The Master

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The Master

Freddie Quell (Joachim Phoenix) è un reduce della Seconda Guerra Mondiale. Ha il sistema nervoso a pezzi, è ossessionato dal sesso e cerca di trovare pace con degli intrugli di alcol e altro che producono effetti molto forti. Incontra Lancaster Dodd (Philipp Seymour Hoffmann), una sorta di guru che sta mettendo a punto delle tecniche psicoterapeutiche che mettano sotto controllo le deviazioni dell’umano. Lancaster rimane affascinato da Freddie, lo tiene con sè, tra i suoi discepoli. Sfrutta le sue miracolose ricette alcoliche e sfrutta lo stesso Freddie come cavia per i suoi esperimenti psicoterapeutici. Il rapporto tra i due raggiunge delle intensità  che hanno a che fare piuttosto con l’attrazione amorosa e sessuale. Molto esplicativa in questo senso la scena della lotta tra i due protagonisti con Lancaster che alla fine sculaccia Freddie con soddisfazione. Non è solo una messa in scena della possibile genesi della setta dei Dianetics, ma è anche l’incontro fatale, quasi fassbinderiano, tra due uomini. (D. Oberto)

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2 commenti

  1. zonavenerdi

    Rapporto psicologico tra due uomini: un professore che sta studiano delle nuove tecniche abusivamente e un uomo che soffre di nevrosi e di scatti d’ira. Il film è un pò faticoso, ma si fa seguire. Il medico è l’unico che prova simpatia verso il paziente, che è isolato dal resto dei personaggi. La loro presunta attrazione francamente non ce la vedo, almeno non dal punto di vista sessuale …

  2. Skippy'90

    Due uomini, due opposti e un legame ambiguo che quasi sconfinerà nell’amore e in un triangolo. L’ombra dell’America ipocrita e falsamente perbenista, la scelta tra un legame pubblico e uno privato.
    Bello seppur difficile nelle sue tematiche e coraggioso nell’urlare le emozioni senza evitare le contraddizioni. Adatto a chi ama un cinema impegnato che non depura l’aspetto omoerotico ma lo fa risaltare. Voto: 9.

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CRITICA:

Le attese per il nuovo film di Paul Thomas Anderson non sono state deluse: The Master è un film tanto bello nella sua forza visiva quanto stimolante in quella emotiva. Se può avere un possibile neo è nella sua fragilità narrativa ma il rapporto che lega i due protagonisti è talmente forte, inquietante e ricco di sfumature da far passare quella «mancanza» in secondo piano.
Al centro del film ci sono un ex soldato uscito dalla Seconda Guerra Mondiale segnato nel fisico e nello spirito, il Freddie Quell interpretato straordinariamente da Joaquin Phoenix, e uno strano medico-filosofo-santone, Lancaster Dodd, reso altrettanto bene da Philip Seymour Hoffman. Il primo sembra capace di incanalare la sua disperazione solo nell’alcol e nella violenza; il secondo (larvatamente ispirato a Ron Hubbard, il creatore di Dianetics) si prende a cuore la sua «redenzione» usando su di lui i metodi propagandati dalla sua setta e dai suoi libri.
Il film racconta soprattutto i loro incontri — in cui gioca un ruolo non secondario anche la moglie di Dodd (Amy Adams) — senza approfondire più di tanto l’evoluzione del loro legame ma scavando nelle paure dell’uno e nelle certezze dell’altro.
La ragione di questa scelta mi sembra evidente: il vero soggetto del film è la fragilità psicologica dell’homo americanus, il bisogno di tutta una nazione di avere chi la soggioghi e la guidi pur rivendicando sempre il suo bisogno di libertà. La Storia ha lasciato solo ferite, la Donna promette cose che non mantiene e all’Uomo non resta che rifugiarsi nell’abbraccio di una Famiglia che sappia perdonarlo.
Questo «percorso» Paul Thomas Anderson lo racconta scavando soprattutto nei volti dei suoi protagonisti che la fotografia a 70 mm restituisce in maniera stupefacente: ogni increspatura dell’anima finisce per leggersi in quelle della pelle, nelle ombre degli occhi, nelle sfumature di una fotografia (di Mihai Malaimare jr.) davvero meravigliosa. Regalandoci una magniloquenza visiva che ci restituisce sullo schermo quella intellettuale del regista. (P. Mereghetti, Corsera – voto 3,5/4)

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Dopo la seconda guerra mondiale il reduce Freddie, ossessivo dai nervi a pezzi, incontra Lancaster, che sperimenta su di lui il suo metodo d’introspezione psichica. Il film che doveva “smascherare” Dianetics è, in realtà, un dramma di anime. Di solitudini soprattutto, con il volto due attori al top: torturato, fino a diventare il doppio del suo personaggio, Phoenix; di sublime ambiguità Hoffman. Per una volta, il premio ex-aequo a Venezia non è un espediente da par-condicio. Provate voi a decidere quale dei due è il più bravo… (R. Nepoti, La Repubblica)

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Era il capolavoro annunciato, il film già prenotato per il Leone d’oro, l’opera indiscutibile capace di mettere d’accordo tutti. Dopo averlo visto in prima mondiale alla Mostra, forse non andrà così. Diciamolo: “The Master” ha deluso. Applausi prolungati ieri sera in Sala Grande, dove nessuno fischia mai nessuno, ma qualcosa non funziona nel nuovo film del 42enne Paul Thomas Anderson, il regista cult di “Boogie Nights”, “Magnolia” e del “Petroliere”. Troppo lungo e autoreferenziale, non si capisce bene a chi si rivolga e per raccontare cosa, benché formalmente ineccepibile: girato in 70 mm, la fotografia smaltata, la ricostruzione anni Cinquanta perfetta, i due protagonisti, Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman, impegnati in un’istrionica gara di bravura nei ruoli dell’allievo e appunto del maestro. Anderson lo vede come «una storia d’amore tra due persone», non omosessuale o forse sottotraccia; soprattutto spiega che «la vicenda potrebbe essere ambientata ovunque nel mondo, non solo in America: c’è un mentore e c’è un allievo, e il primo soffre quando il secondo lo abbandona»… (M. Anselmi, Il Secolo XIX)

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“…The Master che analizza le scaturigini delle varie sette Moon e succedanee e, ce lo indica il titolo stesso un po’ orientaleggiante, ha poco a che fare con la cronaca dei nostri giorni, con gli scienziati o i fantascienziati della fede di Hollywood Boulevard, che non meritano certo lo sforzo di un feature-movie interpretato da due super star al massimo della forma come Philip Saymour Hoffman e Joaquin Phoenix. Si tratta, per Anderson, di deipnotizzare i deipnotizzatori, come si vanta di essere Lancaster Dodd (Hoffman, qui potente come Mitchum in La morte corre sul filo ), il suo anti-eroe, scrittore, filosofo, scienziato, mago weelesiano, fondatore di una fede contagiante, demagogica, con l’obbligo del sorriso e sessualmente e alcoolicamente tollerante, che renderà tutti più sicuri, felici, ricchi ed eterni. Tra karma e Kools al mentolo. Il marinaio Freddie Quell (Phoenix, quasi irriconoscibile, ingobbito e con l’occhio della tigre, ma quella dell’ Era glaciale 3 ) reduce disturbato della guerra nel Pacifico, mamma in manicomio, gran distillatore di paradisiache pozioni, ritrattista fotografico squassato da una storia d’amore interrotta, affiancherà come pupillo cavia e guardia del corpo, dopo essersi catapultato per caso, e dopo un doppio gioco di focali, nel «suo» yacht di lusso, il Papa della «Causa», dando quiete ai suoi fantasmi – attraverso quella tecnica deipnotizzante – ma proteggendo boss e famiglia con tecniche da mascalzone, a retrogusto gay, da San Francisco a New York, da Filadelfia a Londra, fino al presumibile «divorzio» o raddoppiamento apostolico. Il meccanismo è interessante. Una cultura esige chiarezza e pragmaticità. Chi risolve tutti i perché, i dubbi, le angosce e le ambiguità merita una fiducia sconfinata….” (R. Silvestri, Il Manifesto)

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“…Siamo nel 1950. Non risulta chiara e di immediata comprensione, e ciononostante non riusciamo a immaginare che altro potrebbe succedere se non quello che vediamo succedere, la dinamica che conduce un ex combattente di marina sul fronte del Pacifico, un giovane sbandato e squilibrato di nome Freddie (Joaquin Phoenix) tra le braccia di un seducente ciarlatano, imbonitore, guaritore, presunto salvatore di anime e dispensatore del segreto dell’armonia nonché capo di una setta-azienda denominata La Causa, che si fa chiamare Maestro (il superbo Philip Seymour Hoffman, presenza fissa nel cinema di Anderson). Creandosi di conseguenza tra i due un flusso di eccezionale intesa, fatta di dipendenza unilaterale ma anche di autentico scambio e bisogno reciproco, di intenso riconoscimento di un sentimento misto tra amicizia e fraternità — e complicità spinta fino all’ambiguità sessuale — evidentemente per entrambi mai conosciuto prima.
Ecco. Se nell’andare a quella lontana temperie c’è il recupero e la rivisitazione, tanto storica che cinematografico-cinefila, di gusto un po’ vintage e un po’ archeologico, di quello che dovette essere uno sconvolgimento epocale e che, con la guerra e i suoi re- duci, fu battesimo del fuoco per una generazione che al tempo stesso perdeva precocemente la sua innocenza e che si sarebbe poi anche tuffata nel vortice euforico di un’incondizionata conquista del mondo (non viene forse facile immaginare un Marlon Brando soprattutto ma anche un James Dean in controluce al personaggio di Freddie? Cui peraltro Phoenix regala tecnica e stile di recitazione concitati, sofferenti, introversi, contorti e manierati proprio sul modello di quelle prime anti-star degli anni 50), ebbene c’è anche molto di più nel film…” (P. D’Agostini, La Repubblica – voto 5/6)

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Scientology o meno, il magistrale film di Paul Thomas Anderson è un‘analisi, nell’America anni 50, di due patologiche caratterialità che si attraggono (ai limiti dell’amore) e respingono: il master della setta che viaggia nel tempo e il violento adepto, l’ex marine che lo difende. Figlio di capolavori come La donna del miracolo di Capra e Il figlio di Giuda di Brooks, The master evoca un paese in cerca di sicurezze, il sogno come bisogno di illusione. Hoffman e Phoenix straordinari. (M. Porro, Corsera – voto: 8,5/10)

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