Out in the Silence

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Out in the Silence

L’annuncio del matrimonio del regista Joe Wilson con un’altro uomo fa esplodere una tempesta di controversie nella sua piccola città natale. Un esilarante e spesso sorprendente viaggio tra amore e odio nell’America rurale.
Un cielo grigio copre le strade della piccola città, logorati e arruginiti macchinari e fattorie abbandonate. Stiamo parlando di Oil City in Pennsylvania, una depressa cittadina industriale nel cuore dell’America rurale. Quel tipo di città che Barak Obama aveva in mente quando fece il suo terribile commento sui tristi residenti delle piccole città, aggrappati al fucile e alla religione mentre guardano il resto del mondo che gli sta passando accanto. La pace e la tranquillità vengono sconvolte quando il regista Joe Wilson, residente a Washington ma originario di Oil City, fa mettere sul giornale locale, con l’intento di smuovere le acque, l’annuncio del suo matrimonio con un altro uomo. Come prevedibile, molte lettere di protesta e d’odio arrivano alla redazione che le pubblica. Wilson e il suo compagno decidono quindi di andare a Oil City, dove l’annuncio era caduto anche sotto gli occhi di Kathy Springer, una mamma del posto il cui figlio adolescente, CJ, viene continuamente tormentato a scuola in quanto gay. Ignorata dalle autorità scolastiche e senza nessun altro a cui potersi rivolgere, Kathy decide di chiedere aiuto a Wilson e insieme iniziano una difficile ma necessaria lotta per far capire alle autorità cosa significa per CJ vivere ogni giorno “otto ore di puro inferno” a scuola. L’annuncio delle nozze gay ha invece avuto un effetto opposto su Diane Gramley, responsabile della sezione locale dell’ultra conservatrice Associazione delle Famiglie Americane. Preoccupata dalla prospettiva che una serie di iniziative omosessuali possa invadere la sua piccola città, Diane chiama a raccolta la popolazione per denunciare i matrimoni omosessuali e altre forme di “perversione”. Per quattro anni Wilson deve far fronte a tutte le insidie che una piccola città reazionaria è capace di mettere in campo contro la diversità sessuale. Finalmente incontra un pastore evangelico deciso a mettere fine a tanta incomprensione. Cerca di convincere tutti ad abbandonare l’ascia di guerra e ad impegnarsi di più per conoscersi e capirsi. Aiuta, tra l’altro, una coppia di lesbiche a rinnovare uno storico teatro nel centro della città che potrebbe avviare una rivitalizzazione economica se la comunità sarà capace di accettarle. Un grande cambiamente interessa anche Wilson stesso che comprende come sia stato controproducente pubblicare il suo annuncio di nozze, che in pratica aveva inasprito ancora di più gli animi, mentre quello che è servito veramente a migliorare la situazione nella piccola città è stato un lungo e coraggioso impegno a parlare e discutere con la gente, vivendo apertamente la propria omosessualità.

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trailer: Out in the Silence

https://youtube.com/watch?v=SfpObMuudM4%26hl%3Dit_IT%26fs%3D1

Varie

Joe Wilson e a Dean Hamer, esplorano (in “Out in the Silence”) come è la vita per due persone della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) che vivono in un piccolo paese della Pennsylvania (Stati Uniti).

“Out in the Silence” cattura la catena di eventi che si ripercuote dall’annuncio di matrimonio del regista Joe Wilson con un altro uomo; il fatto scatena una tempesta di polemiche nel suo piccolo paese della Pennsylvania.

Perché Joe Wilson e Dean Hamer hanno deciso di realizzare “Out in the Silence”…

Siamo una coppia sia nella vita che nel lavoro di registi. Ciò che ci ha portato a realizzare documentari è stata la nostra passione, condivisa da entrambi, per la giustizia sociale, e per la capacità dei film di mostrare storie vere, che possano ispirare e spingere le persone all’azione.

Quando, per la prima volta, ci siamo incontrati all’evento nazionale Gay and Lesbian Task Force, 14 anni fa, Joe era coinvolto nelle iniziative a favore dei diritti umani di un’organizzazione no profit, mentre Dean era un biologo molecolare e autore di molte famose pubblicazioni scientifiche.

E’ bastato poco per farci capire che il nostro incontro di quella sera ci avrebbe condotti al matrimonio, ed in seguito a fare un film insieme.

Dopo esserci sposati, in Canada, nel 2004, volevamo che i nostri vecchi amici e compagni di scuola sapessero la notizia, per cui ciascuno di noi pubblicò un annuncio sul giornale della propria città natale.

Dean pubblicò l’annuncio sul New York Times, e ricevette molte risposte amichevoli. Joe pubblicò l’annuncio sul Derrick di Oil City – una piccola cittadina conservatrice della Pennsylvania occidentale – dove si scatenò una tempesta di polemiche.

Per svariate settimane seguimmo il dibattito da lontano, leggendo le lettere che giungevano all’editore sul giornale, che includevano osservazioni come “Sarebbe stato meglio se non foste mai nati.”

Poi, un giorno ricevemmo una lunga lettera, scritta a mano, da Katy Springer, la madre di un adolescente gay, che a scuola veniva tormentato. Ella scrisse a Joe poichè egli era l’unica persona dichiaratasi apertamente gay che conoscesse nella sua città, e non sapeva a chi altro rivolgersi.

In quel momento abbiamo capito che dovevamo tornare a Oil City e documentare come era la vita per le persone gay e lesbiche laggiù.

Ci parlate delle difficili sfide incontrate per portare il vostro documentario sul grande schermo …

Una delle sfide più grandi è stata quello di dipingere un quadro equo ed equilibrato di Oil City, pur mantenendo il nostro punto di vista.
Quando la persona che stai filmando ti dice dritto in faccia che “Non puoi sposarti, perché “l’impianto idraulico” (l’apparato genitale, ndt) è tutto sbagliato,” è un po ‘difficile mantenere la calma.

Ciò che ci ha fatto andare avanti è stata un incontro con il ministro evangelico Mark Micklos, di un’umanità straordinaria, che, nonostante la sua iniziale condanna del nostro matrimonio (gay), ci ha aiutato a capire che gli stereotipi possono esistere da entrambe le parti.

Mark è diventato un caro amico, e in questi giorni viene anche alle proiezioni con noi – una svolta incredibile in tre anni. L’altra grande sfida, universale per i registi, ma soprattutto per i nuovi arrivati come noi, era di trovare sostegno e risorse.

Siamo stati fortunati poiché un canale locale,Pennsylvania PBS, ha riconosciuto l’importanza della storia e ci ha aiutato: con un aiuto finanziario iniziale e ci ha trasmessi in tutto lo Stato.

Tutto ciò ci ha aiutato a vincere un premio al Sundance Documentary Film Program, che è stato un incredibile impulso sia in termini finanziari e che di creatività e ha dato peso reale al progetto.

Quale risposta il vostro film ha ricevuto finora

Il film è diventato molto popolare per il nostro destinatario di riferimento, la popolazione progressista (la comunità LGBT e gli spettatori PBS = Public Broadcasting Service, cioè gli spettatori della televisione pubblica), si è guadagnato entusiastiche recensioni della stampa e importantissimi riconoscimenti all’interno di vari festival, compresa la selezione ufficiale tra i film scelti dal Festival Internazionale dei Film sui Diritti Umani, al Lincoln Center.

Ma la nostra vera speranza è raggiungere quel pubblico che è “al di fuori del coro”, soprattutto i giovani e gli adulti che vivono fuori dai maggiori centri urbani.

E’ per questo che abbiamo stretto accordi con la Lesbian and Straight Education Network (un’organizzazione USA che combatte contro la discriminazione, le molestie e il bullismo sulla base dell’ orientamento sessuale e dell’ espressione di genere nelle scuole, in particolare fra i bambini e gli adolescenti, ndt), distribuendo il DVD del nostro film a 200 gruppi di studenti, che hanno proiettato il film in scuole medie e superiori di tutto il Paese, il 16 Aprile, la Giornata Nazionale del Silenzio (ndr giornata di sensibilizzazione contro l’omofobia nelle scuole).

Abbiamo anche iniziato una campagna di origini popolari, a cominciare dalla Pennsylvania dove abbiamo dato vita ad eventi in tutte le 67 contee dello Stato, alcune delle quali hanno una popolazione che non raggiunge i 10.000 abitanti.

La risposta è stata notevole. Durante la proiezione in una biblioteca pubblica nella piccola cittadina di Kittanning PA, dove il bibliotecario ha ricevuto minacce di morte per aver organizzato un “queer event” (“manifestazione omosessuale”, ndt) in un luogo dove non ce n’era mai stato uno, la stanza dove si è tenuto l’evento era gremita e la discussione è durata ore.

Nonostante gli sforzi del diritto religioso di dare un ritratto dello stile di vita omosessuale come qualcosa di ristretto e limitato alle grandi città, la verità è che le persone che fanno parte della comunità LGBT sono ovunque in America, e sono pronte e a stabilire contatti le une con le altre, alleandosi.

E questo è anche il fine della campagna per la giustizia e l’uguaglianza nelle piccole cittadine e nell’America rurale promossa da “Out In The Silence”.

Cosa vi ha ispirati durante la realizzazione del film e quali sono i vostri progetti futuri

Siamo stati certamente commossi da “The Times of Harvey Milk”, con il suo grido di battaglia di “Vieni fuori, vieni fuori, ovunque tu sia”, e naturalmente tutti i classici documentari storici di John Scagliatti sulla nascita e la crescita del movimento LGBT.

Ma la nostra più grande ispirazione deriva dai personaggi che abbiamo incontrato a Oil City – la gente comune come CJ e Kathy, che ha avuto il coraggio di rompere il tradizionale codice di silenzio e di resistere al bigottismo e alla discriminazione della loro comunità.

Speriamo che ispirino altra gente comune,in tutto il Paese, affinchè vengano prese le misure straordinarie di cui abbiamo bisogno,per portare giustizia e uguaglianza per tutti.

La nostra prima priorità è quella di espandere la campagna di coinvolgimento della comunità dalla Pennsylvania, dove si è già avuto un impatto significativo, a livello nazionale, entrando in contatto con aree scelte strategicamente.

Nel frattempo, per mantenere il nostro impegno, siamo girando brevi film tra cui “Frances e Franke,” a proposito di una seducente coppia di gemelli disabili, riunitisi dopo un lungo periodo di lontananza forzata.

Frances ci ha chiesto di girare il film dopo aver visto “Out In The Silence”, perché “io so cosa vuol dire essere discriminati.”, ci ha detto.

E ‘un altro esempio della potenza che una storia assolutamente coinvolgente ha di raggiungere anche coloro che non ci si sarebbe mai potuti aspettare.

(Articolo tratto da indiewire.com del 25 giugno 2010, liberamente tradotto da Silvia C. e pubblicato su www.gionata.org)

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