinema gay dei primi anni ‘90, autore di commedie giovaniliste acide come “Splendidi amori” e di disperazioni generazionali come “Doom Generation”, fuori dal giro per cinque anni, torna, a 46 anni, con un film desolato e severo. Dato senza scandalo all´ultima Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, Mysterious Skin è uscito in Francia in marzo, e “Liberation” ha ammirato di Araki la capacità di evitare ogni rassicurante moralismo, e di “affrontare audacemente la realtà del desiderio infantile, sempre negato, e che resta uno dei tabù contemporanei più tenaci”.
Poche settimane fa è stato ben accolto negli Stati Uniti e il critico del “New York Times” ha scritto: “Se il soggetto del film può creare malessere, Araki sa affrontare le esperienze sessuali dei suoi personaggi con inflessibile onestà: Mysterious skin è soffuso da tale tenerezza e bellezza da farne uno dei più bei film dell´anno”.
Si sa che il tema della pedofilia è così ansiogeno da annebbiare ogni possibilità di affrontarne la realtà, anche se il tentativo è stato fatto in film coraggiosi come “Kids”di Larry Clark che indignò il Festival di Cannes dieci anni fa, o di Todd Solondz, “Happiness” e “Palindromes” visto alla Mostra veneziana ma non ancora distribuito in Italia. Niente è esplicito nel film di Araki, niente può offendere, anche se proprio per questo risulta sconvolgente. Cancella la riposante ipocrisia, obbliga a fare i conti con gli uomini irreprensibili cui si affidano i figli, con la folla dei pedofili cacciatori di ragazzi, persone insospettabili, con queste inimmaginabili esperienze infantili, con il buio della sofferenza non riconosciuta di tanti bambini, di tanti adulti che non dimenticheranno mai.

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