I Vesuviani

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I Vesuviani

Ritorna dopo molti anni il film a episodi che andava molto di moda negli anni ’60, quasi a significare che anche oggi ci sono tanti autori e tante idee da esprimere. Il film però non è stato accolto bene dalla critica, che lo ha trovato discontinuo e con gli episodi poco amalgamati. Comunque gli episodi meglio riusciti sono sembrati proprio quelli a tematica omosessuale, cioè quello di De Lillo, “Maruzzella” che racconta di un travestito che porta la felicità dentro un cinema a luci rosse fino a quando arriva una misteriosa donna che lo metterà in crisi, e quello di Capuano, “Sofialorén”, che racconta, con molta ambiguità ma anche con altrettanta efficacia, come un pescatore possa toccare il paradiso in una notte d’amore con un giovane scugnizzo napoletano. Divertente e molto buch l’episodio di Corsicato, “La stirpe di Iana”, con una banda di motocicliste che riescono a farsi rispettare con l’aiuto di molta fantasia e del cinema orientale di kung-fu. Complessivamente a noi il film è parso un esperimento interessante, un inno alla napoletanità, fantasioso e spesso poetico, anche se forse un po’ troppo “intellettuale”.

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2 commenti

  1. Francesco

    film PESSIMO, una VERA MERDA!! sconsigliatissimo, noioso, non si capisce la trama, recitato male: e non mi venite a dire che i personaggi sono difficili da capire, che è un film psicologico, un film d’autore etc: è semplicemente un film che fa cagare! Si salva solo enzo moscato, che è ben + apprezzato in un altro film: MATER NATURA

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“La stirpe di Iana”
Il culto della dea Iana è perpetuato ancora oggi da una banda di motocicliste che scorazzano lungo le strade della provincia napoletana, seminando terrore e distruzione tra i malcapitati che osano sfidarne l’autorità. Lo imparerà a sue spese la scalcinata banda di malviventi locali, che ha rapito la sorella di una delle ianare…
“Sofialoren”
Toritore, un pescatore che vive al Rione Terra di Pozzuoli, cattura un polipo che di notte si trasforma in una sensuale figura femminile. Un bislacco principe nero che si proclama il fratello della sventurata, spiega al pescatore il triste destino cui la donna è condannata per effetto di un sortilegio. Ma il polipo, che è alloggiato in una tinozza e di notte si trasferisce nel letto di Toritore, troverà suo malgrado la destinazione finale in una padella.
“Maruzzella”
Maruzzella è un travestito che si aggira come un moderno Fantasma dell’Opera per i corridoi di un cinema a luci rosse, trasformato nella sua dimora personale, fino a che, un giorno, l’incontro con un’angelica spettatrice di film hard, Elvira Lento, cambierà radicalmente la sua vita.
“Il diavolo nella bottiglia”
Fausto, un barbone che passa le notti nelle giostre dei giardini pubblici, acquista da un misterioso individuo una bottiglia nella quale sarebbe intrappolato il diavolo in persona. Il possessore della misteriosa bottiglia potrà vedere esauditi tre desideri, ma sarà poi perseguitato dalla malasorte se non riuscirà a rivenderla ad un prezzo inferiore a quello per cui l’ha acquistata. Fausto trova così la ricchezza e l’amore, ma sbarazzarsi della bottiglia non sarà semplice…
“La salita”
Una landa desolata. E’ l’impervio crinale del Vesuvio. Il sindaco di Napoli arranca sulla salita del monte. Durante la salita, accompagnato per un tratto da un corvo, loquace ed ironico interlocutore, incontra diversi personaggi, simboli e testimonianze di un mondo trasformato e deludente.

“Non è soltanto la cornice – periferia ed entroterra di Napoli – che lega i 5 episodi (“Sofialorèn”, “La stirpe di Iana”, “Maruzzella”, “Il diavolo nella bottiglia”, “La salita”). C’è lo sguardo dei registi, amici e collaboratori tra loro; c’è la visione alterata della realtà, deformata con scatti fantastici e invenzioni barocche; c’è lo spazio dato a una sessualità trasversale, polimorfica, trasgressiva. Nessuna delle 5 novelle è completamente risolta, ma, in varia misura, tutte spiazzano, incuriosiscono, divertono o magari irritano. Sono 5 film di corpi, ossia di attori. Persino “La salita” di M. Martone, l’episodio più austero e civilmente impegnato (con T. Servillo con la fascia tricolore del sindaco che, salendo sul Vesuvio, si interroga sulla crisi della sinistra), è un apologo in cadenze di favola ironica dove si recupera il pasoliniano corvo parlante di Uccellacci e uccellini.” (M. Morandini)

“.. cinque registi napoletani quasi tutti giovani si uniscono in un film a episodi per raccontare la loro città ma attraverso fiabe, sogni, immaginazioni fantasiose. Quasi un film-manifesto d’un gruppo culturale-creativo importante, se non di una vera scuola napoletana di cineasti: e in questo senso ‘I vesuviani’ è riuscito, la presentazione d’una aggregazione attuale a Napoli di mestiere e talento anche tecnico del cinema che non s’era mai vista, unica in Italia (il gruppo dei toscani è composto quasi esclusivamente di registi, i filmakers milanesi o torinesi non sono sempre arrivati alle sale cinematografiche, agli spettatori). Da altri punti di vista, invece, ‘I vesuviani’ è poco riuscito, ma almeno due dei cinque episodi che lo compongono sono interessanti…” (Lietta Tornabuoni, ‘L’Espresso’, 18 settembre 1997)

“Operazione audace e ovvia nello stesso tempo, quella di un film a episodi, come usava decenni fa, realizzati su Napoli e dintorni da registi napoletani, noti e meno noti, ‘I vesuviani’ ci sembra, purtroppo, una occasione perduta. ‘La stirpe di Jana’ di Pappi Corsicato; ‘Maruzzella’ di Antonietta De Lillo; ‘Sofialorèn’ di Antonio Capuano, ‘Il diavolo nella bottiglia’ di Antonio Incerti, ‘La salita’ di Mario Martone sono i cinque cortometraggi. E se ‘La stirpe di Jana’ è il più inutile e insignificante, ‘Il diavolo nella bottiglia’ è il più criptico e il meno ‘napoletano’: non è mal girato ma ne rimangono oscure le motivazioni. L’episodio di Martone mette in scena un sindaco (di Napoli, si direbbe), con tanto di fascia tricolore, che si chiama Antonio e che scala il Vesuvio: per dire che reggere l’amministrazione di Napoli è come essere continuamente su un vulcano ? per dire che il terreno brucia sotto i piedi? per dire che la fatica è ardua? I simboli possono essere tanti, il film si nota perché, trenta e più anni dopo Pasolini, rimette sullo schermo un corvo parlante. I cortometraggi della De Lillo e di Capuano sono – d’altronde – i migliori e, per la cronaca, sono entrambi, con misura, discrezione e una qualche finezza, testimonianza di omosessualità, non sappiamo quanto emblematica della Napoli d’oggi, innestata comunque su una buona originalità narrativa: questo, specialmente, per ‘Sofialorèn’, è il nome che T.T. che abita nel rione Terra di Pozzuoli, in una casupola giudicata più volte non agibile, dà al suo bel pesce conservato in una vaschetta di vetro.” (Giacomo Gambetti, ‘Rocca’, 1 dicembre 1997)

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