Dalla rassegna stampa Cinema

Melò gay nelle pieghe del peccato

MA NON E’ TRA I SUOI FILM PIU’ RIUSCITI …l’imprevedibile Pedro riscopre la legge, irresistibile, del desiderio. E gira un melò gay …

CANNES – La vita, l’amore: e, ovviamente, la morte. Il cinema, ancora una volta, come specchio: nella cui immagine deformata, lente d’ingrandimento di peccati e meraviglie, si rifugiano, «gli assassini e i solitari». Piove a Cannes, e già questo è un evento: sopra la Croisette le nubi cariche di passione e vendetta di Almodovar.

Per il Festival un’apertura in «nero»: dopo due capolavori come Tutto su mia madre e Parla con lei, l’imprevedibile Pedro riscopre la legge, irresistibile, del desiderio. E gira un melò gay – completamente privo di personaggi femminili che superino le tre battute – inizialmente pop, con i suoi verdi acidi e i rossi sparati, le parrucche bionde e le vestaglie a fiori, ma poi, mentre l’intreccio si dipana e si riavvolge su stesso, sempre più color della pece, amaro, crudele.

Un film nel film che si muove su più piani temporali, mentre la «realtà» cerca le sue risposte nella finzione, e il destino (che suona sempre due volte) si prende gioco di entrambe. Perché nel gran girotondo delle menzogne, dove la vita è cinema e il cinema vita, qualcuno si farà male, qualcun altro si spezzerà il cuore.

Preti pedofili, amori acerbi, persino Cuore matto (sì, Little Tony, proprio lui) a tutto volume: servo solo di se stesso e del suo gusto, «malincomico», del paradosso, Almodovar ne La mala educación racconta l’incontro, nella libertaria Madrid post franchista, di Ignacio, attore in cerca di scritture, e Enrique, giovane ma già affermato regista. In realtà i due già si conoscono, ma non si vedono più da anni: sono amici d’infanzia, sin dai tempi del collegio. Là dove sbocciò la loro prima passione, stroncata sul nascere da padre Manolo, che voleva Ignacio solo ed esclusivamente per sè…

Almodovar infrange lo specchio della vita e getta benzina sulla fiamma del peccato: tra citazioni colte (da Renoir a Billy Wilder) e provocazioni mai dome, il regista (anche se lo spunto autobiografico non è, come da lui stesso dichiarato, che uno spunto) ricorda con rabbia, realizzando un noir che guarda alla potenza dei classici (la seconda parte è imbevuta di crime story, ovviamente passata al setaccio dell’«almodrama») ma a cui il regista spagnolo piega alle sue regole.

Meno toccante e riuscito degli ultimissimi film di Almodovar, La mala educación non è tanto un film contro la religione cattolica (e comunque la Chiesa avrà di che innervosirsi, specie quando l’autore fa dire a un prete assassino, nella finzione del set, che «Dio sta dalla nostra parte»…) o sugli abusi sessuali, quanto una storia di passioni che bruciano e si rincorrono, ignare dell’identità (ci si nasconde ugualmente dietro un paio di seni al silicone, una tonaca o un nome falso) e del tempo, fino alle estreme conseguenze.

Metacinematografica ma non per vezzo, la pellicola, che, sin dai titoli di testa – strappati, «decoupati» – ha momenti bellissimi, alcuni anche di grande poesia, è tra le opere meno riconciliate di Almodovar, che – fatta brillare la giovane stella di Gael Garcia Bernal, divo messicano prossimo venturo che si beve come fosse acqua di ruscello tre ruoli tre – inietta di veleno la sua solita magia: assassini e solitari, appunto. Alla fine la scena è per loro.

Preti sull’orlo di una crisi d’amore
Almodovar: «Critico la Chiesa spagnola, non la religione cattolica»

CANNES – Melò e noir, amori proibiti e corpi violati, grand guignol e storia d’amore, preti che amano troppo e carrieristi pronti a tutto. Pedro Almodovar racconta La mala educación, che ha aperto fuori concorso il Festival, subito dopo la prima proiezione stampa (finita in verità con un applauso tiepido).
«Conosco la storia che ho raccontato – dice il grande regista spagnolo – anche se non è la mia. Per fortuna sono passati molti anni da quell’epoca e il tempo ha contributo al necessario distacco». Le coincidenze con la vita del regista sono più di una: ha studiato in collegio dai salesiani e dai francescani e cantava nel coro ad esempio, come accade al suo personaggio Ignacio.

Così La mala educación del titolo (esce oggi in Francia, ma in Italia avrà il divieto?), è – ammette – «l’educazione che ho ricevuto, basata sul castigo, sul farti sentire colpevole. Dunque è un miracolo che io sia un uomo normale e faccia il regista». E gli abusi dei sacerdoti? «Sono da denunciare, sono crimini terribili. Ma il mio non è un film di denuncia sugli abusi sessuali ai minori, parla di altro: il mio prete abusa del ragazzo esercitando il suo potere, ma lo fa perchè è follemente innamorato di lui. Per questo, infine la sua è una grande storia d’amore».

Certo, l’amore impossibile di Padre Manolo per il suo pupillo Ignacio, che crescendo diventerà transessuale e drogato, aspirante scrittore, non passerà inosservato. Ha voluto con questa storia condannare la Chiesa? «Il peggior nemico della Chiesa, in Spagna, è la Chiesa stessa. Non c’è bisogno di essere anticlericali, basta leggere i giornali». Per Almodovar, il modo in cui in Spagna si vive la religione è pura idolatria: «Parlo della mia famiglia, della gente che conosco, non di tutti gli spagnoli. Loro la vivono in una maniera praticamente pagana. Cosa è altrimenti un evento come la Semana Santa di Siviglia se non un rito pagano? Vivere in maniera profana la religione credo sia in definitiva il modo migliore di viverla».

Gli studi in collegio, l’estrazione familiare hanno fatto prendere ad Almodovar le distanze dalla Chiesa, «ma la liturgia cattolica invece mi affascina. Così nel film mi approprio della cerimonia religiosa e ne faccio dono ai personaggi che vampirizzandola si relazionano tra loro in maniera liturgica. La Chiesa invece la utilizzo come qualcosa di decorativo, penso a certe figure del Cristo, dei Santi e della Vergine».

La mala educación riporta comunque al festival di Cannes Pedro Almodovar che, dopo il Gran premio (ma non la Palma d’oro, cosa che lo irritò, sembra, non poco) cinque anni fa per Tutto su mia madre, aveva promesso di non tornare più. «Ho un senso di vertigine – dice il regista – invitarmi ad aprire il festival è avermi dato un grande premio. Spero di compensare gli spettatori donandogli emozioni con questo film. Essere qui – ha aggiunto – significa essere nel miglior posto del mondo. Dedico questo momento e questo film alle vittime dell’attentato dell’11 marzo a Madrid».

Almodovar confessa di voler fare con La mala educación un omaggio ad un genere che gli piace molto, il noir, un genere adulto lo definisce citando film preferiti come Femmina folle di John Stahl e sottolineando che «lo spettacolo della natura umana si presta al noir. Il male è dentro il cuore dei personaggi e il peggio delle persone mi attrae moltissimo». Per questo, gli chiede un giornalista cileno, avrebbe voluto l’ex premier Aznar nella parte del prete pedofilo? Almodovar accenna di sì, si preoccupa di sottolineare alla traduttrice che si tratta di un paradosso ed è l’unico accenno politico della conferenza.

Ci tiene, il regista di Donne sull’orlo di una crisi di nervi e di Parla con lei, a sottolineare che, anche a causa dell’età, è un film maturo, diverso dai suoi 14 film precedenti pur trattando di temi e personaggi, gli amati transex ad esempio. E vuole anche spiegare i tanti temi de La mala educación e del perchè alla fine di tutto Juan (uno dei tre personaggi interpreti da Gael Garcia Bernal) si manifesta in tutta la sua opportunistica mostruosità: «Il modello è stato il personaggio di Patricia Highsmith, il talentoso Mr. Ripley», conclude.

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