Dalla rassegna stampa Cinema

Dopo sedici anni venerdì esce in Italia "Tandem", storia di un'amicizia omosessuale

Leconte, regista fuori dal tempo
«Sono un sentimentale: le relazioni sincere non possono invecchiare»

Roma. Prima che i telefonini squillassero dovunque e le cinture di sicurezza fossero obbligatorie. Mentre il brutto avanzava e imponeva nuovi modelli di successo a tutti i costi. Insomma, sul finire degli orridi anni ’80, Patrice Leconte, girava “Tandem”, per raccontare di un celebre conduttore radiofonico (Jean Rochefort, più magnifico che mai) e del suo tecnico del suono (Gérard Jugnot) che da 25 anni girano la provincia per mandare in onda ogni giorno il quiz “La lingua al gatto”. Di alberghetto in alberghetto, i due vivono in simbiosi, sono tutto l’uno per l’altro. Si fanno compagnia, si proteggono a vicenda, fino alla fine, quando la trasmissione verrà soppressa ed entrambi dovranno reinventarsi la vita. Quando l’autore di “Il marito della parrucchiera” e “L’uomo del treno” (trionfatore a Venezia 2002) congedava “Tandem” era il 1987 e distribuire in Italia il film di un semisconosciuto che fin lì aveva fatto commediole commediole tipo “Il cadavere era già morto”, costava troppo. Così, nonostante i premi, gli incassi e le critiche guadagnati in Francia, il film lo vedremo solo ora, da venerdì, a sedici anni di distanza, grazie alla fulminante intuizione dei signori della Bim: acquistando diritti per la realizzazione di un cofanetto Dvd dedicato a Leconte, si sono detti “perché non farlo uscire in sala?”. Che ne dice signor Leconte? «Io provo una grande tenerezza per questo film e spero non sia passato di moda. Ma mi pare di no: lo girerei identico anche domani. Perché cerco sempre di parlare di cose fuori dal tempo, di quello che mi sta più a cuore: i rapporti fra gli esseri umani. “Tandem” parla del legame d’amicizia fra due uomini assolutamente non omosessuali, simile al legame fra Rochefort e Halliday in “L’uomo del treno”: una cosa che non può invecchiare». Visto oggi, sembra che lei racconti anche un passaggio epocale, l’avvento aggressivo della televisione, la fine di un certo buon gusto di massa, il trionfo dell’ignoranza. «No, non era questa l’idea. Molte cose del resto, sono sempre uguali: le autostrade, i piccoli alberghi, la provincia. C’è stato un cambiamento epocale, sì, ma come tutti i grandi cambiamenti è stato lentissimo, quasi impercettibile, non credo che il mio film sia riuscito a registrarlo». Leit-motiv di “Tandem” è una canzone di Riccardo Cocciante, “Il mio rifugio”. «L’ha scritta appositamente per me. Mi piaceva che una canzone d’amore cantata in italiano planasse su questa storia d’amicizia. Per me la musica è parte essenziale di un film, come le luci o i dialoghi, la penso contemporaneamente alle immagini ». Come pensa in contemporanea la miscela di dolcezza e sarcasmo di tutti i suoi film? «Io mi conosco bene, sono molto sentimentale, mi lascerei andare se non sapessi che senza un po’ del sale dell’ironia, lo zucchero del sentimentalismo sarebbe molle, insignificante ». Lei ha girato 7 film con Jean Rochefort. Ci racconta il vostro sodalizio? «Con lui debuttai, nel ’75, con “Il cadavere era già morto”. Litigammo tutto il tempo, pensai addirittura di lasciare il cinema. Non ci parlammo per dieci anni. Poi, quando scrissi “Tandem”, siccome sono orgoglioso e volevo fargli vedere che aveva torto lui, che io ero bravo, gli mandai il copione. Lui mi chiamò: “ma sei pazzo?”. Leggilo, gli risposi. E il giorno dopo mi ritelefonò: “Ti proibisco di fare questo film senza di me”, disse. Da lì è nato il nostro amore. Ormai ci capiamo a mezze parole, mezzi sguardi, siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Sullo schermo, come Jean- Pierre Léaud era per Truffaut un se stesso più giovane, così Jean è un me stesso più vecchio».

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