Dalla rassegna stampa Cinema

I bimbi perduti nel «classico» di Gregg Araki

Incontro con uno dei narratori più inventivi del nuovo cinema Usa: «La queer new wave? Fu un incidente di percorso, eravamo un gruppo filmaker riuniti intorno a precisi punti di vista politici»


Due ragazzi del Kansas e una stessa storia da «infanzia perduta» alle spalle. Bambini, hanno dovuto sottostare alla legge del più forte, in questo caso, il loro allenatore di baseball che non ha risparmiato a entrambi violenze sessuali. Mysterious Skin di Gregg Araki sarà nelle sale italiane il prossimo 27 maggio, dopo essere stato presentato a Venezia e in questi giorni, al festival gay di Torino. Abbiamo incontrato il cineasta californiano.

Cosa ti ha spinto a girare un adattamento cinematografico di un libro?

Quando ho ricevuto il libro Mysterious Skin nel 1995 ho trovato la storia estremamente commovente e forte allo stesso tempo. Anche se non direttamente a titolo personale, la vicenda di questi due ragazzi che scoprono insieme, si attirano e si aiutano l’un l’altro, mi colpì. Pensai subito che se un giorno avessi girato un film tratto da un libro, questo sarebbe stato quello giusto.

Cosa ti ha interessato in modo particolare?

Nel plot di Mysterious Skin ho trovato un intreccio intenso che approfondisce il viaggio emotivo dei due personaggi. Parla di cose che succedono quotidianamente ma delle quali la gente non vuole parlare, di solito preferisce evitare di affrontare certe realtà. Una storia come quella ha il merito di porti di fronte a cose non precisamente confortevoli.

Sembra che con questo film il tuo stile cinematografico si sia come depurato, si è fatto in qualche modo più classico.

Mysterios Skin si può certamente definire come un film classico. È meno espressionista dei miei precedenti, come Doom Generation (1995), dove utilizzavo un registro espressionista pop. Mi commosse così tanto la storia che decisi di essergli fedele, realizzando un film che riflettesse fedelmente lo spirito del libro. La collaborazione con il produttore esecutivo e il direttore della fotografia, unita alla volontà di rispettare il clima del romanzo hanno condotto a questo stile più naturalista, maggiormente attaccato alla realtà, con lo scopo di raggiungere anche una sorta di bellezza estetica. Una bellezza poetica della realtà più quotidiana e meno appariscente.

Credi che la pedofilia sia utilizzata dai media come capro espiatorio? Normalmente questo è un aspetto trattato in maniera scandalistica mentre tu lo descrivi come un processo…

Non lo vedo come uno scandalo. In questo caso, per me, fu come una rivelazione rispetto al libro, che presenta tutto ciò come qualcosa di vissuto. La vicenda non è descritta con i canoni sensazionalisti, pieni di stereotipi che normalmente vengono utilizzati per raccontare fatti di questo tipo. Il libro ti accompagna nella vita dei due ragazzi e ti fa rivivere le loro esperienze in maniera tale che anche le tue esperienze si riaccendano, conferendo al tutto un volto umano. Recentemente, negli Usa e credo anche qui, questo problema è tornato alla ribalta ma credo che in fondo la gente si rifiuti di parlarne semplicemente perché è un argomento eccessivo. Ci si limita a esprimere giudizi perentori come, «è terribile» e poi si cerca di voltare pagina. Credo che il libro e il film ti obblighino a percorrere la vicenda dei due ragazzi e a guardare il problema in maniera soggettiva.

Per gli attori deve essere stato un lavoro improbo.

Sì, per gli attori è stato molto duro. Ma il clima della troupe era davvero buono, tutti adoravano la sceneggiatura e il libro, così si sono immersi nella storia. Poi è vero anche che, trattandosi di una produzione indipendente, abbiamo dovuto sforzarci tutti enormemente .

È stato difficile far recitare i bambini?

In generale non c’è stato bisogno di ripetere molte scene. I ragazzi (Brady Corbet – Brian e Joseph Gordon-Levitt-Neil) erano dei diciottenni, attori molto bravi che hanno svolto un gran lavoro. Per quanto riguarda i bambini, abbiamo girato le scene, senza che loro sapessero veramente di cosa trattasse il film. I genitori avevano letto la sceneggiatura e sapevano come si sarebbero svolte le riprese, senza che i loro figli si rendessero conto della reale storia del film. Avevamo anche preparato una «verità» parallela appositamente per loro, in modo da evitare che si confrontassero con la vicenda della pellicola. Comunque, svolgo sempre un gran lavoro di preparazione con gli attori sullo storyboard e in questo non c’è stata una gran differenza rispetto ai miei film precedenti.

Sei considerato come uno degli esponenti più brillanti del «queer movement». Credi che questo film possa rientrare negli stilemi di quel movimento?

Penso che il queer new wave, un movimento dell’inizio degli anni 90, al quale contribuì sicuramente il mio film The Living End del 1992, non fu una nuova ondata nata da un movimento ben strutturato, ma piuttosto un incidente di percorso che trovò riuniti intorno a precisi punti di vista politici alcuni filmakers della mia generazione. Tutti quei registi hanno poi realizzato cose assai diverse e non è esistito quello che si suol definire un manifesto. Questo film può in certo modo dirsi portatore di una certa carica di «politica scorretta», propria del queer movement. Difatti l’autore del romanzo, Scott Heim, è un mio coetaneo, della mia stessa generazione e ha più o meno il medesimo punto di vista degli esponenti del queer movement.

Puoi parlarci del tuo prossimo progetto?

Sto attualmente lavorando su di un film intitolato crEEEEps! che potrei definire di fantascienza horror camp. Ci sarà un alieno, che è ormai una costante nei miei film e dei dischi volanti. Credo che questo lavoro presenterà tratti diversi da quello che è il mio marchio di fabbrica, il mio stile.


Un buco nero senza fondo
«Mysterious Skin», dal romanzo di Scott Heim.
ROBERTO SILVESTRI
INVIATO A TORINO
Gregg Araki, uno dei narratori più inquietanti e inventivi del nuovo cinema americano, dopo un inizio da ragazzo terribile, tra Godard e drasticità gay, ha presentato al festival gay e lesbo di Torino un più maturo ma non meno agghiacciante Mysterious Skin – passato a Venezia nella sezione Orizzonti e in uscita, con un certo ritardo sulle previsioni, il 27 maggio, distribuisce Metacinema – dal romanzo di Scott Heim, che affronta un argomento delicato, la molestia e la violenza sessuale infantile. Il film si svolge in Kansas, in una piccola città. Due ragazzi di otto anni, il migliore e il peggiore della squadra, sono stati entrambi vittime del fascinoso allenatore di baseball, che utilizza come alleato perfetto Neil, il brunetto, più sveglio e perverso, «violentato» con facilità, per arricchire il suo salotto erotico proibito con un altro bambino, Brian, biondo occhialuto e timido, assai più traumatizzabile. Il brunetto gay ha già segnato un futuro da «marciapiede a New York», che prepara facendo marchette in provincia, mentre l’altro vaga nella disperazione esistenziale più tragica e nella più totale negazione del sesso. Finché i due ragazzi ormai maggiorenni si incontreranno e… si scopriranno non così differenti da come credevano.

Le statistiche sono impressionanti, e dalla statistiche americane appare evidente come «il tumore» della violenza sessuale ai bambini e alle bambine tocchi ormai tutti i ceti sociali e ogni palmo della geografia americana. E evidenzia nella struttura familiare, chiusa come organismo «naturalmente» o «artificialmente» sadomasochista, il centro del problema. Happiness di Todd Solondz, su questo punto aveva realizzato un’opera davvero coraggiosa e shoccante. Araki però prende l’argomento anche da un altro punto di vista. Da quello del soggetto forte, non traumatizzabile, dal bambino attratto dai giochi più pericolosi e che ha «al posto del cuore – come dirà la sua migliore amichetta – un buco nero senza fondo».

L’altro bimbo invece ha rimosso la violenza subita. Ha creato così il suo buco nero. E scopre che altri ragazzi hanno riempito quel vuoto di memoria, con le fantasie più inverosimili ma plausibili. Che ne dite degli Ufo che ti hanno rapito fatto chissà cosa e poi abbandonato in stato confusionale? Passare dagli ufo inesistenti ai mostri della porta accanto sarà un antidoto contro chi chiama a raccolta la patria contro il pericolo degli aliens?

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