What Now? Remind Me

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What Now? Remind Me

Il film ha raccolto ben due premi al Festival di Locarno 2013, il Gran Premio Speciale della Giuria e il Premio Fipresci. Non è un film facile, anche a partire dalla lunghezza di tre ore, che ci raccontano il diario di un anno della vita del regista che, insieme al suo compagno, combattono da venti anni contro l’HIV e l’epatite C. Pinto è tornato da poco in Portogallo dalle Azzorre, dove ha vissuto col suo compagno Nuno Leonel coltivando un bell’appezzamento di terreno semi-arido che, nel corso del film, soffre per una grande siccità e la minaccia di incendi. La malattia sta devastando il suo corpo, e teme anche la sua mente, per cui decide di mettersi in cura a Madrid sottoponendosi a test clinici su nuovi farmaci non ancora approvati. Questi farmaci hanno effetti collaterali devastanti. La paura di non poter continuare a vivere in maniera soddisfacente, la paura di perdere la memoria e i ricordi, lo convincono a girare questo film, come testimonianza per se stesso e per gli altri. Il film è decisamente autoriale, sia per il soggetto (quasi documentaristico) che per la ricerca di uno stile personale. Forse alcune scene sono troppo lunghe (ad esempio nei dettagli naturalistici) ma il film colpisce al cuore, sia per la l’intensità del dramma personale che ci racconta che per la splendida rappresentazione di una appassionante storia d’amore gay (la scena del rapporto sessuale, bellissima, sfiora l’hard core). Cristina Piccino sul Manifesto commenta così il film: “… è un diario commuovente ma senza retorica della lacrima, una rilettura dell’autofinzione in cui Pinto è sempre presente con le sue nevrosi, i ricordi, le storie delle persone che hanno attraversato la sua esistenza, gli amori, Nuno, il compagno a cui deve moltissimo e che gli è stato sempre vicino, bello e malato come lui. Le scelte, la vita lontano da tutto in campagna, le nuove cure ancora proibite a Madrid, l’angoscia, l’insonnia, le mail scritte all’amica che segue gli stessi trattamenti condividendo l’incertezza e il buio. Poteva essere rischioso, e lo è, perché a punteggiare i fatti della vita e di questa battaglia feroce con la malattia, ci sono molte altre cose, pensieri, riflessioni, immagini del passato, il viso bello di un ragazzo col broncio innocente, le scoperte in America, l’omosessualità, i film… Tutto insieme, un flusso potente, violento, tenerissimo, con cui Pinto cerca un’immagine alla sua esperienza ma, soprattutto, interroga l’immagine stessa, ne forza i confini mettendo in discussione le pratiche di rappresentazione del dolore o della malattia in una forma di personalissima sovraesposizione, in cui il narcisismo diviene fare-cinema…”

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trailer: What Now? Remind Me

Varie

Joaquim Pinto has been living with HIV and VHC for almost twenty years. “What now?” is the notebook of a year of clinical studies with toxic, mind altering drugs as yet unapproved. An open and eclectic reflection on time and memory, on epidemics and globalization, on survival beyond all expectations, on dissent and absolute love. In a to-and-fro between the present and past memories, the film is also a tribute to friends departed and those who remain.

DICHIARAZIONE DEL REGISTA:

Ho scoperto che la maggior parte dei film che si fanno oggi dedicati all’AIDS – pochi – sono girati da un punto di vista esterno; ho pensato che fosse importante parlarne dall’interno, raccontando la mia esperienza. Oggi la consapevolezza che l’AIDS porta alla morte è sparita, la gente preferisce negarlo. Io ho perso degli amici; si dice che quando capita dopo un po’ si torni alla vita normale, ma non è vero. Da qui nasce l’idea di fare questo film.
Quando decidi di fare un film come questo non sai cosa accadrà, avevo qualche idea su ciò di cui volevo parlare e ho scritto una traccia, ma ci sono anche state moltissime sorprese.
Nel film ci sono molte interviste, le trovo un materiale estremamente interessante; ma le ho inserite anche per altri motivi: ho deciso, per esempio, di mostrare le conversazioni con gli scienziati perché è difficile riscrivere ciò che dicono senza semplificarlo o snaturarlo.
I produttori non sapevano esattamente cosa stavamo facendo. All’inizio gli ho mostrato una mappa del posto dove vivo – non posso muovermi molto – e ho tracciato un cerchio intorno alla mia casa; ho detto loro che era quello il luogo delle riprese e che col mio film non pretendevo certo di mostrare l’universo; ho cercato però di dare uno sguardo sul mondo da questo piccolo posto.
Vorrei aggiungere qualcosa sulla strana situazione in cui ci mette la crisi economica. Nel villaggio dove vivo sta chiudendo tutto, il Portogallo sta diventando uno stato di polizia con l’ossessione di spremere soldi alla gente con le leggi più assurde; per esempio se la produzione vuole darmi un dvd da visionare deve fare domanda scritta, chiamare il governo e procurarsi un documento, perché se ti scoprono a trasportare dvd senza documento ti danno una multa.
Un aneddoto raccontatomi dal mio compagno: nella cittadina dove abito la gente sa che convivo con un uomo ma non che sono malato. Ieri hanno scoperto del mio film proiettato a Locarno e tutte le vecchine e i contadini del paese sono arrivati a casa nostra preoccupatissimi e anche emozionati: hanno chiesto a Nunu, il mio compagno, se potranno venire da noi a vedere il film, non appena sarà possibile. Sono molto curioso di vedere cosa succederà e come mi guarderanno quando tornerò là; il film ha qualche scena intima e sono curioso di vedere come reagiranno. (Locarno 2013)

CRITICA:

“… Quella che ci racconta Joaquim Pinto è una storia di per sé meravigliosa e toccante … Joaquim – che poi è il regista stesso che parla di sé – ha contratto da più di vent’anni sia la HIV, sia l’epatite C. Nel dicembre 2011, insieme al suo compagno Nuno (e ai suoi quattro bellissimi cani), si reca a Madrid per sottoporsi a tutta una serie di cure sperimentali non ancora approvate ufficialmente che, naturalmente, gli danno spiacevoli effetti collaterali. Complessivamente, il viaggio (non si limita alla città di Madrid) e le cure durano un anno, il film 164 minuti.
Come dicevo, la storia è molto interessante e incredibilmente personale; Pinto si mette completamente a nudo svelando tutte le sue debolezze di uomo e raccontandoci la sua vicenda con una sincerità davvero straordinaria. In gioco non c’è solo la questione della vita, della morte, delle sofferenze che si devono patire per sopravvivere e del limite oltre il quale non è tollerabile andare (a un certo punto, durante una della crisi, Joaquim confessa di avere paura di perdere la sua «logicità» a causa dei farmaci e, soprattutto, di smettere di accorgersi di essere vivo), ma anche il rapporto tra i due uomini (molto diversi tra loro) e riflessioni più generale sul senso delle cose e le letture possibili del mondo, tra marxismo, darwinismo e freudismo (dai riferimenti che fa, si vede benissimo che ha fatto l’università negli anni Settanta)… Assolutamente meravigliosa la scena di sesso, forse la più bella di tutto il film, e belli -anche se davvero struggenti, ma d’altra parte è così- i primi piani in cui Joaquim cerca di spiegare i sintomi dei suoi effetti collaterali, senza trovare gli aggettivi per descrivere il dolore e le strane sensazioni ancora sconosciute all’enciclopedia della scienza, il tutto al limite tra l’essere cosciente e non sapere dove si trova. Nuno è un uomo straordinario.” (Giancarlo Mazzetti, ppbb.it)

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“Joaquim Pinto ha un viso gentile, degli occhi che parlano del male e del bene che si può provare in una vita. Gli stessi occhi che si osservano nel suo “taccuino” audiovisivo E Agora? Lembra-me, il suo personale diario di un anno “in viaggio” per combattere HIV ed epatite C, mali di cui Joaquim soffre da vent’anni. Joaquim Pinto, fonico di Ruiz come di Monteiro, storico, critico e cineasta sperimentale; una memoria di vita e di cinema, prima che di malattia. Così senza alcuna linearità tra spazio e tempo ma piuttosto attraverso accostamenti e paesaggi portoghesi, metropolitani e rurali, racconta la sua quotidianità: dalle medicine della nuova terapia (dagli effetti pesanti e gli esiti insicuri), al suo compagno Nuno, i loro cani, i loro discorsi e il loro girovagare. Un vortice d’immagini spesso confuso, ma che visto dagli occhi del cineasta sembra quasi un fluttuare per il mondo che non può non affascinare chi lo guarda.
In questo incredibile spaccato di vita Pinto non solo parla della malattia (proprio qui riesce in quello che Pippo Delbono ha mancato), di quello che vive quotidianamente fisicamente e psicologicamente, ma discute anche di globalizzazione, del tempo, della memoria, collettiva ed individuale. Il tutto costellato da accenni e rimandi all’arte, alla letteratura, alla musica, e al cinema. Questo film non racconta nulla (già raccontando il tutto, la gioia della vita, l’ansia della morte); è un’opera straordinariamente egocentrica, c’è al suo interno una passione palpabile per l’esistenza e la totale assenza di una ricerca di pietà.
E’ un documento doloroso del progredire di una malattia che consuma, in cui le immagini (nuove e vecchie) acquistano un valore testimoniale. Pinto si serve del found footage per fare una mappatura della sua esistenza prima dell’effetto catalizzatore della malattia, assemblando visioni cinematografiche, letture, voci degli artisti amati e già deceduti, (a volte per lo stesso male, come Serge Daney, o vicini sentimentalmente come Pasolini).
Passato e presente entrano in una dialettica, replicata dal girato delle piccole telecamere digitali, che entrano nel privato, fino ai prelievi ospedalieri e al momento ancor più intimo dell’atto sessuale, in opposizione ai vecchi filmini super 8 dei sopralluoghi per le riprese di Uma pedra no bolso, il suo film d’esordio.
Non vi è ostentazione né del male che affligge il regista né dell’omosessualità del rapporto tra i due protagonisti della vita (e della pellicola). Vi è solo la naturalezza di un racconto che non vuole insegnare ma solo far sapere il modo in cui andrebbe vissuta la vita: senza paura.”Non sono capace a parlare di film. Si parla di vite, di esperienze”, dice Pinto. Fedele alla linea, anche in questa sua ultima opera trascende i canoni del racconto cinematografico per un’esperienza (sensoriale, morale ed intima). Debordante come è l’esistenza, con le sue attese e i tempi morti, leggero come respiro di un organismo vitale in continua metamorfosi. A dir poco emozionante.
(Erik Negro, paperstreet.it)

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“…What Now? Remind Me provides visual stimulation throughout, as Pinto’s collage approach allows him to range back and forth in time, exploring tangents at will, still photographs fading in and out over the video-footage. “My life is uneventful,” he lies in the opening moments, introducing what he describes as “the notebook of a year of clinical tests. A year of forced rest.” Pinto’s schedule would, however, tax many able-bodied men half his age, as he travels regularly from Portugal to Spain for treatment and spends the summer on a reforestation project in the Azores — always accompanied by husband Nuno and their four dogs.
Star canine is elderly Rufus, whose maladies and treatments run parallel to Pinto’s own. Likewise, Pinto’s receives regular bulletins from his friend Jo, who’s undergoing experimental therapies. Pinto’s instincts are always inclusive and generous, his ruminations generously sprinkled with reminiscences of absent friends, colleagues and collaborators from the film-world and beyond. What’s ostensibly a record of illness and palliative care thus becomes a snapshot of how a sensitive, artistic individual deals with the world in the early 21st century. TV reports bring the latest on conflicts in the Middle East and updates on the global financial crisis, and we see how the latter impacts those reliant on state-funded healthcare such as Pinto.
He’s also sustained by his work, his network of friends, his dogs and by his companion – and at a time when gay rights and gay marriage are so often in the news, What Now? Remind Me is a beautifully unfussy illustration of a productive, supportive and evidently very happy union. Taciturn, outdoorsy Nuno’s bashful reticence in front of the camera, needless to say, adds his peripheral contributions an extra layer of enigmatic charisma…” (Neil Young, Hollywood Reporter)

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