CINEMA

Serata d'inaugurazione del 31mo Festival Mix di Milano

Con una sala gremita di pubblico (che ha riempito anche la piazza davanti al Teatro) si è inaugurato il 31mo festival Mix, secondo in Italia per anzianità (ma alcuni lo dicono contemporaneo) solo al festival gay torinese, che purtroppo quest’anno si svolge in contemporanea. Tra le novità di quest’anno, da segnalare l’ingresso gratuito a tutte le proiezioni (previa tessera d’iscrizione all’associazione, 10 euro), finalmente un’indicazione verso la fruibilità per tutti della cultura. L’idea è stata dell’encomiabile Giampaolo Marzi che purtroppo quest’anno non abbiamo potuto vedere sul palco per problemi di salute (a lui i nostri più sentiti auguri). Ieri sera ci è sicuramente mancata la sua deliziosa figura impacciata, quasi imbranata, assolutamente spontanea, fresca ed originale, come uno spettacolo nello spettacolo. Ci ripagherà senz’altro il prossimo anno. L’assenza di Giampaolo ha sovraccaricato l’esiguo staff, soprattutto nella programmazione ed allestimento del festival, che però, visto i risultati di un cartellone ricchissimo sia in qualità che quantità, ci ha completamente soddisfatti.

Di seguito la sintesi della serata.

Hanno aperto questo 31° Festival MIX i componenti dello staff Debora Guma, Rafael Maniglia, Andrea Ferrari e Francesca Bellone. Per la prima volta, da venticinque anni, non era presente alla cerimonia il suo storico direttore artistico, Giampaolo Marzi, trattenuto in Canada.
L’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno ha portato i saluti del Sindaco Sala e della Giunta di Milano. L’Assessore è ormai una graditissima presenza fissa di questo festival, tanto che questa volta ha dovuto riciclare l’aneddoto di quando incontrò per la prima volta Giampaolo Marzi ad una conferenza stampa per il Festival: Giampaolo si presentò con mezz’ora di ritardo e bonariamente rimproverato da uno dei presenti rispose: ‘E ma io mi dovevo fare la barba..’ e da quel momento entrò nelle simpatie dell’assessore.
Anche quest’anno il Festival Mix è riuscito a presentare una programmazione che rappresenta il meglio dei film usciti ultimamente, nonostante che quest’anno, oltre alle normali difficoltà dovute alla cronica scarsità di mezzi, si è aggiunta la concorrenza ingombrante del Lovers Film Festival di Torino, che avendo slittato di un mese dalle sue consuete date, ha aperto in contemporanea con il MIX.
Debora Guma ha presentato le giurie. Quella dei lungometraggi è presieduta dal regista Ivan Cotroneo, con la scrittrice Margherita Giacobino, Nau’ Germoglio, Pina Mandolfo e Maurizio Porro, critico del Corsera. La Presidente di giuria dei documentari è Maria Nadotti, con Luca Monti e Adele Tulli. Per i cortometraggi la giuria è composta da un corposo gruppo di giovanissimi. Per il premio del pubblico quest’anno c’è la novità che il voto può essere espresso anche tramite l’APP FESTIVAL MIX MILANO.
Alla programmazione dei film hanno collaborato le ragazze di IMMAGINARIA (Debora Puma, Cristina Zanetti, Elena Rossi). Quest’anno il Gruppo Giovani di Arcigay Milano ha curato una programmazione di cortometraggi, che si chiama Corti Mix Archivio e sarà presentata nel pomeriggio di domenica.
Andrea Ferrari ha letto gli usuali ringraziamenti a partners e sponsor. Quest’anno c’è stato un significativo contributo economico del gruppo assicurativo olandese ING.
Ha poi portato i suoi saluti al festival Rosaria Iardino presidente della Fondazione The Bridge, sponsor del festival, che ha ricordato l’importanza della prevenzione, e dell’uso dei profilattici.
Poi ha parlato Yuri Guaiana, che ci ha parlato delle recenti campagne omofobe in Cecenia e ha invitato il pubblico a non essere indifferente.
Infine abbiamo rivisto uno spezzone della consegna del premio Queen of Music assegnato quest’anno a Malika Ayane, cerimonia avvenuta lunedì scorso durante il Cocktail per la stampa e gli amici del Festival. Il premio Queen of Commedy sarà invece assegnato all’attrice turca Serra Yilmaz venerdì sera.

Il film scelto per inaugurare il Festival è stato

Souvenir” di Bavo Defurne

voto: 6,5/10

Secondo film del regista gay Bavo Defurne che dopo ottimi cortometraggi ci aveva deliziato con la storia gay di North Sea Texas (diversi protagonisti possiamo rivederli qui) e che ora con questo film ci sembra fare qualche passo indietro, ripercorrendo storie e situazioni già viste, abbellite da uno stile melò-favola che dona al film una certa magia capace di affascinare senz’altro il pubblico gay, che infatti ha lungamente applaudito il film. Il film si regge quasi completamente sulle spalle della sempre bravissima Isabelle Huppert, qui nel ruolo di Liliane, una sessantenne (riferimento alla età anagrafica dell’attrice) operaia in una fabbrica alimentare, che vive sola in compagnia di qualche bicchiere di liquore. Del suo passato, che le ha regalato una maschera di tristezza, conosciamo poco. Scopriamo poi che è stata una concorrente dell’Eurovision Song Contest, col nome d’arte Laura, dove è arrivata seconda dopo gli Abba, sconfitta che ha segnato l’inizio di un crollo che ha coinvolto sia la sua carriera artistica che famigliare. In fabbrica, anche qui triste ed isolata, viene avvicinata da Jean, un ventiduenne aspirante boxer che la riconosce come la cantante Laura di trent’anni prima (suo padre ne era un ammiratore) e se ne invaghisce. Liliane sembra inizialmente scocciata dalle sue avances, ma anche affascinata dai bei muscoli dello sportivo (in fabbrica solo per un breve periodo) e pensa forse che qualcosa potrebbe di nuovo cambiare nella sua vita desolata. La storia è quindi quella di una amore giovane-anziana, cioè tra due persone ‘diverse’, almeno per età, che al pubblico gay ha offerto spunti di identificazione (applauso a scena aperta quando la madre di Jean si oppone a questa storia d’amore mentre il padre vorrebbe sostenerla), pubblico gay che comunque resta affascinato da una storia e da una conduzione registica assolutamente queer, cioè iper-sentimentale, e fantastica-favolosa, finale compreso.


 

Chavela” di Catherine Gund  e Daresha Kyi.

voto: 8/10

Il documentario ci parla di una vera grandissima artista, la cantante messicana Chavela Vargas (1919-2012), rovinata dall’alcool, che però in tardissima età ce la fa a rialzarsi e a ritornare famosa, grazie anche all’aiuto di Pedro Almodovar che negli anni novanta l’ha lanciata in Spagna. Chavela è stato molto applaudito alla Berlinale di quest’anno e qui a Milano ha ottime probabilità di aggiudicarsi il premio come miglior documentario. Ci ha presentato il film la regista Daresha Kyi. Al momento di presentare il film a Berlino, si parlava molto sui media del muro che Donald Tramp vorrebbe costruire per proteggere gli USA dall’invasione dei messicani, Daresha Kyi allora disse: ’non crediamo che ci sarà mai il muro di Trump, ma se ci fosse Chavela lo butterebbe giù’. Per le due registe il film è stato un modo di mostrare quanto hanno amato Chavela, come donna e come artista. Una donna che non ha lasciato nessuna cosa non detta nella sua vita, che non ha rinunciato a niente: ha amato apertamente le donne, beveva tequila, fumava sigari, portava sempre un revolver sotto al poncho (abito maschile) e cantava sempre canzoni per le donne, rifiutandosi di cambiare al maschile i pronomi nelle sue romantiche canzoni d’amore. Una donna abituata a buttare giù le barriere della società. Dopo Maria Callas, Edith Piaf e Judy Garland scopriamo ora di avere sempre avuto un’altra icona gay, Chavela Vargas.
Il documentario si basa su tantissimi preziosi filmati d’epoca, ricordi di amici e personaggi famosi, come Almodovar e Miguel Bosè, e si avvale anche di un’ampia testimonianza diretta di Chavela, intervistata negli anni ottanta.
Chavela Vargas era in realtà originaria del Costa Rica. Non amata dai genitori per la sua precoce tendenza a comportarsi da maschio, viene abbandonata a degli zii quando i genitori si separano. Cresciuta in un ambiente molto conservatore, appena può fugge in Messico, allora di gran moda nel jetset internazionale. Dopo prevedibili sacrifici, conosce buoni musicisti che la aiutano a farsi strada come cantante nei locali notturni della capitale. Inizialmente veste abiti da donna ma non è a suo agio (diceva di sembrare una trans), poi passa al poncio e non lo abbandona più. All’apice della carriera può permettersi di avere come amanti Ava Gardner e Frida Kahlo, di corteggiare con successo le mogli dei ministri messicani che la vanno a trovare, può andare a letto con tutte le donne che vuole. La sua bellezza e soprattutto la sua eccezionale personalità, la rendevano irresistibile. Fino a che il suo attaccamento per l’alcool non le permise più di lavorare. Ridotta in miseria e sola si ritirò in un villaggio per vent’anni e tutti la credettero morta. Ma nonostante avesse perso da tempo la bellezza, conservava un carisma tale da attirare ancora attorno a se delle amiche più giovani che la aiutarono nella sua lotta con l’alcol. Riprende a cantare e Pedro Almodovar, che la ascolta in Messico, ne rimane abbagliato e decide di lanciarla in Spagna, ormai ottantenne. Da quel momento non smette di esibirsi, sino alla fine, ormai ridotta su di una carrozzella.
Chavela è sempre stata adorata da tutte le lesbiche messicane anche se in gioventù lei non si definiva lesbica, perché allora era una parola troppo offensiva, lei amava chi voleva e basta.

 

(a cura di R. Mariella, A. Schiavone, G. Mangiarotti)

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