Dalla rassegna stampa Cinema

Lesbica Cina. In "Un pesce e un elefante"

…Film d’esordio dopo due documentari molto premiati, uno su due sorelle gemelle, l’altro sulle coppie lesbiche cinesi nel 2000, Fish and elephant è arrivato al Lido in gran segreto – come “film sorpresa” – con alcune parti girate in video per sfuggire alla censura…

Li Yu è una ragazzina piccola, coi capelli corti e l’aria molto più giovane dei suoi 27 anni, che ha studiato cinema, letteratura, lavorato per la tv e sin dagli inizi sfoderato una grinta ribelle raccontando universi femminili a distanza ravvicinata, cosa rara nel cinema cinese anche contemporaneo. Film d’esordio dopo due documentari molto premiati, uno su due sorelle gemelle, l’altro sulle coppie lesbiche cinesi nel 2000, Fish and elephant è arrivato al Lido in gran segreto – come “film sorpresa” – con alcune parti girate in video per sfuggire alla censura.
E non è il solito “trucco” per richiamare l’attenzione. “Un pesce e un elefante” – racconta, infatti, l’outing (assai tabù) di una ragazza lesbica e la sua storia d’amore con un’altra che libera anche lei la sua sessualità mollando un fidanzato opprimente e rozzo. Non solo. Girato in 16mm con attori tutti non professionisti, Fish and elephant per la prima volta ci porta nella Cina del dopo-riforma economica senza parlare di soldi, arrivismi, perdita di identità, rapporto con la tradizione – cosa rimpiangere poi visto che per quanto riguarda le donne significa un azzeramento?
“Perché non ti sposi”, tormenta la madre la ragazza protagonista vecchia a trent’anni e dunque pericolosamente “zitella”. Lei con i suoi amici, una coppia gay, canta “non ti fare uccidere da quello che vogliono gli altri”, lavora allo zoo occupandosi di un elefantessa. Li Yu deve avere visto Go fish di Rose Troche, o quantomeno appartiene a quegli sguardi e teste che allo schematismo della rivendicazione preferiscono una libertà lineare, dove in forma narrativa quasi documentaristica, senza retorica o eccessi di melodramma la “verità” (postrosselliniana) sta nella faticosa conquista dei propri desideri, che significa anche rifiutare le convenzioni del cinema “lesbico” (non ci sono butch o donne super) raccontando contraddizioni che sono al di là della connotazione sessuale (e la scena d’amore tra le due ragazze è una delle più intense viste sugli schermi del Lido). Attraverso questo privato affiora un collettivo in trasformazione di immaginario dunque di Realtà che appartiene a chi, cresciuto tra Tien an Men e il capitalismo, sa occupare spazi solo in apparenza “a margine”, destabilizzanti perché più difficili da controllare, che possono esplodere reiventando politica e utopia (il movimento no logo insegna).
Fish and elephant fa parte dei Nuovi territori, sezione che nelle differenze afferma un’idea di cinema a nervi scoperti. Sono le inquietudini del cinema stesso, fantasmi e potenza di seduzione, sono gli archetipi della società, a cominciare dalla famiglia microcosmo in cui si consumano altre possibili dissoluzioni. Non la messinscena della sua “mostruosità” stile American beauty né la sua possibile ricomposizione nei traumi della vita – La stanza del figlio di Moretti insegna – piuttosto una rappresentazione che è test di quanto c’è fuori.

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