Sconosciuto del lago, Lo

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Sconosciuto del lago, Lo

Estate in riva al lago, in una spiaggia naturista frequentata da gay. Franck, un bell’uomo vicino ai 40, vi trascorre le sue giornate dividendosi tra due uomini. Con uno, Henri, è nata una forte amicizia completamente casta, voluta così da Henri che dice di voler rinunciare al sesso. Con l’altro, Michel, è nata invece una intensa e passionale relazione, una vera storia d’amore e sesso. La storia prosegue anche dopo che Franck ha visto Michel annegare il suo precedente amante… Il regista, intervistato, ha detto che con questo film ha voluto fare un’opera completamente diversa dalle sue precedenti, che erano quasi di fantasia. Qui si è tenuto su una linea classica, quasi hollywoodiana. “Vicino ai 50 anni mi sono reso conto di essere in una perpetua crisi esistenziale ed estetica. Finora avevo fatto film che mettevano in scena una specie di gioco, che proponevano un mondo reinventato, lontano dal naturalismo… Alla fine mi sono detto che era meglio rappresentare il mondo così com’è, senza fare ricorso alla fantasia, senza rimodellarlo secondo i miei desideri. In questo film ho voluto raccontare il mondo vero, nella sua naturalezza, penetrando nello spirito e nel corpo dei personaggi, rendendoli palpabili.” Il film è in concorso al Festival di Cannes 2013 nella sezione “Un certain regard”.

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Questo film al box office

Settimana Posizione Incassi week end Media per sala
dal 3/10/2013 al 6/10/2013 19 € 35.016 € 2.059
dal 26/09/2013 al 29/09/2013 18 € 47.411 € 3.950

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14 commenti

  1. Il film mi è piaciuto molto e penso che abbia meritatamente ricevuto il premio “Un Certain Regard” a Cannes. Si svolge come un classico cinema-vérité : il regista osserva con occhio da entomologo la vita di un luogo di battuage sulle rive di un lago nel sud della Francia . Senza emozione o moralismi registra ogni aspetto del mondo omosessuale che si muove sulle rive del lago. D’altra parte quasi tutti noi ben conosciamo quanto sia veritiero questo mondo. Se non fosse per una diversa vegetazione , a un milanese sembrerebbe di essere nel parco del Ticino o dell’Adda , con meno movimento nel film che sui nostri fiumi. La cristallizzazione della ricerca del sesso fine a se stesso ovviamente genera uno straniante senso di solitudine che il regista non vuole descrivere ma fa emergere automaticamente dalle situazioni e dai comportamenti. A loro modo tutti cercano anche l’amore ma in realtà è un alibi veramente sbiadito. Anche il protagonista non prova vero amore per l’assassino ma una confusa voluttà masochista , un cupio dissolvi che ha più a che fare col sesso che con l’amore. La grande abilità del regista sta nel suscitare sentimenti e angosce nello spettatore senza alcun diretto intervento , senza alcun commento. Anche le scene di sesso più esplicito sono del tutto asettiche e pochissimo eccitanti. L’unico commento che si permette è nelle parole del commissario di polizia : come può avvenire tutto questo e in questo modo ? Voto 8

  2. terzopiano

    Niente male. Mi immaginavo qualcosa di morboso e sensazionalistico. Invece tutto il contrario. E’ proprio un film, lucido, con un trama, un messaggio, mai noioso.

  3. thediamondwink

    Per quanto bello, desiderabile e passionale possa essere un uomo, la razionalità dovrebbe sempre essere predominante su ogni altro sentimento. Se l’assassino fosse stato un brutto e losco personaggio, forse il protagonista (gemello di James Blunt), non ci avrebbe pensato due volte a denunciarlo. La vita è questa, ci si sofferma su ciò che è esteticamente “attraente”, per snobbare tutto ciò che non lo è, anche se interessante. Il film è ben congegnato, mi è piaciuto, l’ho trovato abbastanza scorrevole ma meno pornografico di molti altri, e credo sia carino non per le scene di sesso, ma proprio per l’originalità.

  4. smalltownboy

    La morale del film è molto semplice: chiunque sano di mente sceglierebbe il partner “musclé, bronzé et bien foutu” all’amico sincero ma brutto e obeso. Perché è il sesso che fa girare il mondo, non l’amore o la vicendevole compassione.

  5. Francamente non condivido le recensioni entusiastiche della critica, mentre sottoscrivo in parte quelle negative. L’aspetto pornografico è indubbiamente quello che mi ha infastidito di meno; piuttosto, mi sarei aspettato una narrazione più approfondita di una storia che, per come viene presentata, è fin troppo di fantasia.

  6. A Roma ho fatto svariati tentativi per vedere questo film,ma 2 volte mi sono imbattuto nello lo sciopero del personale,2 volte per affollamento e una volta per cambio intempertivo del cartellone,non sono riuscito a vederlo…E’ possibile scaricarlo da qualche parte?Grazie

  7. istintosegreto

    Vorrei proprio sapere chi ha deciso di doppiare e distribuire questo film. Decisione senza senso a mio parere; forse addirittura dannosa, poiché chiunque sia al di fuori del mondo gaio non lo capirà. Gli etero convinti si annoieranno, bollandolo come pornografia (a proposito, ma nella versione andata nelle sale italiane le erezioni sono censurate?). Inoltre penseranno: “Quindi un finocchio arriverebbe a non denunciare un criminale pur di non perderlo come amante occasionale?”.
    Gli etero meno convinti, eccitati dalle situazioni che immaginavano nelle fantasie masturbatorie, voleranno su google a cercare il laghetto più vicino a casa loro.
    Solo i gay navigati riusciranno ad andare oltre. Vedranno in questa una storia di estrema solitudine. Portata all’eccesso, poiché impregnata di una tintura di giallo che serve per fare riflettere. Essenziali per la riflessione sono le domande del poliziotto, che si insinua (sembra anche con un certo interesse personale) in un mondo dove ci si scopa a vicenda ripetutamente senza nemmeno scambiarsi un numero di telefono. Pazzesco? No, realtà. Ribadisco: che senso aveva distribuire questo film?
    Consigliato.. solo ai gay ovviamente.

  8. Vengono prodotti ogni anno decine di film a tematica, alcuni veramente intessanti e ben girati, come quelli ad esempio distribuiti dalla queerframe o quelli che ho visto in alcuni blog il più interessante dei quali teoninja.blogspot .Ma nei cinema italiani continuano ad essere distribuiti i più noiosi, cosi’ innoqui che vengono presto dimenticati .Speriamo che esca almeno “any day now” vincitore del giffoni festival, deve essere veramente commovente e se poi è piaciuto molto ai ragazzi !!!

  9. Sinceramente non ho capito il senso di questo film, Non ci ho trovato niente di quanto dichiarato dal regista ne quello che vorrei vedere in un buon film. Non è un triller in quanto altamente soporifero anche nelle scene di tensione. Non è realista, ne nella vicenda raccontata (non parliamo del finale sbrigativo e irreale) ne tantomeno nel descrivere le relazioni e i dialoghi dei personaggi. Non penetra ne negli spiriti ne nei corpi, dialoghi inconsistenti e solo qualche scena “audace” che nn descrive ne la chimica ne la passione dei corpi. Non c’è un sogno, un brivido ne un messaggio, per me non c’è niente, solo un parcheggio e la riva di un lago

  10. marediguai

    Se il film è molto affascinante nella costruzione dell’atmosfera del cruising estivo, con la sua popolazione variegata e i suoi riti ripetitivi, o quando tratteggia le psicologie delicate dei suoi protagonisti, quando, nel finale “rivelatore”, cerca di raccogliere i fili narrativi dell’intreccio giallo che permea tutta la storia, incorre purtroppo in un ridicolo scivolone di scarsa credibilità, affrettato e artificioso. Un vero peccato.

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trailer: Sconosciuto del lago, Lo

Varie

Nelle sale italiane dal 19/09/2013

RECENSIONI:

Racconto gay con inserti pornografici, in versione originale con sottotitoli: ci vuole coraggio. Ben riposto, perché il film di Guiraudie mescola Genet e Hitchcock con lucidità invidiabile, dicendo qualcosa di universale sulle leggi del desiderio. Esplicito

Lo sconosciuto del lago, che ha vinto il premio per la regia a Cannes e, ovvio, la Palma Queer del cinema gay, è un film di Alain Guiraudie che mostra scene omosessuali non platoniche. Ma non è solo un film scandalo, è un giallo bellissimo che parla della coscienza, dell’io diviso tra affetti e sesso, che poco alla volta da realistico diventa quasi una parabola, avvicinandosi al teatro di Koltès (e al cinema di Chéreau) ove vagano uomini nella notte. Il luogo è un boschetto accanto a un lago dove si aggirano cruising (per citare il cult con Pacino) gay in cerca di prede consenzienti, fortuiti incontri e anche qualche amicizia casual. Il simpatico Franck, dal presente confuso ma con un dolce sorriso, è attratto dal serio macho baffuto, reginetto del luogo, alla Tom Selleck. I due si amano senza occultarci nulla, finché non succede qualcosa che allarma molto il giovane (un omicidio nell’acqua), ma non lo ferma, perché la passione è rischio, finché il buio avvolge un po’ tutti. Giallo sull’ambiguità, la doppia verità, claustrofobico ma all’aperto… Tempismo e bravura del regista, riconosciuti, anche dal successo di pubblico oltre che di critica (l’elogio del borghese Le Monde): riesce ad essere raffinato nella malinconia con cui riprende le movenze di una ragnatela di approcci tutti uguali nel tempo e nello spazio, dove si misurano gli stimoli sessuali e i bisogni del cuore. Sperando che gli eredi non leggano, si potrebbe dire che è quasi un De Musset gay, pessimista come l’originario: dietro al paravento del gioco a nascondino resta un profondo Nulla. Quelli che all’epoca del Vizietto si lamentarono della frivolezza delle piume di struzzo, ora diranno che i gay dello Sconosciuto del lago sono tutti vittime o patologici, cosa non vera. Il regista, che utilizza un ottimo cast, parte dall’allegro Bataille («l’erotismo è l’approvazione della vita fin dentro la morte») e pur raccontando l’ossessione amorosa, non affigge giudizi. Ma si fa ascoltare da tutti, si porta a casa un dubbio, in epoca di femminicidio: non si è mai tranquilli, ma con gli sconosciuti del lago, del doman non c’è davvero certezza . (M. Porro, Corsera – VOTO: 8/10)

Il film è ambientato sulla spiaggia di un lago frequentata da uomini che praticano il cruising. Franck frequenta la spiaggia e s’invaghisce di un certo Michel, e diventa amico del solitario Henri. L’Inconnu du Lac è un film ricco di ironia stralunata, ma anche inquietante e pensato in modo straordinario. Guiraudie ragiona sul sottile confine che delinea il desiderio e il pericolo, con uno stile originale e liberissimo notevoli. Queer Palm, o un premio dell’Un Certain Regard, subito! (G. Capolino, Cineblog.it)

Un numero rivelante di giochi di bocca, giochi di mano, natiche en plein air e natiche in piena occupazione nel nome dell’amore libero purché omo, riempie la scena di L’inconnu du Lac, di Alain Guiraudie nella sezione «Un Certain Regard». Racconta l’universo chiuso, e per certi versi claustrofobico, in cui la gayezza trova la sua ragion d’essere: il sesso per il sesso, senza sentimenti, legami… Investigando su un omosessuale trovato annegato in un lago la cui spiaggia e relativa pineta sono luogo di dragaggio, un ispettore di polizia resta colpito proprio da questo: ci si ama fra sconosciuti di cui non si conosce neppure il nome… Si è soli insieme, insomma, ma intorno a tutto questo ruota una pulsione distruttiva che, nel film, viene incarnata da un cacciatore sessuale compulsivo, che si sbarazza dei suoi partner quando diventano troppo legati. Senza nascondere nulla, il film di Guiraudie, traccia un ritratto, a volte ironico, di questo tipo di comunità, dove c’è spazio per il voyeur, come per il super igienista, per il feticista come per il finto etero. Su tutto però grava desolazione e distruzione, come se l’abbandonarsi debba necessariamente arrivare all’annientamento. (Il Giornale)

Altro che giovani studentesse che scelgono di prostituirsi. Il vero choc del festival è L’inconnu du lac (Lo sconosciuto del lago) del francese Alain Guiraudie, e arriva inatteso, nella sezione «Un certain regard», accolto da risate isteriche e gente che lascia la sala. Un’unica lunghissima scena, sulla riva di un lago, dove prendono il sole uomini dai 30 ai 60 anni. Tutti rigorosamente nudi. Presto si danno (letteralmente) alla macchia, nel bosco alle spalle del lago, per incontri fugaci di sesso. Allo spettatore non viene risparmiato nulla, ma proprio nulla, in un ripasso del Kamasutra in versione omosex. C’è un unico etero che vedendo quel viavai hard chiede: «Non ci sono donne qui?». Hai sbagliato posto, rispondono. Porno a Cannes. Forse d’autore. (V.C., Corsera)

Incassi vertiginosi in Francia, premio a Cannes, cinque stelle di critica dalla stampa più cult, “Le Monde” impazzito, «una tale forza, una tale audacia, una tale bellezza… ». E in Italia? Arriva adesso, il film “Lo sconosciuto del lago” di Alain Guiraudie, giovanotti nudi su una spiaggia e nel boschetto primi piani di quel che il regista, gay cinquantenne, definisce “oscenità del sesso”: non una donna ovvio, e per fortuna che i nostri politici hanno altre oscenità (politiche) di cui occuparsi. Si temono ugualmente eteromaschi in subbuglio. Si immaginano da noi platee zeppe soprattutto di coppie omo che, a parte i continui esibizionismi fallici del film, si chiederanno se è l’ossessione amorosa a far preferire un bel serial killer a un triste buon ciccione. Galateo per le signore: andare a vederlo perché pornoistruttivo e chic, ma non con il compagno che potrebbe innervosirsi (se italiano) e neppure con gli amici gay che cadranno in delirio. Meglio con amiche. Proibita la ridarella. Anche scandalizzarsi, se no meglio stare a casa. (Natalia Aspesi, La Repubblica)

“Il cinema di tematica gay o contenente significativi riferimenti in questo senso va forte… Lo sconosciuto del lago impone quel dato. Perché non c’è altro. Dice di essere un thriller ma la componente thriller (un delitto su una spiaggia nudista gay) è un abituccio corto corto, appena un sottilissimo pretesto che malamente riveste la continuata e insistita esposizione di giovanotti ben forniti e in diverse combinazioni tra loro.
Gay o etero, per lo spettatore che voglia togliersi degli sfizi esiste notoriamente una produzione specializzata.
Prima della proiezione ho letto con sincera applicazione le note di accompagnamento al film scritte dall’autore, Alain Guiraudie. Spiega un sacco di cose interessanti sul rappresentare la sessualità, sulla libertà, sull’autenticità, sul realismo. Quello che subito dopo ho visto mi è parso molto semplicemente un quasi-porno. Forse sono io che non ho capito.” (P. D’Agostini, La Repubblica)

INTERVISTA AL REGISTA:

Le film m’a fait penser à Georges Bataille : l’érotisme, la sexualité, la pornographie, la fascination du mal…
On commence fort ! Je crois qu’il serait un peu exagéré de dire que Bataille est à l’origine du scénario. La fameuse phrase l’érotisme est l’approbation de la vie jusque dans la mort m’avait énormément frappé quand je l’avais lue il y a longtemps. Je l’avais oubli ée, et puis on en a reparlé en préparant le tournage et je me suis dit que ça avait travaillé souterrainement. Et je me suis aperçu qu’il y avait d’autres aspects de la pensée de Bataille qui recroisaient mes préoccupations: la manière de superposer les questions de l’érotique, du politique et de l’économie au sens large, vital.

L’érotisme, et non la pornographie, est la question centrale de L’inconnu du lac, où deux hommes tombent amoureux en faisant l’amour. Est-ce que L’inconnu du lac prolonge les scènes de sexe entre hommes, à la fin du Roi de l’évasion ?
Disons que ça va à la fois au-delà et contre Le roi de l’évasion . En terme de sexualité, j’ai toujours tourné autour du pot. Je ne me suis jamais vraiment confronté à la représentation de ma propre sexualité. Les premières scènes de sexe, de corps à corps, d’étreintes amoureuses et de baisers que j’ai filmées, dans Le roi de l’évasion , ont lieu entre un homme et une adolescente. Il était peut-être temps pour moi d’en venir aux choses sérieuses. De représenter les choses de l’amour… Pas l’amour pour rigoler, l’amour-amitié comme je l’ai souvent fait… Mais l’amour- passion. Dans L’Inconnu du Lac , je voulais me coltiner vraiment à ce que c’est que d’avoir quelqu’un dans la peau : jusqu’où ça peut aller ? Du coup, je suis parti d’un monde que je connais très bien, pour en tirer tous les fils qui m’intéressent : le soleil, l’eau, la forêt, des éléments érotiques forts et lyriques en quelque sorte. Et puis l’amour, la passion, c’est la grandeur des sentiments mais c’est surtout le sexe. Je voulais m’y confronter réellement, d’une manière différe nte, en faisant se côtoyer, au sein de mêmes séquences, à la fois l’émotion amoureuse et l’obscénité du sexe, sans opposer, comme on le fait souvent, la noblesse des sentiments d’un côté, et le fonctionnement trivial des organes de l’autre.
Ça demandait aussi une plus forte implication des comédiens et la question s’est vite posée de savoir jusqu’où ils iraient… Mais aussi jusqu’où je désirais vraim ent les emmener.

Vous accordez la même place à la parole, aux corps, à la nature, au vent dans les arbres, à un chant d’oiseau et aux séquences de sexe.
Au scénario, il y a avait beaucoup plus de scènes crues, décrites frontalement, sans ambiguïté. J’avais prévu d’entrée de jeu d’avoir recours à des doublures pour les plans non simulés. Au montage nous n’avons gardé que ce qui était nécessaire. Même si nous avions une heure d’incroyables couchers de soleil, nous n’allions pas tous les utiliser pour autant ! C’est pareil pour le sexe. Je voulais qu’il soit présent sans ostentation. Dans un monde où des enfants de 10 ans ont presque tous regardés par hasard ou volontairement des images pornographiques sur internet avant même d’avoir commencé à vivre une sexualité active, il me semble urgent de redécouvrir du sexe inscrit dans des rapports de dialogue, de séduction, d’amour.

Dans Le roi de l’évasion , l’homosexuel traversé par la tentation de l’hétérosexualité posait des questions liées au couple, à la société, et pas seulement à la norme. D’une certaine manière, dans Le roi de l’évasion l’homosexualité était « de gauche », autrement dit anarchiste, partageuse, partouzarde…
Hédoniste…

Utopiste. Dans L’inconnu du lac, la question politique est beaucoup plus complexe. La sexualité (et pas uniquement l’homosexualité, au sens où la sexualité constitue pour chaque être humain sa propre énigme, qui ne se résume en rien au fait d’être homosexuel ou hétérosexuel) est plus du côté de l’individu et de l’individualisme.
On a beaucoup parlé des utopies amoureuses, d’un cinéma de l’utopie. J’avais envie de mettre à l’épreuve ces discours, en proposant une mise en scène de la sexualité plutôt documentaire,et non en recréant un monde fantaisiste qui s’accorderait à mes désirs. J’avais envie de filmer ce qui se passe dans le microcosme homosexuel, de peindre ce genre de lieux de drague.

Pour vous, ce monde recrée une mini-société, ou bien il s’inscrit en-dehors de la société et des normes hétérosexuelles de la famille ? Votre film est cosmique : la peinture du monde passe par la lumière, l’eau, les éléments. Les personnages sont seuls au monde dans un univers clos. Vous avez l’impression d’être revenu d’une forme d’utopie, dans la mesure où pour vous, au départ, faire du cinéma avait à voir avec l’utopie ?
Oui, c’était une façon de refaire le monde. Mais le discours ambiant sur l’utopie m’énerve un peu, parce que j’ai l’impression que les utopies amoureuses n’ont plus rien à voir avec l’utopie. Aujourd’hui, tout semble à peu près possible. Le terme fait désormais partie de l’argumentaire du marketing. Or l’utopie, c’est le lieu qui n’existe pas, un point de mire invisible dont chacun a besoin pour vivre. Et le cinéma, c’est quand même du réel. Même si c’est du réel sublimé. Je ne fais pas un cinéma de l’utopie même si quand je conçois un projet, quand j’invente des rapports entre des person- nages, c’est évidemment de ce côté-là que je lorgne.

L’inconnu du lac introduit une rupture formelle dans votre oeuvre : c’est un film classique, au sens hollywoodien du terme.
Il introduit aussi une rupture de fond…

Vous avez connu une crise esthétique ou existentielle ?
En fait, à presque 50 ans, je me rends compte que je s uis en perpétuelle crise existentielle et du coup, en perpétuelle crise esthétique. J’ai fait des films décalés d’entrée de jeu, des films qui proposaient un monde réinventé, qui résistait au naturalisme. Le roi de l’évasion obéissait encore à ce principe, un homosexuel quadragénaire qui tombe amoureux d’une jeune fille, c’est tout à fait possible mais en l’occurrence, c’était une vue de l’esprit. Puis je me suis dit qu’il fallait affronter le monde tel qu’il est. Je n’avais plus envie de faire un pas de côté en ayant recours à la fantaisie, en le remodelant suivant mes désirs. Là où j’en suis, et là où le monde en est, l’enjeu du cinéma ne me semble plus de proposer un autre monde mais de faire avec le monde tel qu’il est, l’aborder sous un autre angle et donner à le voir autrement. C’est ce monde -ci qu’il faut emmener ailleurs. Et puis j’avais envie de sortir de la mise à distance, de rentrer dans le vif du sujet… Éprouver l’expérience du désir, la rendre palpable. Une vraie pudeur me réfrénait dans cette quête, la distance, c’est aussi parfois rassurant. Là, j’ai la sensation d’avoir enfin lâché la bride. Jusqu’alors, du fait de cette pudeur, la comédie avait souvent tendance à prendre le de ssussur l’inquiétude qui traverse mes films. Ici, je tenais à ce que le mouvement soit vraiment inverse.

Le décor a quelque chose de théâtral, au sens de la tragédie antique, avec l’unité de lieu, et le récit qui se construit par la lumière, l’avancée du jour vers la nuit, les variations du temps qui installent un sentiment de durée. Le film n’est plus formellement dans l’utopie, mais il a gardé de la fable un élément du conte : la forêt qui cache un secret excitant. Sexe, meurtre, sang, danger : chaque élément est double, à l’image du lac.
On a beaucoup pensé le film dans une simplification, un travail d’épure, de la géographie d’abord, des parcours, du découpage. Avec Roy Genty et Laurent Lunett a qui ont suivi ce projet de A à Z, on s’est toujours posé la question d’un dialogue interne au film entre le réel et la fable. On veillait à maintenir un équilibre fragile entre comédie et « thriller »… Entre quotidien et féérie.

Avez-vous pensé aux films de genre ? Comme L’étrange créature du lac noir ou Les dents de la mer ?
Non. Je ne me situe pas sur ce terrain-là. Du moins consciemment. Je trouvais r igolo d’évoquer un silure dans le lac, ça rejoint mes jeux avec le vrai, le faux, la légende, que j’avais déjà introduits dans mes films avec la dourougne (une racine imaginaire qui a les propriétés d’une drogue) et les ounayes (des animaux d’élevage mi-agneaux mi-vampires). La différence, c’est que le silure existe et que ça a vraiment une très sale gueule.

Le lac est un personnage central du film, un élément trouble, double, trompeur. Il ajoute une ligne d’horizon à la mise en scène et pose la question de la fuite, de la liberté : est-ce que les personnages peuvent s’échapper par le lac ? Ou bien est-ce qu’il choisissent d’aller vers la forêt ?
J’aime beaucoup nager mais il y a toujours un moment où je me dis que j’ai cinquante mètres de fond sous moi et je me demande si d’un coup, je peux ne plus savoir nager. Je me dis aussi qu’il y a pas mal de trucs qui s’agitent sous moi. C’est un lieu apaisant et en même temps, on peut y disparaître à jamais. Ce qu’il y a de bien avec un lac, c’est qu’on se tourne toujours vers lui. On peut passer des heures à le regarder, sans rien faire. Mes films ont beaucoup à voir avec l’horizon, je recherche des horizons lointains. Dans un lac, l’horizon est à la fois lointain et bloqué par la colline.

Le film entier est écrit par la lumière : peu à peu le crépuscule survient, c’est-à-dir e l’ambiguïté du coeur humain, pas seulement l’angoisse et la peur de la mort, mais aussi l’attente excitante de la nuit.
Pour Franck, c’est surtout le moment qu’il faut savourer, parce qu’avec la nuit, l’homme qu’il aime va s’en aller. Dès l’écriture, j’ai commencé à être obsédé par des indications du type « fin d’après-midi », « début de crépuscule », « milieu de crépuscule », « fin de crépuscule », qui sont de vrais jalons et de sacrés casse-têtes en terme de plan de travail.

Le déroulement du temps passe aussi par le son. Les sons ne sont pas les mêmes suivants les heures de la journées, le chant des oiseaux, le clapotis du lac, le vent…
La présence du monde extérieur était essentielle pour indiquer que ce lieu de drague idyllique n’était qu’un ilot au milieu d’une réalité plus vaste. Cette prése nce passe quasi entièrement par le son. La prise de son direct étant extrêmement riche, nous n’avons utilisé que des sons enregistrés sur place. Sans chercher à éviter ceux que l’on considère souvent comme des nuisances sonores, c’est à dire les voitures ou les avions. La question de la musique s’est posée au tout début, mais nous l’avons vite évacuée. Ce sont tous les sons ambiants (les avions, le vent, les insectes…) qui constituent une sorte de symphonie et portent le film. Quand le jour décline, il y a des transformations fascinantes, l’heure bleue où tous les oiseaux se mettentà chanter…

Le crépuscule est l’un des personnages du film. Il y a très peu de représentations du crépuscule au cinéma, de cet état de la journée et aussi du sentiment. Dans L’inconnu du lac , il apparaît sur la ligne des montagnes, ou sur celle du lac, et le film suit beaucoup les déplacements de la ligne d’horizon.
Les lumières naturelles au cinéma sont souvent pauvres. Pour qu’elles soient riches, il faut arriver à saisir ces moments de la journée très courts, qui laissent peu de latitude pour travailler toute une séquence. Avec Claire Mathon qui était à l’image, il nous semblait fondamental de n’avoir recours qu’à la lumière naturelle. On a tout mis en oeuvre pour faire exister ces durées et ces lumières fugitives dans le film. On attendait parfois plus d’une heure, sans rien pouvoir faire, le moment propice pour tourner. Quand nous avions besoin d’ombre, il faisait plein soleil et puis c’était le contraire. Mais Claire en profitait pour saisir ces instants où le lac se transforme et qui ont beaucoup nourri le montage. Le crépuscule produit chez certains un vrai état d’inquiétude. À une époque, je suis presque devenu alcoolique par amour de l’apéro, cette grande tradition qui nous permet de combattre la terreur de la fin du jour, de l’arrivée de la nuit et du marchand de sable qui va passer, avec l’obligation de dormir.

On retrouve cette terreur du marchand de sable dans Pas de repos pour les braves
Oui, le film a beaucoup à voir avec l’enfance et la peur de dormir. Si tu dors, tu mourras.

Comme dans Freddie, les griffes de la nuit. Autrement dit, la peur de la nuit, qui est liée à l’extinction du crépuscule, nous révèle finalement que la nuit est en nous. Est-ce que dans L’inconnu du lac , le criminel est celui qui fait venir la nuit qui est en nous ? Il surgit au crépuscule, entre chien et loup, dans ce moment d’ambiguïté où la vision humaine est la plus faible.
C’est le moment fragile. Même si c’est un moment d’angoisse, je l’ai toujours beaucoup aimé. Et le crépuscule est aussi le moment fragile cinématographiquement, où l’on n’a qu’un quart d’heure pour tourner la séquence. J’aime ce sent iment d’urgence, quand on s’apprête à filmer quelque chose en deux prises demandé s’il ne fallait pas rester toujours au crépuscule, et ne jamais faire arriver la nuit pendant le film, mais seulement à la fin, quand Frank est complètement perdu…

Frank, le personnage principal, a beaucoup à voir avec l’enfance.
Ici, je voulais moins afficher ce rapport à l’enfance et tenter de devenir sérieux, adulte. Mais visiblement, même quand j’essaie de me débarrasser de cette question pour passer à autre chose l’enfance revient toujours, peut-être parce que le monde homosexuel a à voir avec l’enfance, avec l’adolescence, avec la peur de mourir, de vieillir. Moi aussi j’ai ce rapport enfantin à la sexualité : une sexualité facile, libérée de toute pression, de la reproduction, de la conjugalité. Je suis très frivole, j’aime rencontrer des nouveaux partenaires, mais c’est un peu la tendance générale. Dans ces lieux de drague, il y a un côté très joueur, très cour de récréation, la fidélité n’est pas de mise : on se la montre, on se la touche, on se la suce… On « bricole » comme disent certains. Et si ça ne marche pas, c’est pas très grave. On ne se met pas la pression. Mais ça ne se passe pas partout comme ça. Après la libération sexuelle des années 1970, on se sent aujourd’hui dans une perpétuelle assignation à baiser, dans une obligation à jouir.

Vous parlez uniquement du monde homosexuel ?
Non, du monde actuel en général, y compris chez les hétérosexuels, même si la frivolité me paraît plus forte chez les hommes. Je parle ici d’un parcours collectif : à un moment, tout le monde a désiré la libération sexuelle. Dans les années 1970, le FHAR (Front Homosexuel d’Action Révolutionnaire) avait pour slogan : « Prolétaires de tous les pays, caressez-vous ! » J’adore. Aujourd’hui, on manifeste pour le mariage pour tous. Quelque chose s’est perdu en cours de route. Les lieux de drague sauvages ferment mais ils sont remplacés par des clubs libertins à 40 euros l’entrée. Il y a une reprise en main du sexe libre par le business. Cette assignation à jouir va avec la société de consommation, qui inclut une consommation du sexe.

La droitisation de la société n’épargne pas les homosexuels. Il y a aussi un ultra-libéralisme du sexe.
Si la libération sexuelle débouche sur une obligation de jouissance, elle peut vite se transformer en aliénation. Je me demande où nous conduit cette recherche du seul plaisir. J’ai construit le personnage de Michel en pensant à ces drôles d’évolut ions. Michel est un jouisseur, consommateur de sexe aux allures de surfer californien. Il est puissant, sûr de lui, sentimentalement froid, et quand il a joui de l’autre, il s’en débarrasse.

Il faut distinguer l’enfance de l’adolescence, l’hédonisme étant plus du côté de l’adolescence. L’inconnu du lac est un film classique, au sens où il revient à la matrice du conte. Frank est l’enfant du conte, la petite fille ou le petit garçon, le petit poucet mais aussi la femme de Barbe- Bleue ; Michel est l’ogre ou le loup ; et Henri est peut-être le seul personnage adulte du film, qui connaît son désir et y consent.
Le film a à voir avec le conte dans sa simplicité. C’était présent dès l’écriture du scénario. Je ne sais pas si l’idée de Barbe-Bleue est juste, mais elle me plaît beaucoup ! La clé tâchée de sang qui ne part pas. Je suis parti d’un trio, trois figures d’hommes, qui pourraient représenter trois facettes d’un même homme, comme souvent chez moi : le frivole « cool » (Frank), le dragueur puissant (Michel), dès qu’il ne désire plus, il se débarrasse de sa proie… Et l’homme qui en a un peu marre de tout ça (Henri). L’autre question, c’est : jusqu’où je vais pour vivre mon désir ?

Il y aurait trois attitudes : celui qui va jusqu’à se faire tuer pour accomplir son désir ; celui qui se rend compte que le sexe hédoniste finit par le dépasser et devenir dangereux ; et l’ultra- libéral du sexe qui désire, et élimine quand il finit de désirer, à l’infini. C’est une vision critique d’une sexualité ultra-libérale renvoyée à la communauté homosexuelle ?
Pas seulement homosexuelle, mais je pars évidemment de mon expérience, et je m’inclus dans la communauté humaine qui en présente les symptômes de façon très lisible.

Grâce au lac, on passe d’un point de vue à un autre. Parfois on voit le ciel du point de vue de celui qui fait l’amour, parfois on est dans l’eau du point de vue du meurtrier… Il y a une fluidité.
On a beaucoup travaillé sur la subjectivité des points de vue. La question s’est posée dès la préparation. Quels sont les points de vue interdits ? On est allé jusqu’à envisager un film tout en caméra portée, où même la caméra qui paraît fixe continue à flotter. Et au final je suis resté assez puriste. Je me suis rendu compte que je tenais beaucoup à ce que la subjectivité se confonde avec une object ivité, que le point de vue du personnage et celui du metteur en scène puissent se confondre. Dans le seul vrai gros plan du film, il y a un regard sur Henri, qui est clairement porté par Frank, et qui est aussi un plan de mon point de vue de metteur en scène.

Le sida est l’un des dangers qui traversent le film avant qu’on en arrive au meurtre, et le film pose la question de se protéger ou pas.
Et je trouve important qu’elle se pose. Je vois souvent que ça coule de source au cinéma, les mecs mettent un préservatif, comme s’il y avait un accord tacite qui régnait dans la société à ce sujet. J’avais moi aussi tendance à évacuer cette question alors que dans l a réalité, elle se pose souvent. Il n’y a pas tant d’évidence. On trouve des hommes très hygiénistes, d’autres très laxistes. Le sida a beaucoup rapproché la mort de l’amour. Il a plané et plane encore sur nos rapports amoureux. Il les a même considérablement modifiés, même s’il ne représente plus le même danger qu’avant. Quelque chose (et pas rien) s’est perdu dans la façon de faire l’amour, dans l’idée de s’abandonner totalement à l’autre. Franck se situe dans cette tradition « romantique », il va jusqu’au bout de l’expérience. Il vit son envie sur le moment, sans penser à rien d’autre qu’à prendre son pied avec l’autre. Peu importe où ça le mène. S’il prend le temps d’y réfléchir, ce n’est certainement pas dans les moments forts de sexe. Dans ce projet, ça s’imposait, c’est tellement « l’amour à mort ».

Peut-être qu’en vous confrontant pour la première fois à votre propre sexualité, vous renvoyez chaque spectateur à l’énigme de la sienne. Comme le lac, dans le film, est le miroir du coeur humain : il peut être noir, fermé, ne renvoyer aucune lumière, ou bien…
… Refléter la couleur du ciel. C’est là où la question devient politique. Il faut travailler dans sa singularité pour parler de l’homme en général, tenter de retrouver un peu d’universalité. Il y a eu beaucoup de films hétéros qui sont devenues des métaphores homos, et bien disons que là j’avais envie de faire l’inverse, qu’un film au contenu au départ teinté par l’homosexualité devienne une métaphore de la société, du désir, de l’humain en général.

Cela passe par l’expérience de la communauté ?
S’il y a une forme de communauté gay dans le film, c’est une communauté dans laquelle on est beaucoup seul ensemble. Est-ce vraiment une communauté ? Si oui, elle peine à exister. Tout cela est présent dans le point de vue de l’inspecteur. Il trouve ce monde bizarre, cette façon de s’aimer jusqu’au soir sans avoir l’idée de s’échanger les numéros de téléphone, même pas les prénoms. Il pointe une absence de solidarité.

Mais il ne porte pas de jugement moral, il fait une remarque très humaine sur l’individ ualisme.
L’ inspecteur n’est pas culpabilisateur mais plutôt bienveillant. Il est plus du côté de la commu- nauté humaine que de la société. C’est peut-être dans cette idée de communauté humaine qu’on retrouve l’utopie.

Votre film, malgré sa cruauté, sa noirceur, reste dans l’horizon de l’humain.
En tout cas c’est une vraie question chez moi : comment est-ce qu’on est seuls ensemble ? La communauté des hommes dont je rêve a du mal à exister. Et au fond, suis-je si sûr de la vouloir moi-même? D’être prêt à des renoncements pour la faire advenir ? Pourtant je reste persuadé que c’est la seule solution dans ce monde où l’idéal semble être de se réfugier dans sa propriété entourée de murailles. Le plus loin possible du voisin.

Propos recueillis par Hélène Frappat.

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