My Beautiful Laundrette - Lavanderia a gettone

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My Beautiful Laundrette - Lavanderia a gettone

A Londra il giovane pakistano Omar rileva una fatiscente lavanderia a gettoni cedutagli da uno zio ricco e furbo, e chiede aiuto all’ex compagno di scuola bianco Johnny, diventato punk e razzista. Isolati dai rispettivi clan a causa della loro amicizia, tra loro nasce l’amore. Scritto da Hanif Kureishi, uno spaccato sociologicamente preciso dei conflitti della periferia londinese, messo in scena con freschezza e senza fronzoli. Lo spirito arrabbiato, provocatore e antithatcheriano gli valse un prestigio che oggi appare sproporzinato. Prodotto in economia da Channel Four, ottenne una distribuzione nelle sale, nonostante fosse stato girato in 16mm.

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18 commenti

  1. Daniela

    L’ho recensito. È lungo ma voglio condividerlo con voi.

    VIVERE È FATICA
    Retrospettiva su “My beautiful laundrette”

    Un pomeriggio del 1985, al cinema Eliseo di Milano. In cartellone un titolo bislacco, “My beautiful laundrette”, intraducibile in italiano se non a costo d’imbarazzanti associazioni: “La mia bella lavanderia”. La trama: l’anglo-pachistano Omar (Gordon Warnecke) è spinto dal padre, intellettuale socialista alcolizzato (Roshan Seth, il Nehru di “Gandhi”), a lavorare per qualche tempo presso lo zio Nasser (Saeed Jaffrey), ricco proprietario d’imprese lecite e illecite, con moglie trascurata e amante inglese (una scintillante Shirley Ann-Field). L’intraprendente giovanotto rileva una lavanderia dello zio e assume Johnny, un ex-amico d’infanzia, biondo, sfaccendato, punk, omosessuale e, in passato, fascista e razzista. Ne diviene l’amante e, assieme a lui, trasforma il negozio in locale di lusso. In mezzo, traffici di droga, scontri fra lavoratori e disoccupati, inglesi e immigrati, colori acidi e catapecchie rancide, luci al neon e valzer di Waldteufel, alcool a fiumi e odore d’appretto, rovistio di vesti dismesse, binari assordanti, vie di fuga e angoli in penombra. Locandina altrettanto indovinata: due ragazzi belli e strani, tra i più belli (e strani) mai visti, uno bianco e nordico, l’altro bruno e asiatico, che fissano l’obiettivo con timida strafottenza. Una coppia irregolare e interetnica nella Londra di Margaret Thatcher.
    Ma chi interpretava Johnny? Nientemeno che un tormentato, irresistibile Daniel Day-Lewis. E nessuno, fra gli sparuti spettatori dell’Eliseo nel 1985, sapeva di trovarsi di fronte alla riuscita performance del più grande attore degli ultimi decenni. Nell’asciutta possanza dei suoi 27 anni (ma ne dimostrava meno), il futuro sir DDL si muoveva con una spontaneità talmente viscerale da sconvolgere. Ma il co-protagonista Warnecke non era da meno e in una intervista rilasciata al “Guardian” nel 2015 ha ricordato con molta vivezza quel partner così intenso e impegnativo, ma anche lieve (“un vero gentleman”). Warnecke, tuttora in attività – la sua ultima prova verrà presentata anche a Milano, nel corso del Festival Mix, il 24 giugno – avrebbe meritato maggior fortuna artistica: nato a Londra da madre indoguyanese e padre tedesco (un Ayeye Brazov d’Oltremanica…), risulta credibile come pachistano e regge egregiamente il confronto con l’illustre collega. Forse quel suo personaggio, così trasgressivo e imprevisto, era troppo in anticipo sui tempi, anche per la disinvolta Europa. “My beautiful laundrette” era mercuriale e non concedeva nulla alla furbizia. Vi si trovava solo lo schietto, ribaldo sperimentalismo dei 16 mm. – venne concepito per la TV come un serial sulla falsariga de “Il Padrino” – e la pirotecnia di due artisti: Hanif Kureishi alla sceneggiatura, Stephen Frears alla regia.
    La pellicola è indubbiamente figlia del suo tempo, a tratti datata, anzi, situazionista; eppure non invecchia. MBL è uno di quei film che si conficca nel cuore e non ne esce più. Puoi dimenticarlo, poi un bel giorno, o più probabilmente un pomeriggio – un altro – lo ritrovi lì, intatto, a riprendere il filo del discorso. Come tutti i classici, piove dove capita, con la precarietà dell’esistenza, ma sempre autentico, graffiante.
    La Londra anni ’80 anticipava l’Italia del terzo millennio. Il suburbio rimane inchiodato a un’atemporalità senza scampo. Il resto è oggi: la politica truce e fosca, l’irresolutezza dei progressisti – il padre di Omar è forse il personaggio più patetico del film, con la sua cultura insipiente e la delusione poco comprensiva verso la “working class”; questione (anche) di linguaggio, lo tengano presente soprattutto gli insegnanti -, i nuovi “fascisti”, in realtà dei poveri sciagurati, il fallimento del melting pot e la globalizzazione che esclude i singoli privilegiando il branco (“Non tagliarti fuori dalla tua gente, perché nessun altro ti vuole davvero” è il monito doloroso rivolto a Johnny da uno dei suoi ex-compagni di scorribande). Poi la guerra, immancabile: con gli extracomunitari, presi all’ingrosso, ma pure all’interno delle stesse comunità, che di comune hanno solo i bisogni materiali, o esigenze, o delinquenza.
    Tornare alle origini, come vorrebbe il padre di Omar nell’estrema illusione, non si può, sono bruciate e… su quelle ceneri, s’è innestata la malapianta del fondamentalismo. “Il Pakistan di oggi è stato fagocitato dalla religione”, gli replica uno sconsolato Nasser. Nell’originale inglese, il verbo è ben altrimenti crudo: “sodomizzato”. E la questione si ripresenta, sempre uguale: quando le religioni, nate per liberare l’uomo, hanno finito per incatenarlo? Chi le ha sequestrate? L’istituzione? Il potere? I preti o gli imam o i rabbini, tutti rigorosamente maschi? La nostra stessa prepotenza? La paura, il denaro? Se pensiamo che il peccato di Sodoma è il rifiuto dell’altro, non si ricompatta tutto in un unico, terribile atto d’accusa? Del resto, il mondo di MBL è senza Dio, ma certamente non più libero: semmai liberista; un ammonticchiare disordinato di piccole soddisfazioni, un vivere alla giornata afferrando un tragico attimo, privo di gioia. “La società non esiste. Esistono gli individui e io voglio cambiare le loro anime” proclamava la Lady di Ferro, ma cambiare l’anima è impossibile senza mettere in cortocircuito la stessa umanità. La quale, priva di riferimenti sicuri, trova sfogo nella violenza, nelle velleità o nella mitizzazione d’un mondo manicheo, esaltato, simmetricamente diviso tra bene e male. Liberismo e fondamentalismi – politici, religiosi – sono frutti d’un unico ceppo.
    Questa filosofia, o meglio, idolatria del denaro – che mai come qui assume connotati drammatici, al contrario di quanto frainteso da malaccorti osservatori – viene esplicitata da Salim (Dennis Branche), l’ambiguo e brutale cugino di Omar e, fra tutti, il più apertamente “mafioso”, il quale riserva al ragazzo poche frasi taglienti: “Tuo padre era un intellettuale di spicco, in Pakistan. Tutti quei libri scritti e letti. I politici che andavano a cercarlo. Era intimo amico di Bhutto. Ma in Inghilterra senza soldi non siamo niente”.
    Però la vita è anche un eterno passeggiare; si può sorridere fra le macerie, e infischiarsene, perfino commuoversi. L’amoralità dei protagonisti – di Omar, soprattutto – è forse dettata da autodifesa. Egli incarna un coacervo d’irriverenti contraddizioni: non bianco ma in alto nella scala sociale, dolce e appassionato (nell’intimità l’iniziativa spetta sempre a Johnny e mai a lui: altro sovvertimento degli stereotipi, che assegnano il ruolo predominante al non-occidentale) ma pure arrampicatore, rancoroso e dispotico. Concreto fino al cinismo e al tempo stesso entusiasta e melanconico, scherzoso e irrisolto. Lo si perdona, Omar, perché non ha scelta. All’adultità è costretto benché, come osservato da un critico dell’epoca, Leonardo Autera, unisca “all’astuzia dell’arrivista le tensioni e i sogni di un poeta”. Ma nell’oclocrazia non c’è spazio per i poeti e al Nostro non resta che riversare tutta la poesia su Johnny. Segretamente, si capisce, in un alternarsi di sarcasmo e ipocrisia: mentre infatti la famiglia di Omar, chiamato amichevolmente (?) Omo, briga per combinargli un matrimonio con Tania (Rita Wolf), volitiva figlia di Nasser, lo zio, e perfino lo svaporato padre, nelle loro chiacchiere non mancano di additare lui e Johnny con un termine non esattamente corretto, “buggers” – equivalente al nostro “buggerare” -, assente nella più castigata versione italiana e che oggi farebbe gridare all’omofobia gli apologeti dell’equanimità a buon mercato. Ma MBL non è equo e, proprio perché così aderente alla realtà, rifugge i compromessi e gli accomodamenti della letteratura edificante, o letteratura “tout court”. Certo, i due rimangono uniti, magari sopportandosi, come sembra suggerire il finale, volutamente sottotono, che li ritrae sorridenti in un momento di lasciva banalità. Paiono già adulti, nel tratto se non nel fisico, due zitelloni gay che hanno imparato chissà come a barcamenarsi. D’altro lato questa intesa pare sempre sul crinale d’un burrone, per la crudeltà del mondo (non sono abbastanza cattivi), disagio esistenziale, finta virilità, mancanza di prospettiva, fragile dipendenza. Se non si teme di riconoscere, umilmente, i nostri abissi di finitudine, è facile identificarsi nei due amici, che nei non rari momenti di tensione sanno sempre sfoderare una risata sopra le righe. Non esistono, in MBL, personaggi del tutto buoni né completamente malvagi; ognuno ha le sue miserie e i suoi picchi di lirismo, pur nello squallore circostante. Ed è questo il fascino maggiore del film, lo stare al passo col disarmato fardello della vita.
    Tuttavia, nella loro solitudine totale, o totalizzante, le più arrischiate risultano le donne, o alcune di esse. In particolare Tania, sposa mancata di Omar, riuscito miscuglio fra tradizione decaduta e necessità d’emancipazione. Ama (o desidera) il giovane parente, ma vorrebbe anche, con la complicità di lui, liberarsi da una famiglia detestata, e subisce la violenza più cruda quando Johnny, per mandare all’aria il matrimonio – l’amico non pensa nemmeno un attimo a confessare la verità – la seduce, facendole così perdere la reputazione agli occhi dei suoi. Tania se ne va, naturalmente, sparendo sui binari della ferrovia, quegli stessi su cui si era gettata anni prima la madre di Omar, depressa per le vessazioni subite dal figlio da parte dei bianchi, il fallimento economico del marito e la propria emarginazione in quanto moglie d’un “paki”. Ma non vogliamo vederla come una sconfitta definitiva. Solo Tania può ripartire da se stessa azzerando un intero mondo, eterna apolide sempre di passaggio. È donna sotto qualsiasi latitudine, in tragitti mai concepiti per lei, e la fede, se arriva, è tutta da inventare. Nel manoscritto, Kureishi la ritrae seduta al finestrino con in mano un libro, l’unico che compaia in tutto il plot se si esclude la biblioteca del papà di Omar, segno d’erudizione vana. Può indurirsi per sempre, Tania. Oppure maturare, in quell’eremitaggio del cuore che, fra un treno e l’altro, gli anni ancora le concedono.

    © Daniela Tuscano ulisse-compagnidistrada.blogspot.com

  2. Morgenstern

    Bella la storia d’amore tra i due ragazzi di ambienti sociali diversi e nemici, e il modo diverso dal solito in cui viene raccontata. Ma come è stato già detto, manca di qualcosa, forse i sentimenti sono poco percepibili.

  3. thediamondwink

    Gridare al “capolavoro” mi sembra esagerato; non si può nemmeno etichettarlo come “il miglior film a tematica dei sempre…” Credo sia molto interessante, ma proprio non ci sto ad etichettarlo come “capolavoro”. Sicuramente, ai tempi in cui uscì, fece molto scalpore per le argomentazioni trattate, ma guardandolo adesso, la storia sembra mancare di qualcosa. Forse sono abituato a vedere “eccessi” di vario genere, finali sbalorditivi o strepitose scene d’amore, mentre questo film sembra non ingranare mai. L’omosessualità non viene raccontata, ma vissuta, offuscata dal razzismo contro gli immigrati. Eccezionale Daniel Day Lewis, è un attore che adoro!

  4. cypsel79

    visto due volte: la prima volta mi aveva stupito e intrigato, la seconda mi ha lasciato un senso di mancanza di qualcosa.. carino, ok, ma quattro stellette?? e questo non è l’unico sito in cui viene così ben giudicato, come se fosse una delle pietre miliari della cinematografia lgbt.. lo può essere solo in senso storico, ma non in se e per se secondo me! è interessante ma appunto gli manca qualcosa, è un pò piatto. secondo me non merita più di due stellette, si sono visti negli anni fior fiore di film ben più validi di questo e ben peggio giudicati, non solo qui.

  5. Ah beh se questo è un film da 4 stelle… Pellicola modesta con una sceneggiatura debolissima. Leggo qui che è stato addirittura candidato all’Oscar. Roba da matti…

  6. Giuseppe81

    Forse negli ultimi 10 anni la maggior parte dei film a tematica glbt sn più o meno dei ricalchi(a volte riusciti a volte meno) de Le fati ignoranti e Brokeback Mountain.Sebbene qst film ha già 25 anni, se riproponessero oggi qst modo d raccontare l’omosessualità(sarebbe un pò lungo da spiegare!)credo ke verrebbe subito definita “innovativa”.

  7. Giuseppe81

    Molto carino!Il film tratta molte tematiche (l’integrazione razziale,le difficoltà sociali dell’inghilterra thatcheriana…) molto ben “intrecciate”,però la cosa ke m ha sorpreso di più è cm viene raccontata l’omosessualità dei due protagonisti.

  8. non riesco a credere al fatto che sia stato così ben giudicato da così tanti!!! non ha senso!!! Innanzi tutto non mi sembra assolutamente un film da GGGG in più la scena di sesso è una sola nella quale non si vede nemmeno l’ombelico ed è anche molto breve, io la toglierei quella X. I caratteri psicologici delle persone non sono ben chiari, soprattutto quelli di Omar. inoltre molte cose sembrano lasciate lì… non parliamo del finale…

  9. smalltownboy

    Sicuramente uno dei film meglio scritti nella storia del cinema (non a caso fu candidato all’Oscar come migliore sceneggiatura originale) e uno dei più bei film in assoluto a tematica gay, uno dei pochi che affronta il tema dell’amore interrazziale fra due uomini. Capolavoro.

  10. terzo piano

    Le scena di sesso sono molto erotiche e tenere, soprattutto molto credibile Daniel Day Lewis che sembra provarci gran gusto a slinguarsi il ragazzo pakistano. Intrigante la scena della seduzione all’angolo della strada, di notte, sotto un fascio di luce.

  11. Più incentrato sulle gerarchie delle famiglie pakistane nella grande Londra e sul razzismo degli inglesi verso di loro che magari sulla storia d’amore tra i due protagonisti che fa solo da sfondo. Belli e bravi i due attori e fantastici come rappresentanti di due realtà totalmente diverse e contrapposte che vengono a incontrarsi per dimenticare tutti i pregiudizi e le politiche che li separano, dolcemente e appasionatamente in una lavanderia a gettoni.

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Varie

Nella comunità pakistana di Londra, l’anziana madre di Omar raccomanda al più fortunato suo fratello Nasser – ricco, attivo, con famiglia e amante – l’unico figlio Omar. Lo zio lo assume come lavamacchine, poi, convinto dalle attitudini del nipote, lo prende a ben volere: il giovanotto è pieno di idee, propone di assumere lui la gestione di una vecchia lavanderia del congiunto, mette insieme un pò di soldi (all’uopo fa anche il corriere della droga tra il quartiere e l’aeroporto), riammoderna locali e macchinari e comincia ad andar benino. Gli è socio in affari Johnny, un compagno di infanzia che è un gay come lui e che per lui e quel lavoro smette di fare il balordo da suburbio in una combriccola di teppistelli e picchiatori. Alla fine la gestione ha successo: il denaro per l’avviamento viene restituito, il padre di Omar sarà un po’ deluso (sognava per il ragazzo impegni culturalmente più rilevanti), la cugina Tania, innamorata di Omar, si uccide (lui ha altro per la testa) e i teppistelli saranno sconfitti in uno scontro.

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