Dalla rassegna stampa Cinema

L'amico americano

… Wenders lo svolge senza moralismi, sezionando col bisturi la solitudine dei personaggi, le loro sepolte attrazioni sessuali, le metamorfosi di un mondo aperto a ogni sorpresa dalla paura e dalla speranza…

Film per intenditori di cinema, più che per amanti del thriller. Patricia Highsmith, che ha fornito il romanzo (Ripley’s Game, del 1954), è infatti una vecchia conoscenza dei giallisti – Hitchcock, René Clément, Autant-Lara furono suoi clienti – ma Wim Wenders l’ha presa alla larga. Non che manchi l’intrigo: anzi è tanto contorto da sciogliersi a fatica.
Cervello del labirinto è un americano che va su e giù fra gli Stati Uniti e l’Europa, tale Tom Ripley, arricchitosi col commercio di quadri falsi. Temendo di avere troppi occhi addosso, mette in moto una ruota a più raggi che si combina con un regolamento di conti progettato contro una banda rivale da un boss dei porno film.
Film per intenditori di. Cinema, più che per amanti del thriller. Patricia Highsmith, che ha fornito il romanzo (Ripley’s Game, del 1954), è infatti una vecchia conoscenza dei giallisti – Hitchcock, René Clément, Autant-Lara furono suoi clienti – ma Wim Wenders l’ha presa alla larga. Non che manchi l’intrigo: anzi è tanto contorto da sciogliersi a fatica.
Cervello del labirinto è un americano che va su e giù fra gli Stati Uniti e l’Europa, tale Tom Ripley, arricchitosi col commercio di quadri falsi. Temendo di avere troppi occhi addosso, mette in moto una ruota a più raggi che si combina con un regolamento di conti progettato contro una banda rivale da un boss dei porno film. Il machiavello prevede che per compiere un assassinio si arruoli come killer non già uno specialista ma un corniciaio di Amburgo, Jonathan Zimmermann, malato di leucemia, al quale forse la vita sta ormai meno a cuore di un buon gruzzolo da lasciare alla moglie e al figlioletto. L’uomo è sempre stato un onesto artigiano, e quindi respinge l’offerta. Ma la trappola è ben congegnata. Per indurlo al delitto, un gangster che è in contatto con Ripley lo porta a Parigi in un famoso ospedale, lo fa visitare da uno specialista, e poi falsifica l’esito delle analisi in modo che le sue condizioni sembrino ormai disperate. Allora Jonathan abbocca, ed esegue l’ordine senza dir niente alla moglie.
Poco dopo i mandanti tornano a proporgli un secondo omicidio, col pretesto di un esame medico a Monaco. Anche stavolta l’uomo accetta, però sul più bello ha la sorpresa di imbattersi proprio in quel Ripley che finora ha considerato soltanto un cliente di bottega, il quale si assume l’incarico di compiere il delitto. È che Ripley, non si sa quanto per pietà e quanto per gioco, gli si è affezionato ed è diventato suo complice. D’ora in poi tutti i fili s’aggrovigliano, e la signora Zimmermann viene ad avere una parte di rilievo nella grande matassa. Tocca a lei assistere stupita all’avventurosa conclusione, prima nella villa di Ripley poi in riva al mare, dove Jonathan muore all’improvviso, colpito dal suo male.
Se il nome di Wim Wenders vi suona nuovo, alzate gli orecchi. Poco più che trentenne, è fra i registi maggiori del nuovo cinema tedesco. Non proprio limpido e spigliato, ma come già si vide almeno in Alice nelle città d’ispirazione forte e solido linguaggio, chiuso in un suo universo angoscioso che esprime nella tensione dei paesaggi e nella densità delle figure. Intrecciando dramma e ironia, analisi di comportamenti ed evocazioni di luoghi fantastici (New York, Amburgo, Parigi), ora Wenders rinuncia a certi faticosi intellettualismi e alle estenuanti lentezze di Sul filo del tempo, e avvicinandosi al cinema americano d’azione e di atmosfere accredita meglio le sue inquietudini di europeo assediato dal pensiero della morte.
Il tema del film è ancora una volta quello della ricerca dell’identità, ma proposto su un telaio storico che tesse un interrogativo collettivo: se la nostra civiltà avviata alla distruzione e terrorizzata dalla morte non sia disponibile alla truffa e al gioco del massacro. Wenders lo svolge senza moralismi, sezionando col bisturi la solitudine dei personaggi, le loro sepolte attrazioni sessuali, le metamorfosi di un mondo aperto a ogni sorpresa dalla paura e dalla speranza. Qui la suspense non è quella del brivido. Proviene dal confronto fra lo spessore fisico dei sentimenti e la dubbiosità dell’uso che l’uomo può farne. E lo strumento che la suscita non sono i fatti ma la livida luce che li fascia, la inquietudine che vi
serpeggia, l’occhio secco che li inquadra. Nato come «film nero», L’amico americano finisce con l’essere un film per certi aspetti misterioso, costruito su una struttura di arabeschi fantastici assai più che sul traliccio d’una storia di mafiosi. Cui portano un forte contributo espressivo le musiche, la fotografia, e l’interpretazione: quella soprattutto di Dennis Hopper (il regista di Easy Rider), un Tom Ripley che col suo cappello da cow-boy in mezzo ai grattacieli europei segna di fertile equivoco tutto il film. Dove sono ospitati, attori e comparse, anche altri campioni dello schermo: da Samuel Fuller a Nicholas Ray, da Daniel Schmid a jean Eustache e a Peter Lilienthal. Non ultimo omaggio di Wenders al cinema, l’altro «amico americano».

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