L'amico americano

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L'amico americano

…In L’amico americano il trafficante di quadri Tom Ripley, che ricorre anche in altri romanzi della Highsrnith, s’intigna diabolicamente a trasformare in killer a pagamento un pacifico corniciaio di Amburgo, Jonathan; tranne poi a intervenire nel Meccanismo che ha messo in moto e ad affezionarsi alla sua vittima, al punto di correre in suo aiuto. Come spesso nei libri di questa scrittrice, l’intrigo è inspiegabile se non è immerso in un contesto di ambiguità a sfondo omosessuale. Se Ripley si diverte a manovrare Jonathan, Wenders se la gode a manovrare Ripley: il risultato, sostenuto dalla splendida recitazione di Dennis Hopper e del tedesco Bruno Ganz di La marchesa von…, è algido e inquietante.
(Tullio Kezich)

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trailer: L'amico americano

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Varie

Trafficante di quadri induce pacifico corniciaio malato di leucemia a diventare sicario, ma poi gli si affeziona e interviene nel meccanismo che ha messo in moto. La Highsmith non amò il film perché il suo soave Ripley è diventato un tormentato esistenzialista alcolizzato, ma, a modo suo, il film è eccitante, piacevole e profondo come il romanzo. In questo thriller esistenziale non contano i fatti, ma il malessere che suscitano, il ritratto dei personaggi e l’analisi dei loro rapporti, l’energia mescolata alla malinconia e all’umorismo, a mezza strada tra Hitchcock e Fuller che compare nel film con altri registi-gangster: Nicholas Ray, Daniel Schmid, Peter Lilienthal.

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“… Il tema del film è ancora una volta quello della ricerca dell’identità, ma proposto su un telaio storico che tesse un interrogativo collettivo: se la nostra civiltà avviata alla distruzione e terrorizzata dalla morte non sia disponibile alla truffa e al gioco del massacro. Wenders lo svolge senza moralismi, sezionando col bisturi la solitudine dei personaggi, le loro sepolte attrazioni sessuali, le metamorfosi di un mondo aperto a ogni sorpresa dalla paura e dalla speranza. Qui la suspense non è quella del brivido. Proviene dal confronto fra lo spessore fisico dei sentimenti e la dubbiosità dell’uso che l’uomo può farne. E lo strumento che la suscita non sono i fatti ma la livida luce che li fascia, la inquietudine che vi
serpeggia, l’occhio secco che li inquadra. Nato come «film nero», L’amico americano finisce con l’essere un film per certi aspetti misterioso, costruito su una struttura di arabeschi fantastici assai più che sul traliccio d’una storia di mafiosi…” (Giovanni Grazzini, Corsera)

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