Dalla rassegna stampa Cinema

«TOKYO GODFATHERS» Dal Giappone un John Wayne formato cartoon

…i tre personaggi sublimano nella nobile azione le frustrazioni e i disagi di individui che vivono ai margini della società e il desiderio di normalità e di famiglia…

Alberto Castellano È quasi un remake di «3 Godfathers» (in italiano «In nome di Dio») di John Ford il cartone animato giapponese «Tokyo Godfathers». Satoshi Kon non è nuovo a operazioni cinefile (i precedenti «Perfect Blue» e «Millennium Actress» citavano rispettivamente De Palma e «Viale del tramonto») e nel panorama dell’animazione nipponica contemporanea, vitale, creativa e capace di contrastare lo strapotere americano, si sta ritagliando uno spazio interessante per la sperimentazione delle possibilità di rileggere i generi più diversi con i codici del cartoon. Nei bassifondi di Tokyo alla vigilia di Natale tre amici senzatetto – la giovane Miyuki, il transessuale Hana e l’alcolizzato Gin – trovano un neonato nella spazzatura, non sanno cosa fare, poi decidono di tenerlo per la notte e il giorno dopo si mettono alla ricerca dei genitori. I tre desperados fordiani guidati da John Wayne sono solo un modello d’ispirazione, perché poi Kon dà all’odissea metropolitana del trio il segno di un viaggio impietoso nelle contraddizioni di un’insolita Tokyo innevata e rende ancora più stridente il contrasto tra il gesto edificante dei tre protagonisti di salvare un bimbo da morte certa e la loro disperata condizione esistenziale. Prendendo le distanze dai facili happy end e dalle situazioni edulcorate di tanta animazione americana e non solo, il regista sceglie l’ambientazione natalizia in chiave provocatoria perché nel Giappone shintoista solo un’irrilevante percentuale di cristiani festeggia e i tre personaggi sublimano nella nobile azione le frustrazioni e i disagi di individui che vivono ai margini della società e il desiderio di normalità e di famiglia. Kon distilla una straordinaria forza espressiva dalla fusione quasi fisica di Gin, Hana e Miyuki con lo squallido contesto sociale, con le strade polverose e i cumuli di immondizia. Il suo stile è lontano da quello visionario ed elegante del grande Miyazaki, semmai ha più analogie con certa animazione realistica americana e richiama anche nelle espressioni facciali esasperate il tratto dei grandi disegnatori espressionisti tedeschi. Le sue figure si impongono per i contorni netti e per i loro movimenti nello spazio e con la sequenza finale dagli echi metafisici, l’autore giapponese dà un saggio di regia per come fa trasparire l’ingannevole ottimismo alludendo al futuro dei tre che non cambierà.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.