Dalla rassegna stampa Libri

«I nostri figli sono diversi» Vita da famiglia arcobaleno

In un libro la storia (vera) di Giulia, della sua compagna e del loro bambino: una violenza dire che servono una mamma e un papà

«I nostri figli sono diversi» Vita da famiglia arcobaleno

di Chiara Maffioletti

In un libro la storia (vera) di Giulia, della sua compagna e del loro bambino: una violenza dire che servono una mamma e un papà

Molti ne parlano, spesso a sproposito. Ma quello che forse rappresenta il fraintendimento più grande nel dibattito sulle famiglie omogenitoriali, è che al motto di «tuteliamo i bambini» finiscono per essere proprio loro quelli meno tutelati di tutti. La stepchild adoption non è passata, ma, anche fosse andata diversamente, sarebbe stata un riconoscimento manchevole. Il genitore non biologico avrebbe potuto adottare suo figlio, ma sarebbe stata una possibilità solo sua: i nonni di quella famiglia avrebbero continuato, giuridicamente, a non essere i nonni, gli zii a non essere gli zii. Il paradosso è che, al momento, anche il genitore non è il genitore. «E’ semplice, i bambini di coppie omosessuali non hanno nessun diritto riconosciuto. Risultano figli di un solo genitore», spiega Marilena Grassadonia, presidente dell’associazione Famiglie arcobaleno. Diversi genitori gay stanno tentando comunque di farsi riconoscere in tribunale:«La legge sull’adozione speciale esiste già: non viene specificato se sia valida per le coppie omosessuali. Il risultato è un vero far west, in cui tutto dipende dall’interpretazione del singolo giudice». Negli ultimi due anni ci sono state otto sentenze positive, «ma continueremo la battaglia. Come genitori, chiediamo solo di assumerci ufficialmente le responsabilità, di avere dei doveri nei confronti dei nostri figli». Oggi c’è un solo genitore con un potere effettivo sul figlio: se decidesse di non farlo più vedere all’altro con cui l’ha cresciuto, potrebbe farlo con il benestare della legge. Lo stesso che avrebbe il genitore non biologico se di colpo sparisse, magari senza più provvedere al mantenimento del figlio. Giulia Gianni con il bel libro pubblicato da La nave di Teseo, in uscita il 20 aprile, Stiamo tutti bene (Ivan Cotroneo ha acquistato i diritti cinematografici) , racconta — ridendoci su —, come, dopo anni «di onorata carriera eterosessuale», sia bastato innamorarsi di una donna per retrocederla come cittadina: «Se prima sguazzavo nella serie A della società, adesso mi ritrovavo improvvisamente relegata in C2. E tutto senza muovere un muscolo». Insieme hanno deciso di avere un figlio, Milo. Spiega: «In ospedale era finito l’orario delle visite e oltre ad Antonella, la mia compagna — termine che fa molto «nostalgica marxista leninista» — erano rimasti altri papà: la caposala ha chiesto solo a lei di andarsene». Non lo ha fatto, ma tecnicamente avrebbe dovuto. Così come dovrebbe avere la delega di Giulia per andare a prendere Milo all’asilo, o per viaggiare: «Non ha potuto salutare sua mamma prima che morisse: voleva farlo con Milo. Ero malata e lei non poteva prendere l’aereo con nostro figlio senza che prima facessi in prefettura la delega. Lì non ho trovato il lato ironico».

Che, altrimenti, vede in tutte le obiezioni degli omofobi della porta accanto: «Non sono ragionamenti ma slogan: la famiglia naturale (il mio preferito: può farmelo solo un amish), la lobby gay (la sto cercando, non mi hanno mai invitata a un vernissage, una festicciola, un carro allegorico…), i figli devono avere una mamma e un papà. La gente non coglie la violenza di queste parole. Che sono poi concetti: sotto sotto il messaggio è che mio figlio non doveva nascere. E poi scopri che nessuno tra chi parla così conosce realtà come la nostra». Il libro tenta di farlo, spiegando che, alla fine di tutto, è l’amore che fa una famiglia.

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