Dalla rassegna stampa Cinema

E Pedro infranse lo specchio della vita

… Almodovar infrange lo specchio della vita e getta benzina sulla fiamma del peccato…

Ci sono le parrucche bionde e le vestaglie a fiori, ma poi, mentre l’intreccio si dipana e si riavvolge su stesso, sempre più color della pece, « noirissimo » , amaro, crudele. Un film nel film che si muove su più piani temporali, mentre la « realtà » cerca le sue risposte nella finzione, e il destino ( che suona sempre due volte) si prende gioco di entrambe. Perchè nel gran girotondo delle menzogne, dove la vita è cinema e il cinema vita, qualcuno si farà male, qualcun altro si spezzerà il cuore. Preti pedofili, amori acerbi, persino Cuore matto ( sí, Little Tony, proprio lui) a tutto volume: servo solo di se stesso e del suo gusto, « malinconico » , del paradosso, Almodovar ne La mala educaciÛn ( che aprí a maggio il Festival di Cannes) racconta l’incontro, nella libertaria Madrid post franchista, di Ignacio, attore in cerca di scritture, e Enrique, giovane ma già affermato regista. In realtà i due già si conoscono, ma non si vedono pi ù da anni: sono amici d’infanzia, sin dai tempi del collegio. Là dove sbocciò la loro prima passione, stroncata sul nascere da padre Manolo, che voleva Ignacio solo ed esclusivamente per sè… Almodovar infrange lo specchio della vita e getta benzina sulla fiamma del peccato: tra citazioni colte ( da Renoir a Billy Wilder) e provocazioni mai dome, il regista ( anche se lo spunto autobiografico non è, come da lui stesso dichiarato, che uno spunto) ricorda con rabbia, realizzando un noir sulla colpa che guarda alla potenza di classici ( la seconda parte è imbevuta di crime story, ovviamente passata al setaccio dell’ « almodrama » ) che il regista spagnolo piega alle sue regole. Meno toccante e riuscito di Tutto su mia madre e Parla con lei , La mala educaciÛn non è tanto un film contro la religione cattolica ( e comunque la Chiesa avrà di che innervosirsi, specie quando l’autore fa dire a un prete assassino, nella finzione del set, che « Dio sta dalla nostra parte » . ..) o sugli abusi sessuali, quanto una storia di passioni che bruciano e si rincorrono, ignare dell’identità ( ci si nasconde ugualmente dietro un paio di seni al silicone, una tonaca o un nome falso) e del tempo, fino alle estreme conseguenze. Metacinematografica ma non per vezzo, la pellicola, che, sin dai titoli di testa – strappati, « decoupati » – ha momenti bellissimi, alcuni anche di grande poesia, è tra le opere meno riconciliate di Almodovar, che – fatta brillare la giovane stella di Gael Garcia Bernal, divo messicano ( era il Che in motocicletta) che si beve come fosse acqua tre ruoli tre – inietta di veleno la sua solita magia: assassini e solitari, appunto. Alla fine la scena è solo per loro. Pedro Almodovar. Fo t o g r a f i a : Josè Luis Alcaine. Montaggio: Josè Salcedo. Musica: Alberto Iglesias. Interpreti: Gael Garcia Bernal, Felez Matinez, Daniel Gimenez Cacho, Javier Camara, Petra Martinez. Spagna, 2004, 1h e 45′. Drammatico. La vita, l’amore: e, ovviamente, la morte. Il cinema, ancora una volta, come specchio: nella cui immagine deformata, lente d’ingrandimento di peccati e meraviglie, si rifugiano, « gli assassini e i solitari » . La passione e la vendetta secondo Almodovar: dopo due capolavori come Tutto su mia madre e Parla con lei , l’imprevedibile Pedro riscopre la legge, irresistibile, del desiderio. E gira un melò gay – completamente privo di personaggi femminili che superino le tre battute – inizialmente pop, con i suoi verdi acidi e i rossi sparati, le parrucche

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