Dalla rassegna stampa Cinema

Almodóvar: i preti? Meglio il cinema

…L’educazione cattolica è pessima sia dal punto di vista accademico che spirituale. Anzi, la formazione dello spirito affidata ai preti è piuttosto una deformazione spirituale…

Il regista a Roma per presentare «La mala educacion», storia di formazione e noir

ROMA «L’educazione cattolica è pessima sia dal punto di vista accademico che spirituale. Anzi, la formazione dello spirito affidata ai preti è piuttosto una deformazione spirituale». È questa in sintesi La mala educacion a cui allude il titolo del nuovo film di Pedro Almodòvar in uscita nelle nostre sale il prossimo 8 ottobre, distribuito dalla Warner. A spiegarlo è lo stesso regista spagnolo nel corso di un incontro per la stampa popolato dalla folla delle grandi occasioni. Giacca di pelle marrone e zazzera imbiancata al vento Pedro ha ormai l’aria rassicurante di un signore di mezza età, così distante dai toni dissacranti e «scandalosi» di un tempo, nonostante il viscerale anticlericalismo covato negli anni del collegio, proprio come i due piccoli protagonisti del film. Dall’alto di due Oscar (Tutto su mia madre e Parla con lei) e di un’infinità di altri premi (Cèsar, Efa, Globi d’oro), oltre che delle lodi unanimi della critica planetaria, Almodòvar non ha più bisogno del «traino» degli «scandali», anche se quest’ultimo La mala educacion è stato «confezionato mediaticamente» in questa direzione, come una pellicola di denuncia sui preti pedofili. Lo scrive lui stesso sul press-book: «Questo film non è un regolamento di conti con i preti che mi hanno male educato, né con il clero in generale. Se avessi avuto bisogno di vendicarmi non avrei aspettato quarant’anni per farlo. La Chiesa non mi interessa neanche come antagonista». E lo ribadisce a voce: «Il vero protagonista della pellicola è il cinema. Il cinema come educazione alternativa, in questo caso, a quella dei preti. Così come è stato per me da bambino che avevo il cinema proprio davanti al collegio. È lì che mi sono formato realmente». Ed è il cinema, infatti, quello che insegue uno dei due giovani protagonisti, deciso a raccontare in un film proprio l’antica passione per l’amico-compagno di collegio, a sua volta vittima dell’amore molesto del loro insegnante sacerdote. Ma come ribadisce Almodovar, questo non è che lo spunto, poiché la vicenda si dipana sullo sfondo temporale di vent’anni, dai «castigati» Sessanta ai roboanti Ottanta della Movida, toccando tutti i temi cari da sempre al regista: omosessualità, travestitismo, amour fou. E delitti. Un noir, in piena regola, insomma, «in cui ho potuto mostrare gli aspetti peggiori dell’essere umano – continua Almodòvar -. È un genere che amo molto proprio per questo. Perché ha una sua morale codificata ben diversa dalla vita normale. Nel noir non esistono i buoni e i cattivi, piuttosto i disperati e i peggiori tra loro. Del resto se volessimo farlo coincidere con la realtà bisognerà spedire in prigione al più presto gente come Quentin Tarantino o Sam Peckinpah».
Un genere, il noir, in cui il regista dice di «essersi trovato per caso», scrivendo questa sceneggiatura che «covava da più di dieci anni». «Quando comincio un film – conclude il regista – non so mai se sarà una commedia o una tragedia. Non credo che il mio cinema abbia influenzato l’atteggiamento più tollerante della Spagna di oggi verso gli omosessuali e i travestiti. In questo senso fa di più, anche se è spazzatura, la televisione. Comunque ho la sensazione che si riderà molto con la mia prossima storia, Volver, una commedia tutta di donne sulla mania spagnola di credere ai fantasmi e ai morti che ritornano».

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