Dalla rassegna stampa Libri

Una storia di passioni scandalose

“Riflessi in un occhio d´oro” della scrittrice americana Carson McCullers … uno dei sei personaggi attorno a cui ruota il dramma di solitudine, disciplina, voyeurismo, omosessualità al centro di Riflessi in un occhio d’oro…

«Il suo volto era aguzzo e tirato, con capelli neri e occhi di un blu trasparente». Riconoscereste in questa descrizione Marlon Brando? Eppure è così che il cinema, in una delle più inquietanti e fedeli trascrizioni di un testo letterario, ha visto il capitano Penderton, uno dei sei personaggi attorno a cui ruota il dramma di solitudine, disciplina, voyeurismo, omosessualità al centro di Riflessi in un occhio d’oro , breve romanzo di Carson McCullers (curiosamente, il suo nome è una crasi tra Carson, il suo cognome da ragazza, e McCullers, quello del marito sposato nel 1937, mentre Lula, il vero nome della scrittrice, si è perso nella notorietà degli altri).

Carson McCullers era molto giovane – 23 anni – quando nel 1940 pubblicò il romanzo che diede il via alla sua breve e folgorante carriera, Il cuore è un cacciatore solitario . In poche settimane fu il successo. Che George Davies, direttore della sezione letteraria di Harper’s Bazaar , la incoraggiò a sfruttare. Sarà lui a trovare in un baule di abbozzi buttati da Carson McCullers un testo intitolato Base militare – il racconto che, rilavorato, diventerà Riflessi in un occhio d’oro – ora proposto da Einaudi Stile Libero nella traduzione originale di Irene Brin – e sarà pubblicato in due parti su Harper’s Bazaar nell’ottobre e novembre 1940.

Un racconto “scandaloso”, soprattutto visto nel contesto storico-politico. L’Europa è in guerra, e l’America ne è lontana, tanto che il libro può cominciare dicendo che «in tempo di pace una guarnigione è un luogo noioso» – appunto, la base militare della storia, remota e staccata dal mondo reale, immersa in un paesaggio di irreale bellezza, dove le tensioni nascono dalle nevrosi e dalle follie personali.

Soprattutto, il libro è “scandaloso” perché il “labirinto di passioni impossibili” di cui parla bene la postfazione di Valeria Gennero è nutrito di forme malate. Il voyeurismo del soldato Williams, che sera dopo sera si accuccia silenziosamente e senza che nessuno se ne accorga accanto al suo oggetto del desiderio addormentato (e lei sì, Leonora, nella sua bellezza e nella sua sventata fisicità, assomiglia alla Elizabeth Taylor del cinema). Il capitano Penberton, ossessionato sessualmente dalla presenza del soldato. Alison Langdon, la moglie autolesionista del maggiore amante di Leonora, che si inventa, nella sua infelicità di moglie tradita, la più atroce forma di mutilazione. Il suo servo filippino perso nei sogni femminili di biancheria chic e di danza. E, sullo sfondo di tanta devianza, i due terragni e goduriosi amanti (ma in verità non si capisce bene quando si amino, con tutto quel traffico tra casa e casa della guarnigione), sbalorditi e distratti testimoni di quello che succede, lei allegra e a suo modo leale mangiauomini, lui fiducioso al motto «un sano patriottismo in un corpo sano» e incapace di vedere il crollo prossimo venturo della donna che ha sposato.

Carson McCullers fa dei suoi personaggi, collocati su uno sfondo atemporale e fantastico, altrettante figure esemplari di un mitico mondo di disagio e sofferenza, tanto quintessenziato, nelle varie figure di questa sacra rappresentazione dei possibili intrecci sessuali, che persino il discorso delle regole, delle costrizioni, delle convenzioni sociali passa in secondo piano. E traccia il loro itinerario verso la tragedia con una scrittura limpida, luminosa, essenziale, tagliente, placida. Se John Huston è riuscito a farne nel 1967 un film così mccullersiano (benché girato nei dintorni di Roma) è merito anche della ferma guida di questa grande scrittura.

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