Dalla rassegna stampa Cinema

Cosmos

…il film trova accenti intensi o sornioni, componendo un mosaico di solitudini dal respiri universale…

Bianco e nero in super 6, basso costo, attori sconosciuti o quasi, sei storie metropolitane che si intrecciano alternando motivi buffi e retrogusti dolenti. A prima vista, “Cosmos” sembra uno di quei film modaioli nati sul modello di “In the Soup”, “Clerks” e compagnia bella. Ma consiglieremmo al pubblico interessato di non fermarsi alla prima impressione: perché la costruzione corale del racconto nasconde una qualità più intima e ispirata che riscatta gli episodi meno meno riusciti. Premiato alla Quinzaine di Cannes dello scorso anno, il film porta la firma di sei giovani registi canadesi (Jennifer Alleyn, Manon Briand, Marie-Julie Dallaire, Arto Paragamian, André Turpin e Denis Villaneuve) dal talento forse diseguale ma uniti dal piacere di osservare la vita di una grande città moderna – Montréal nel francofono Quebec – attraverso una lente sottilmente paradossale. L’atmosfera è un po’ quella del nostro “Il cielo è sempre più blu” di Antonello Grimaldi, anche se qui si ride meno: il che non significa che “Cosmos” sia poco divertente. Anzi, in più di un’occasione il film sfodera un’ironia pungente e ben temperata che appartiene per intero a una certa nuova generazione di filmmakers indipendenti. Il titolo – da non leggere in chiave immediatamente simbolica – si riferisce al nome di un tassista greco saggio e «filosofo» che incontriamo a più riprese nel corso del film. (…) E’ un mondo bizzarro, survoltato, «strano» per dirla alla Verdone, quello che si rispecchia in Cosmos: e se la dimensione nevrotico-giovanilistica a volte prende la mano ai registi, altrove il film trova accenti intensi o sornioni, componendo un mosaico di solitudini dal respiri universale.

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