“God's Own Country” questa è la nostra terra (e cosa ci facciamo sulla Terra)

God’s Own Country è il film che finalmente cambia il modo di raccontare l’amore tra maschi. Il primo film senza fregnacce, luoghi comuni, malmostosità inutili sull’amore tra uomini e che parla della differenza tra sesso e amore. Nessuno dei due piani va evitato: hanno ambedue un campo d’azione! e viviamo in’epoca che per la prima volta ci permette di darne conto non solo per le esistenze eccezionali di artisti, poeti e letterati.
God’s Own Country (tradotto davvero superficialmente con “La terra di Dio”) fa anche un importante passo avanti: è la negazione del racconto della vita di coppia maschio/maschio secondo i ruoli attivo/passivo (il che inevitabilmente si trasforma in giudizio di valore sulla persona). Finalmente: siamo circondati di cretinate top/bottom e attivo/passivo sul ruolo virile come “migliore”, cosa che il film evita accuratamente.
A cosa serve l’omosessualità? in questa storia se ne parla e s’intravede anche un discorso sul ruolo sociale e l’utilità dell’omosessualità maschile con la comprensione o l’accettazione tacita della famiglia. Situando la storia nella realtà quotidiana dura e pura della vita e della sopravvivenza. Ha anche un lieto fine (che qualcuno ha criticato): ma è un film, ossia un racconto. Non siamo personalmente stanchi di vedere suicidi, sgozzamenti, ritorni nell’armadio e altri fallimenti da amore impossibile?
Noi “omosessuali” (anche i termini vanno discussi, infatti il film gioca col fuoco e parla di “finocchi”) siamo una tra le tante specializzazioni dell’amore – di cui dobbiamo ancora capire il valore – nell’economia dell’umanità. Siamo semplicemente maschi “fuori onda” rispetto alle aspettative o abitudini. E la posta in gioco è alta: il maschio è esattamente la figura centrale della cultura patriarcale la figura che stiamo discutendo. Religioni e politici retrogradi appoggiano l’omofobia semplicemente perché l’ignoranza torna loro comodo.
Inoltre God’s Own Country cerca di dire una cosa che è evidente a tutti, specie in Italia – terra di confine geografica ed emozionale – ma che tutti nascondono. Il paletto di carne nel culo è l’unico modo per dare un baricentro al maschio e correggerlo per rimettere in asse una personalità che altrimenti perde equilibrio. Per sapere cosa prova una donna (o qualcosa di simile a quel che prova una donna) quando la penetri è facile, puoi provarlo. L’omosessualità maschile diventa quindi una tappa fondamentale di rispetto ed equilibrio nella storia dell’umanità, abbandonando i meccanismi del nostro cervello rettiliano per qualcosa di più evoluto.
E’ la sfida di questi anni e per vincere abbiamo da combattere facilonerie capitaliste, nevrosi e scemenze introiettate, ruolizzazioni senza senso e superficialità presuntuosa dei giovani. Anche questo è un problema: tutte le generazioni pensano di essere la prima a vivere (dato ancora più notevole per gli omosessuali che soffrono di una negazione della trasmissione e discredito sociale e vivono “senza storia” come nomadi fuori dalle famiglie).
God’s Own Country è un film adulto, maturo che parla dell’età in cui il tempo libero destinato alle scopate senza senso dovrebbe essere terminato.
Dunque God’s Own Country è il film che stavamo aspettando.
Aiuta a ripartire con il ragionamento e l’attenzione su quel che siamo. La coppia come compromesso tra due personalità, senza bambini o riti civici a santificare l’unione.
E’ lo “state of the art” dell’amore tra maschi ideato ed interpretato secondo i migliori canoni, realistici e poetici insieme, del miglior cinema inglese. Porta avanti il discorso che “Brokeback Mountain” aveva intravisto, a cui “Call me by Your Name” forse accenna ma molto lontano dallo Yorkshire, a cui il mitico “Doña Herlinda e suo figlio” arrivò per paradosso e che un film bellissimo, ma troppo poco conosciuto, lo spagnolo “Ander” aveva cominciato a mostrare.
Grazie, Francis Lee. Siamo sul pianeta per dire e fare qualcosa di importante.

Paolo Rumi

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