Bareback

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Girato in soli quattro giorni e con un budget ridottissimo, un film semplice e densissimo allo stesso tempo. Un film sul cinema e sulla vita.
Il protagonista, Le Pomplemousse (il pompelmo), mitico “orsone” parigino, incontra per caso un noto regista (lo stesso Vecchiali) e gli racconta la sua storia chiedendogli di metterla in scena per il cinema. Da qui si dipana il film, o meglio si intrica il film. Alternando le discussioni tra i due e le immagini del film (o della realtà) narrante le vicissitudini e gli amori del protagonista. Un giorno scopre che il compagno con cui stava da anni lo sta tradendo e pian piano la loro storia giunge al termine. Decide di suicidarsi. Ma viene salvato da un uomo brasiliano. Colpo di fulmine. Rinasce l’amore. Ma il brasiliano fa solo sesso “bareback” (cioè non protetto) e un giorno confessa di aver contratto l’aids. Pomplemousse lo accoltella, lo uccide e finisce in prigione. Uscirà e scoprirà di non essere rimasto contagiato (pessimo finale, privo di pathos, gli obietta il vecchio regista).
Questa dovrebbe essere la storia che Pomplemousse propone all’anziano regista. Discutono, il regista propone cambiamenti, la storia è poco reale, il coté noir è ridicolo, i pezzi musicali patetici (Jacques Démy docet), il sesso è troppo sesso (pornografico?). Alla fine il regista rinuncia. (Davide Oberto – TichoFilm)

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6 commenti

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segue da sopra
… E’ la rinuncia del cinema a raccontare la vita? I corpi? L’amore? Il sesso? E’ la vita che deborda il cinema o è il contrario? Eppure in Bareback, grazie anche al corpo “eccessivo” di Pamplemousse (fuori standard non solo per i canoni asettici, depilati e esclusivi dell’”estetica” gay), il cinema racconta, riflette (su) se stesso e lo fa attraverso la carne, il dolore, il sesso.
Nonostante il cinismo e la distanza del vecchio regista (eppure Vecchiali si mette in scena e mette in scena il suo corpo ormai vecchio e malato) e nonostante il rifiuto a raccontare per immagini la storia troppo viva di Pomplemousse, il film scorre davanti ai nostri occhi e dentro le nostre vite e non può essere altrimenti. E’ il cinema di Vecchiali, è cinema puro che attraversa i generi, non solo cinematografici, che si fa tramite di se stesso e del mondo che vuole narrare. L’apparente semplicità del dispositivo filmico fa sì che tutto ciò che sembra restare fuori (campo) nelle obiezioni del vecchio regista entri potentemente nelle immagini.

Il cartello iniziale del film recita “Questo film vuole essere materia di riflessione sulla pratica, cruciale ai nostri giorni, dei rapporti non protetti, sia per la popolazione omosessuale (come in questo caso) sia per la popolazione etero”. Forse anche il cinema è un rapporto non protetto se ci si lascia affascinare dalle immagini che scorrono. Al cinema ne va della vita, come nel sesso e nell’amore e la potenza (non solo visiva) di questo film sta anche nel dare improvvisamente visibilità, ma anche complessità, a una malattia che continua a mietere vittime, ma di cui non si parla più.
(Davide Oberto – TichoFilm)

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