Dalla rassegna stampa Cinema

ANGELS IN AMERICA

…La stessa miopia ed arroganza con cui ancora oggi molti “rappresentanti di Dio” si credono in diritto di giudicare e privare di ogni dignità, anche al di fuori della sfera meramente religiosa, le persone e le coppie omosessuali (e non solo)…

Angels in America è una di quelle opere di fronte alle quali è difficile rimanere indifferenti: le si ama o le si odia, senza mezze misure.
Nata come ambiziosa produzione teatrale che è valsa al suo autore, Tony Kushner, il premio Pulitzer nel 1993, è divenuta nel 2003 un’altrettanto ambiziosa mini-serie televisiva prodotta dal network americano HBO, che si è spesso distinto per aver avuto il coraggio di dar voce senza falsi pudori e moralismi a tematiche controverse e dal forte impatto emotivo e/o sociale (basti pensare, solo per citare qualche esempio recente, a serie come Six Feet Under, Sex and the City, The Sopranos o Oz, tutte targate HBO). Angels in America prosegue egregiamente su questa linea: a metà fra un periodo storico crocevia di vitali fermenti e contrasti irrisolti ed una dimensione surreale fortemente simbolica e spesso travolgente, la sua trama si sviluppa su più fronti offrendo una moltitudine di sfaccettature, spunti di riflessione e livelli di lettura, spesso tutt’altro che banali ed immediati.
È proprio su uno di questi livelli che si vuol concentrare questo breve articolo, senza alcuna pretesa di essere una recensione o una disamina completa o anche solo lontanamente esaustiva di un’opera polivalente come Angels in America: solamente una possibile chiave di lettura, inevitabilmente influenzata dalle mie personali opinioni su alcuni dei temi trattati, ovviamente condivisibile o meno, ma spero comunque in qualche modo interessante. Saltando quindi a pie’ pari considerazioni circa i meriti tecnici della mini-serie o quelli artistici del suo cast stellare (che comprende attori del calibro di Al Pacino, Meryl Streep ed Emma Thompson), saltando anche un inutile stringato riassunto della sua trama (poche righe non potrebbero renderle giustizia, e risulterebbero superflue per chi l’ha vista ed inservibili per gli altri), vengo immediatamente al sodo.

Lo spunto per mettere in forma scritta quanto segue è nato da uno scambio di e-mail con una cara amica, che fra le altre cose è anche una redattrice dello STIM ed ha insistito affinché trasformassi il tutto in articolo (ergo ora sapete di chi è la colpa): in discussione c’erano le impressioni generali a caldo sulla mini-serie, ed in particolare l’apparente incompiutezza del filone narrativo riguardante gli angeli ed il profeta e l’avvitamento finale dello stesso verso un finale inconcludente. Incompiutezza sulla quale sono sostanzialmente d’accordo, ma che a mio parere fa parte integrante della storia; una storia in cui Dio non ha improvvisamente fatto i bagagli e se ne è andato, abbandonando di sua volontà il Paradiso perché stanco della destabilizzante mobilità degli esseri umani, come gli angeli credono; una storia in cui Dio ha perso piuttosto la propria ragion d’essere…
Gli uomini che un tempo hanno creato i propri dei per placare ed esorcizzare i dubbi e gli interrogativi atavici che li sovrastavano ed opprimevano, ora hanno esigenze differenti, cercano risposte differenti, magari anche solo ad altri livelli, risposte che non possono più trovare in quegli dei. O, meglio, in quel modo di rapportarsi con i propri dei. Gli uomini, come dice l’angelo, non sono stati fermi, hanno mutato le proprie necessità, ma non sono stati in grado di adattare conseguentemente anche il proprio rapporto con Dio, che è rimasto intrappolato in canali ormai obsoleti e sterili, rigidamente preservato nella forma ma soffocato e tradito nell’essenza. L’umanità ha perso il contatto con Dio perché concentrata a difenderne più il mezzo che il contenuto, senza rendersi conto che ciò a cui tanto ottusamente si ostina a rimanere aggrappata è un guscio ormai vuoto, fatto di rigidità ed ingenuità funzionali un tempo ma che sono ormai solo anacronistiche e fuorvianti.

La figura stessa degli angeli di Angels in America discende da questa concezione ormai svuotata: essi vedono il cambiamento come una minaccia, ne sono terrorizzati, non lo concepiscono, non sono in grado di gestirlo, e cercano un profeta della stasi che riporti tutto alle origini, ingenuamente convinti che questo rimetterà tutto a posto, incapaci di comprendere che il movimento è l’essenza stessa dell’umanità, che “il mondo gira solo in un verso, in avanti”. E infatti nelle sue varie visite l’angelo appare spesso incerto, smarrito, a tratti grottesco e contraddittorio, incapace di capire gli esseri umani e la loro smania di “più vita” e di cambiamento, incapace di vedere un futuro in esso. L’immagine finale del Paradiso freddo e decadente, con la schiera di angeli stipati come tanti automi a svolger lavori d’ufficio come nemmeno nelle più grigie e disumanizzanti visioni alla Fantozzi, dà esattamente l’idea del guscio vuoto di cui sopra.

Non è contro Dio che Prior alla fine si scaglia, ma contro quella concezione di Dio. Una concezione miope e votata ad un debilitante immobilismo, incapace di distinguere la forma dalla sostanza, e di capire che per preservare la sostanza è necessario far evolvere la forma. Allo stesso modo l’AIDS non è una conseguenza del fatto che Dio ha abbandonato gli esseri umani, ma un esempio lampante proprio di quanto la concezione suddetta sia aberrante e fatale: in nome di tale concezione l’amministrazione reganiana contemporanea alle vicende narrate in Angels in America e più volte tirata in ballo nella mini-serie ha per anni deliberatamente ed irresponsabilmente scelto di ignorare o, peggio, manipolare e strumentalizzare il fenomeno AIDS, sabotando e distorcendo la consapevolezza che del fenomeno aveva l’opinione pubblica, cosa che a lungo termine ha avuto effetti ancora più devastanti della mera diffusione incontrollata dell’epidemia in quegli anni.
La stessa irresponsabilità con cui, in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS celebrata ad inizio dicembre, il Vaticano ha sentenziato per l’ennesima volta che l’unico mezzo per proteggersi dalla malattia è la castità, e che l’uso di metodi contraccettivi quali il preservativo è un peccato. La stessa miopia ed arroganza con cui ancora oggi molti “rappresentanti di Dio” si credono in diritto di giudicare e privare di ogni dignità, anche al di fuori della sfera meramente religiosa, le persone e le coppie omosessuali (e non solo), tradendo i principi più fondamentali della religione e del Dio che dovrebbero rappresentare. La stessa ottusità che è possibile ritrovare in moltissime altre manifestazioni di fondamentalismo religioso non direttamente citate in Angels in America, ma che riempiono i notiziari, e che sono più che mai attuali.

In ultima analisi Angels in America non è affatto, a mio parere, (solo) un film su AIDS ed omosessualità, come è stato da molti superficialmente etichettato: quelli sono indubbiamente temi funzionali ad un discorso che ha però il proprio punto focale altrove, e precisamente in una profonda lacerazione in seno ad un’umanità che deve trovare il coraggio di abbandonare finalmente le vestigia ormai sterili del passato per guardare avanti e ricongiungersi con ciò che ha smarrito. Un po’ come il buco nell’ozono tanto caro ad Harper, “riparato” dalle anime delle persone defunte, che hanno abbandonato le proprie spoglie mortali e sono ascese al cielo.
Perché “nulla è perso per sempre”…

da www.startrekitaliamagazine.it

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