Riflessi in un occhio d'oro

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Riflessi in un occhio d'oro

Va chiarito subito che questo non è un film gay, ma bisogna considerare il periodo in cui fu fatto e l’impressione che fece allora sugli spettatori omosessuali. La storia si svolge tutta in un campo militare e tratta delle ossessioni causate dall’omosessualità segreta e impossibile da reprimere, di un colonnello interpretato da un formidabile Marlo Brando. L’omosessualità viene presentata solo nei lunghi silenzi, negli sguardi che spogliano, nelle mosse ripetute e sottili (il lisciarsi i capelli). “Ci sono personaggi che parlano senza dire niente e personaggi che muoino senza aver potuto parlare”. La regia del film è splendida e riesce a mantenere uno sguardo neutro e distaccato su quanto accade facendo salire lentamente ma inesorabilmente la tensione, fino alla tragedia finale che potremmo intuire fin dalla prima scena del film.

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3 commenti

  1. thediamondwink

    Più che un riflesso direi che è una vera e propria ”ossessione”, quella rovinosa ossessione che fa perdere il controllo e la lucidità, quella lotta continua nel cercare di reprimere i sentimenti ossessivi nei confronti del soldato. Eccezionale l’interpretazione di Marlon Brando, che esterna perfettamente l’infelicità del Maggiore Penderton, consapevole del tradimento della moglie, consapevole che non sarà mai felice tra le braccia di quel qualcuno …
    Gli sguardi sono tutto in questo film, lo spiare la persona amata come unico motivo di ”liberà” rende il tutto malinconico, infelice. Il disprezzo della moglie nei confronti del Maggiore, martirizzano un po’ troppo il personaggio, ridicolizzandolo agli occhi di tutti, perché lei è consapevole dei gusti sessuali del suo uomo e, forse, la gelosia lo porta ad odiarlo. Bello, molto bello.

    @Nick88: guarda che il ruolo era di Montgomery ma subentrò Brando a causa della morte dell’attore avvenuta nel 1966, l’anno prima!

  2. Huston non ne voleva sentir parlare dopo l’esperienza poco felice de “Gli spostati” e quella ancora più traumatizzante di “Freud” e aveva proposto Brando (anch’egli in una fase particolarmente delicata della sua carriera), ma non c’era verso di convincere la diva dagli occhi viola e alla fine fu deciso di assecondarla e di scritturare Clift. La sua morte prematura, però, fu provvidenziale e fu allora che la stessa Taylor acconsentì a richiamare Brando. Il risultato fu un film certamente atipico per l’epoca (fu ingiustamente sottovalutato dalla critica e snobbato dal pubblico) ma bellissimo. Gli attori sono eccezionali e anche se la trama è esile e quasi assente, tutta improntata su soli quattro personaggi, la pellicola porta con sé un carico di suggestione raramente riscontrabile sullo schermo. L’inquietudine dei personaggi è palpabile per l’intera durata del film e il finale, prevedibilmente drammatico, ha un significato potentemente catartico per lo spettatore. Una piccola gemma dimenticata che consiglio a tutti i cinefili di recuperare.

  3. Mi sorprende che nessuno abbia commentato ancora questo che io considero un piccolo capolavoro, oltre che uno dei più importanti film a tema degli anni ’60. Siamo agli inizi, alle timide aperture del cinema d’America e più in generale del cinema mondiale sul tema omosessualità. Protagonista una “icona vera”, Elizabeth Taylor. Dopo “La gatta sul tetto che scotta”, “Improvvisamente l’estate scorsa”, la Taylor è al suo terzo film “omo-sensibile”. Un record per i tempi. La sceneggiatura è tratta da un romanzo breve di Curson McCullers, Huston era interessato a mettere sullo schermo questo concentrato di personaggi nevrotici, profondamente infelici, un quadretto à la Tennessee Williams con ambientazione militare. La Taylor dopo le eccellenti prove negli altri film tratti da Williams e dopo Cleopatra (che mandò quasi in fallimento la Fox, ma rimaneva cmq un film mastodontico che le diede gloria imperitura) aveva Hollywood ai suoi piedi, obbediente alle sue bizze. Per questo film si impuntò con regista e produttori per avere al suo fianco l’amico fraterno, Montgomery Clift, la cui carriera (oltre che la sua stessa vita) era ormai in rovinosa caduta libera e si stava preparando a quello che poi fu riconosciuto come il più “lungo suicidio della storia del cinema”.

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In un campo militare americano, Eleonora, moglie del maggiore Penderton, oltre a tradire suo marito con il tenente colonnello Morris Langdon, ha per lui un profondo disprezzo, per via di alcune tare nella sua personalità. La moglie di Langdon, Alison, profondamente scossa per la morte della sua unica figlia, cerca invano consolazione nella compagnia di Anacleto, un devoto domestico amante, come lei, di pittura e di musica. Frattanto il soldato Williams, a cui piacciono la solitudine e lunghe cavalcate nei boschi, ha l’abitudine di entrare nottetempo nella camera di Eleonora, per contemplarla nel sonno. Questa singolare situazione, complicata da una scenata di gelosia di Alison, ha una tragica conclusione una sera quando Penderton, accortosi che Williams è entrato nella camera di Eleonora, lo segue armato di pistola e lo uccide.

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