Stiamo tutti bene
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  • EditoriLa nave di Teseo

Stiamo tutti bene

Questa è la storia di Giulia, della bionda e della loro decisione di avere un bambino e di mettere su famiglia. Giulia e la bionda sono pronte. Ma il mondo è pronto per loro? E il loro futuro bambino, che le aspetta su un isolotto magico al largo del quale Giulia passa ogni tanto per dirgli ”Aspettaci! Stiamo arrivando!” riuscirà a traslocare dal mondo dell’immaginazione a quello della realtà?
Questa è la storia, vera, di un amore, di una maternità e di una famiglia. Non è vero che tutte le famiglie felici sono uguali. A guardar bene ci sono diversi modi di essere felici, diversi modi di essere famiglia, diversi modi di essere genitori. È vero, però, che questi diversi modi sono molto, molto vicini gli uni agli altri. Perché tutte le famiglie, e sono tante, sono alla fine uguali. E vanno chiamate famiglie.
Mi sono imbattuto nel racconto di Giulia Gianni quando lei pubblicava su internet i capitoli della sua avventura di donna e di madre. Ho iniziato ad appassionarmi a questa storia, a ridere di gusto, a voler sapere come andava a finire. Ho voluto conoscere Giulia, per farle i complimenti e per dirle quello che pensavo. Che credevo fosse una scrittrice straordinaria. Che ero sicuro che la sua avventura, oltre che un romanzo sulle famiglie di oggi (sì, proprio il romanzo che avete adesso tra le mani) potesse diventare un film o una serie, e che se lei voleva mi sarebbe piaciuto aiutarla e provarci.
Ora la storia di Giulia è un bel libro. Che parla a tutti. Presto sarà una serie televisiva, anche questa capace di parlare a tutti. Perché quella dell’amore è davvero l’unica lingua che non conosce barriere e non tollera ostacoli, miopie, discriminazioni, resistenze retrograde e distinguo. E Giulia Gianni sa parlare questa lingua con proprietà. intelligenza e sorprendentemente una robusta dose di ironia. Buona lettura. (Ivan Cotroneo)

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… Giulia Gianni con il bel libro pubblicato da La nave di Teseo, in uscita il 20 aprile, Stiamo tutti bene (Ivan Cotroneo ha acquistato i diritti cinematografici) , racconta — ridendoci su —, come, dopo anni «di onorata carriera eterosessuale», sia bastato innamorarsi di una donna per retrocederla come cittadina: «Se prima sguazzavo nella serie A della società, adesso mi ritrovavo improvvisamente relegata in C2. E tutto senza muovere un muscolo». Insieme hanno deciso di avere un figlio, Milo. Spiega: «In ospedale era finito l’orario delle visite e oltre ad Antonella, la mia compagna — termine che fa molto «nostalgica marxista leninista» — erano rimasti altri papà: la caposala ha chiesto solo a lei di andarsene». Non lo ha fatto, ma tecnicamente avrebbe dovuto. Così come dovrebbe avere la delega di Giulia per andare a prendere Milo all’asilo, o per viaggiare: «Non ha potuto salutare sua mamma prima che morisse: voleva farlo con Milo. Ero malata e lei non poteva prendere l’aereo con nostro figlio senza che prima facessi in prefettura la delega. Lì non ho trovato il lato ironico».
Che, altrimenti, vede in tutte le obiezioni degli omofobi della porta accanto: «Non sono ragionamenti ma slogan: la famiglia naturale (il mio preferito: può farmelo solo un amish), la lobby gay (la sto cercando, non mi hanno mai invitata a un vernissage, una festicciola, un carro allegorico…), i figli devono avere una mamma e un papà. La gente non coglie la violenza di queste parole. Che sono poi concetti: sotto sotto il messaggio è che mio figlio non doveva nascere. E poi scopri che nessuno tra chi parla così conosce realtà come la nostra». Il libro tenta di farlo, spiegando che, alla fine di tutto, è l’amore che fa una famiglia. (Chiara Maffioletti, Corsera)

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