Dalla rassegna stampa Cinema

Ecco il film-testamento di Manfredi

…Ma nel film si viola anche un altro tabù. «Tutti sapevano che Lorca era omosessuale – sottolinea Erminia-, ma in pochi sapevano che fosse stato sentimentalmente legato al pittore Salvator Dalì, cosa che invece si svela nel film»…

La vedova: sul set era già malato però amava molto questo suo ruolo di García Lorca

ROMA – «C’è voluta la morte di Nino, perché si capisse quanto sia amato. Ha dovuto fare lo sponsor di se stesso». Parole che pesano come macigni, quelle dette da Erminia Manfredi, moglie del grande attore scomparso nel giugno scorso, presentando l’ultimo film interpretato dal marito, La fine di un mistero con la regia dello spagnolo Miguel Hermoso, che finalmente esce anche in Italia, venerdì prossimo in dieci copie. Già uscito un anno e mezzo fa in Spagna, poi in Russia e Portogallo, già vincitore del 25º Festival del Film di Mosca e del Festival del cinema latino-americano di Los Angeles, c’è voluta anche tutta la testardaggine della Dnc per distribuirlo anche nelle sale italiane. «Ma il premio più grande per un lavoro cinematografico – continua Erminia – è che arrivi alla gente». E per la sua ultima fatica, Nino ha scelto il ruolo più difficile: esprimere il suo personaggio senza l’aiuto delle parole, ma solo con la mimica del volto e il linguaggio del corpo. Riprende la moglie: «Erano i ruoli che più amava Nino. Il suo esordio nel cinema, come protagonista e regista, fu con L’avventura di un soldato , dove non diceva una parola, ma mimava ogni sentimento, in omaggio al suo maestro d’accademia Orazio Costa».
Tratto dall’omonimo romanzo di Fernando Marìas, che firma anche la sceneggiatura, la storia racconta il mistero della morte di Federico Garcia Lorca: si ipotizza infatti che il grande poeta, caduto sotto i colpi di un plotone d’esecuzione nell’agosto 1936, in piena guerra di Spagna, in realtà non sia morto, ma sia stato salvato moribondo da un giovane pastore, Joaquin (Aldredo Landa), che dopo quarant’anni lo ritrova vecchio, trasandato, colpito da amnesia, ridotto a chiedere l’elemosina nelle strade di Granada. Il pastore, che non aveva mai saputo di aver salvato la vita all’autore di «Romanzo gitano» e de «La casa di Bernarda Alba», conducendo una sorta di indagine, scoprirà che quel catatonico ottantenne, incapace di ricordare e di parlare, è proprio Lorca.
Spiega il regista: «La morte del poeta è sempre stata un mistero, prima di tutto perché dopo la fucilazione nessuno si prese la responsabilità di aver premuto il grilletto e poi perché il dittatore Franco, cosciente di aver ucciso un grande di Spagna, fece seppellire tutti i cadaveri delle persone trucidate insieme a Lorca in una fossa comune, per cui il suo corpo non fu mai trovato. Inoltre, fece spianare la collina dove era avvenuto il massacro, per non farne meta di pellegrinaggio».
Ma nel film si viola anche un altro tabù. «Tutti sapevano che Lorca era omosessuale – sottolinea Erminia-, ma in pochi sapevano che fosse stato sentimentalmente legato al pittore Salvator Dalì, cosa che invece si svela nel film».
Girato in Spagna, s’è trattato di un impegno oneroso per il protagonista, già provato dalla malattia. Racconta la moglie: «Aveva vuoti di memoria e ho dovuto aiutarlo: sono stata sul set accanto a lui dal primo all’ultimo ciak». Interviene il regista: «Ho sempre amato il cinema italiano, il neorealismo, la grande commedia. Sono cresciuto con i miti di Manfredi, Tognazzi, Gassman, Mastroianni che, tuttora, sono più conosciuti in Spagna degli attori italiani di oggi. Il mio vuole essere un omaggio a film come Il generale della Rovere o Tutti a casa , dove si intrecciava la tragedia alla comicità. E Nino, vero animale cinematografico, se fuori dal set era un signore un po’ malato, quando entrava in scena esprimeva l’entusiasmo e le ansie di un principiante: alla fine di ogni inquadratura, chiedeva ossessivamente come era andato. La sua vita ruotava intorno al cinema. Era un attore mitico». Un attore mitico, ma sempre insoddisfatto. Conclude Erminia: «Ogni volta che rivedeva il girato, scuoteva la testa e diceva: “È tutto da rifare”».

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