Dalla rassegna stampa Cinema

Amori e divieti multietnici - A Londra è un genere

I FILM Da «My Beautiful Laundrette» all’Italia

In Inghilterra, è ormai diventato una sorta di genere consolidato. L’affresco multietnico, spesso riversato nelle forme più o meno graffianti della commedia, e pronto a inseguire le frizioni quotidiane che si vengono a creare in una convivenza segnata dalle immigrazioni più disparate.
My Beautiful Laundrette di Stephen Frears (1985). Il soggetto e la sceneggiatura sono dello scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi. Qui, una storia dove l’amore omosessuale s’intreccia su un fondale di frizioni multirazziali, trovando casa in una lavanderia a gettoni e invertendo i rapporti tradizionali che legano immigrati e gente del posto.
East is east di Damien O’Donnell (1999). Nei sobborghi della Manchester anni settanta, la turbolenta quotidianità di una famiglia pakistana divisa tra il rispetto delle tradizioni d’origine imposte dal padre e i desideri giovanili dei sette figli che vorrebbero affrancarsi. Uno scontro generazionale che divarica Oriente e Occidente con le pinze di uno humour velenoso.
Sognando Beckham di Gurinder Chandha (2002). Più all’acqua di rose, stavolta il contrasto tra la piccola Jess e i suoi familiari d’origine indiana. Lei vorrebbe giocare a calcio, per i genitori è inammissibile. Un colorato matrimonio conclusivo farà collimare i desideri di tutti nel più classico degli happy end.
Un bacio appassionato di Ken Loach (2004). La Glasgow dei giorni nostri e il conflitto culturale e religioso che separa i mondi di due giovani innamorati. Lui pakistano di seconda generazione, lei irlandese cattolica. Accidentata vicenda che per una volta il buon Loach chiude cucendo gli strappi in un finale, per lui, decisamente inedito.
E se in Germania troviamo pellicole come La sposa turca di Fatih Akin (Orso d’oro alle Berlinale 2004), in Svezia contaminazioni libanesi grazie allo Jalla! Jalla! di Josef Fares (2001), tra i film di casa nostra che hanno attraversato l’orizzonte multietnico, pur se con tonalità differente rispetto agli esempi precedenti, merita senz’altro di essere ricordato Saimir di Francesco Munzi (2004), forse in assoluto la miglior opera prima italiana degli ultimi anni. Il percorso di formazione di un giovane albanese immigrato sulle coste laziali che, dopo traffici di clandestini e piccoli criminali, cerca una ribellione impossibile da portare a termine senza pagarne le conseguenze.
l.b.

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